Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4718 del 21/02/2020

Cassazione civile sez. I, 21/02/2020, (ud. 25/11/2019, dep. 21/02/2020), n.4718

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCOTTI Umberto L. C. G. – Presidente –

Dott. TRICOMI Laura – rel. Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 10957/2016 proposto da:

Corghi S.p.a., in persona del legale rappresentante pro tempore,

domiciliata in Roma, Piazza Cavour, presso la Cancelleria Civile

della Corte di Cassazione, rappresentata e difesa dall’avvocato

Bassi Alfredo, Garlassi Rita, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Butler Engineering & Marketing S.p.a., in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in Roma, Via

Cola di Rienzo n. 212, presso lo studio dell’avvocato Richichi

Aurelio, che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati Brogi

Graziano, Feltrinelli Secondo Andrea, Pallini Laura, giusta procura

in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 288/2016 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 18/02/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

25/11/2019 dal cons. Dott. TRICOMI LAURA.

Fatto

RITENUTO

CHE:

Corghi SPA (di seguito, Corghi) propone ricorso per la cassazione della sentenza in epigrafe indicata con due mezzi corroborati da memoria.

Butler Engineering & Marketing SPA (di seguito, Butler) replica con controricorso seguito da memoria.

In primo grado Butler aveva proposto domanda di accertamento della validità dei propri brevetti di invenzione (OMISSIS) e (OMISSIS), di contraffazione del proprio brevetto (OMISSIS) e di conseguente concorrenza sleale ex art. 2598 c.c., n. 3, con richiesta di risarcimento del danno e domande accessorie, nei confronti di Corghi.

Corghi aveva resistito e proposto, di contro, domanda di nullità delle privative Butler, di contraffazione di un brevetto ed altre domande accessorie.

Il Tribunale, per quanto interessa il presente giudizio, aveva accertato che la produzione e commercializzazione da parte di Corghi del “dispositivo di caricamento e scarico ruote gommate per macchine smontagomme”, oggetto di descrizione R.D. n. 1127 del 1929, ex art. 81 eseguita il 26/5/2001, costituiva contraffazione del brevetto italiano per invenzione industriale n. (OMISSIS) nella titolarità di Butler ed aveva provveduto a liquidare il danno nella misura di Euro 563.035,91=, oltre interessi.

La Corte di appello di Bologna, respinto l’appello incidentale proposto da Butler, in parziale accoglimento dell’appello principale proposto da Corghi, pur avendo ribadito la validità del brevetto di invenzione di Butler (OMISSIS) e la sua contraffazione ad opera del dispositivo Corghi, ha condannato quest’ultima al risarcimento del danno nella minor somma di Euro 526.693,13= rispetto a quella liquidata in primo grado, applicando equitativamente il criterio della royalty ragionevole.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1.1. Preliminarmente va esaminata l’eccezione di improcedibilità ex art. 369 c.p.c., comma 2, del ricorso per mancato deposito da parte della ricorrente della copia notificata della sentenza impugnata. L’eccezione va disattesa in quanto detto atto è stato prodotto dalla stessa contro ricorrente (Cass. n. 19695 del 22/07/2019), come si evince dal controricorso (fol. 6).

1.2. Va quindi esaminata e respinta l’eccezione di inammissibilità i del ricorso ex art. 365 c.p.c. e art. 366 c.p.c., comma 1, n. 5, per il difetto di procura speciale alle liti.

E’ incontestato che la procura in esame si configuri come procura in calce ex art. 83 c.p.c., comma 3, in quanto costituita da atto separato spillato al ricorso e si ritiene validamente rilasciata in quanto non vi sono elementi incompatibili o di dubbio circa la riferibilità alla decisione impugnata, trovando applicazione il principio secondo il quale “Ai fini della specialità della procura, non rileva che la formula di essa non faccia specifico riferimento ad un determinato processo o ad una fase (in particolare, il giudizio di legittimità), conseguendone che qualora sia apposta in calce o a margine del ricorso, venendo a costituire un corpus inscindibile con esso ed escludendosi perciò ogni dubbio sulla volontà della parte di proporre quel mezzo d’impugnazione, la specialità è garantita dal tenore delle espressioni usate nella redazione dell’atto. ” (Cass. Sez. U. n. 12625 del 17/12/1998).

2.1. Con il primo motivo si denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 1223,2056 e 2727 c.c., artt. 115,116,132 c.p.c. e art. 111 Cost., per essere il giudice di merito ricorso, con vizio anche di motivazione, alla valutazione equitativa del danno quando agli atti vi erano elementi utili e sufficienti, anche attraverso presunzioni o comune esperienza, per farsi luogo alla liquidazione secondo gli ordinari criteri risarcitori del danno emergente e del mancato guadagno, previo loro contemperamento in ragione dell’incertezza probatoria sia in ordine all’esistenza del danno che alla sua riconducibilità alla contraffazione (sintesi al fol. 2 del ricorso).

La ricorrente si duole che la Corte di appello, dopo avere valorizzato la CTU come percipiente, intesa cioè a riscontrare l’esistenza del danno ed a determinarne l’entità, ne abbia poi disatteso le risultanze, procedendo ad una valutazione equitativa del danno, mediante il criterio della royalty ragionevole, senza specificare quali erano gli “altri fattori che interferiscono” con l’applicazione dei criteri contabili ordinari, incorrendo in un difetto assoluto di motivazione ed omettendo di porre a base della decisione i dati ricavabili dalla CTU che – a suo dire – se valutati correttamente con l’ausilio di elementi presuntivi e di comune esperienza avrebbero consentito di valutare il danno secondo quanto prescritto dall’art. 1223 c.c. Articola poi una propria interpretazione dai acquisiti ed elaborati dal CTU.

2.2. Il primo motivo è inammissibile.

Osserva la Corte che la prima censura non coglie nel segno e rimane lontana dalla ratio decidendi, laddove sostiene che la Corte di appello non avrebbe individuato, nè adeguatamente considerato, le variabili che pur era stato riconosciuto che in qualche modo avessero influito sulla produzione del danno, tacciando la decisione di motivazione apparente.

Contrariamente a quanto assume la ricorrente, vi è stata una puntuale indicazione delle variabili afferenti alla condotta di Corghi che avevano inciso sulla produzione del danno: il giudice del gravame, lungi dal limitarsi a mere asserzioni, ha infatti ritenuto accertata l’esistenza del danno, sulla scorta della CTU contabile, svolta con una funzione accertativa cd. “percipiente”, dalla quale era emerso che le vendite del dispositivo Butler non erano decollate per una serie numerosa di variabili, tra le quali – come puntualmente indicato – era da annoverare la contraffazione operata da Corghi, atteso che il prodotto veniva offerto ad un prezzo molto inferiore (circa la metà) rispetto a quello di Butler, avvantaggiandosi la ricorrente del risparmio di spesa conseguente al mancato sostenimento dei costi di ricerca e di brevettazione, e che tale conclusione era suffragata dal fatto che Butler aveva avuto vendite limitate del dispositivo, e talvolta in calo, rispetto ad un fatturato annuo complessivo sempre in crescita, di guisa che la motivazione risulta presente e adeguata, soddisfacendo sicuramente il minimo costituzionale.

Anche nell’affrontare il tema della quantificazione del danno, la Corte d’appello non ha formulato mere asserzioni, ma ha ritenuto che questo non potesse essere quantificato secondo i criteri contabili ordinari per la presenza di altri fattori “che rendono incongruo affermare che ogni prodotto venduto da Corghi nel periodo corrisponde ad un prodotto non venduto da Butler”, segnatamente valorizzando la circostanza della maggiore incidenza di Corghi sul mercato in ragione della esperienza commerciale che Corghi definisce quale propria maggiore “efficienza distributiva” (fol.17 della sent. imp.), oltre che la circostanza che il periodo di contraffazione era pluriennale; che il brevetto era “giovane”; che non vi era evidenza di alternative lecitamente praticabili; che la contraffazione incideva sui prezzi praticabili (più bassi); che conseguivano anche perdite di vendite trainate da altri elementi (v. fol. 18 della sent. imp.).

Quindi, la Corte territoriale ha motivatamente acceduto alla liquidazione equitativa secondo il criterio della royalty ragionevole per la determinazione del danno cessante in relazione all’art. 86 L.i. (applicabile ratione temporis), tenendo conto di tali plurimi elementi di valutazione.

Tutto ciò è del tutto obliterato dalla ricorrente nel motivo, con evidenti ricadute in termini di inammissibilità dello stesso.

Il motivo risulta infine inammissibile, anche perchè integra una illegittima richiesta di riesame del merito e della valutazione delle risultanze della CTU nei sensi auspicati dalla ricorrente.

3.1. Con il secondo motivo si denuncia la violazione dell’art. 86 L.i., art. 1226 c.c., artt. 115,116,132 c.p.c. e art. 111 Cost. per avere il giudice di merito liquidato il danno con valutazione iniqua e sperequativa, oltre che errata e comunque ingiusta, con vizio di motivazione per evidente sua illogicità e radicale contraddittorietà rispetto agli elementi della fattispecie concreta che ai dati di comune esperienza (sintesi al fol. 2 del ricorso).

La ricorrente sostiene l’erroneità della decisione relativa alla liquidazione equitativa del danno, in quanto consentita solo ove l’applicazione dei criteri ordinari ex art. 86 L.i. ed ex art. 1226 c.c. risulti impossibile o di estrema difficoltà, atteso che solo in tale caso sarebbe ammessa la deroga al principio di cui all’art. 2697 c.c., che impone al danneggiato di provare anche l’ammontare del pregiudizio economico sofferto.

Sostiene che la base di calcolo per la liquidazione del danno avrebbe dovuto essere circoscritta alle vendite dei sollevatori, con esclusione delle macchine smontagomme Artiglio Master della Corghi, su cui detti sollevatori erano stati installati e che, in estrema ipotesi, ai sollevatori montati sulle macchine avrebbe dovuto essere applicata la stessa royalty applicata alla macchina Artiglio, nella misura inferiore del 3,5 %, e non la royalty maggiore (oltre 7%), applicata nel caso di vendita del solo dispositivo.

3.2. Anche il secondo motivo è inammissibile.

Fermo quanto già detto in relazione al primo motivo, va rimarcato che la ricorrente non sembra cogliere la ratio decidendi.

La Corte di appello ha deciso di ricomprendere l’intera macchina Artiglio nella base di calcolo per la liquidazione del danno, sulla considerazione che l’accessorio sollevatore – frutto della contraffazione – pur vendibile separatamente, era abbinabile solo a detta macchina e ne costitutiva l’accessorio di maggior pregio per la funzione, tanto da essere reso “visibile” nell’immagine della macchina. La Corte territoriale ha sostanzialmente messo in luce che proprio il sollevatore era l’elemento distintivo della macchina Artiglio, tale da renderla appetibile, tanto che, spesso, era proposto come omaggio in modo da svolgere una funzione di traino per la vendita dell’intera macchina: su tale circostanza ha motivato la scelta di ricomprendere la macchina nella base di calcolo, anche se con la applicazione di royalties differenziate, più basse per la macchina, in ragione del fatto che il componente aveva un non elevato valore economico rispetto alla macchina.

La ricorrente prescinde da tale articolata e logica motivazione e sostanzialmente sollecita un inammissibile riesame del merito.

4. In conclusione il ricorso va dichiarato inammissibile.

La ricorrente va condannata alla rifusione delle spese di giudizio, nella misura liquidata in dispositivo.

Va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis (Cass. S.U. n. 23535 del 20/9/2019).

P.Q.M.

– Dichiara inammissibile il ricorso;

– Condanna la ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 14.000,00=, oltre Euro 200,00= per esborsi, spese generali liquidate forfettariamente nella misura del 15% ed accessori di legge;

– Dà atto, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 25 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 21 febbraio 2020

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