Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4716 del 14/02/2022

Cassazione civile sez. II, 14/02/2022, (ud. 09/11/2021, dep. 14/02/2022), n.4716

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – rel. Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 8597 – 2017 R.G. proposto da:

P.E., – c.f. (OMISSIS) – C.M., – c.f. (OMISSIS) –

elettivamente domiciliate in Roma, alla via Gregorio VII, n. 474,

presso lo studio dell’avvocato Guido Orlando, che disgiuntamente e

congiuntamente all’avvocato Pierluigi Pesce, le rappresenta e

difende in virtù di procura speciale su foglio allegato in calce al

ricorso.

– ricorrenti –

contro

S.G., – c.f. (OMISSIS) – elettivamente domiciliato in

Roma, alla via Marianna Dionigi, n. 29, presso lo studio

dell’avvocato Marina Milli, che disgiuntamente e congiuntamente

all’avvocato Maria Teresa Brini, lo rappresenta e difende in virtù

di procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1357-17.11/22.12.2016 della Corte d’Appello di

Genova;

udita la relazione nella camera di consiglio del 9 novembre 2021 del

consigliere Dott. Luigi Abete.

 

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO

1. Con atto ritualmente notificato S.G. citava a comparire dinanzi al Tribunale di Savona P.E. e C.M..

Premetteva che per il tramite dell’agenzia “GRU.SA. Immobiliare” aveva in data 4.10.2008 stipulato con le convenute preliminare di compravendita avente ad oggetto un piccolo appartamento al piano terra di una palazzina alla (OMISSIS), con annessi accessori e terreno di mq. 250,00; che il prezzo era stato pattuito in Euro 70.000,00 e che aveva versato alle promittenti venditrici la somma di Euro 15.000,00, di cui Euro 5.000,00 a titolo di caparra confirmatoria.

Indi esponeva che aveva ricevuto dal tecnico incaricato dalle convenute le planimetrie necessarie ai fini del frazionamento dell’immobile e del rilascio del certificato di abitabilità e nondimeno si era avveduto che la trasformazione interna non sarebbe stata confacente alle sue aspettative.

Chiedeva dichiarare la risoluzione del preliminare per inadempimento delle promittenti venditrici (cfr. ricorso, pag. 3) e condannare le medesime convenute alla restituzione della somma corrisposta a titolo di acconto, alla restituzione del doppio della caparra versata nonché al risarcimento dei danni tutti sofferti.

2. Si costituiva P.E..

Instava per il rigetto dell’avversa domanda.

Chiedeva, in riconvenzionale, dichiarare la risoluzione del preliminare per inadempimento del promissario acquirente, dichiarare il legittimo suo diritto di trattenere la somma percepita a titolo di caparra nonché condannare controparte al risarcimento dei danni tutti cagionati (cfr. ricorso, pag. 3).

3. Non si costituiva C.M..

4. Con sentenza n. 433/2011 il tribunale rigettava la domanda dell’attore, accoglieva la riconvenzionale della convenuta, dichiarava la risoluzione del preliminare per inadempimento del promissario acquirente, condannava il promissario acquirente al risarcimento del danno liquidato in Euro 7.250,00, condannava le convenute alla restituzione dell’acconto di Euro 10.000,00 ricevuto e compensava le spese di lite (cfr. sentenza d’appello, pag. 3).

5. Proponeva appello S.G..

Resisteva P.E.; proponeva appello incidentale.

Non si costituiva C.M..

6. Con sentenza n. 1357 dei 17.11/22.12.2016 la Corte d’Appello di Genova accoglieva in parte il gravame principale e, per l’effetto, dichiarava la risoluzione del preliminare per inadempimento delle promittenti venditrici, condannava in solido le promittenti venditrici alla restituzione della somma di Euro 10.000,00, quale doppio della caparra ricevuta, alla restituzione della somma di Euro 10.000,00, quale acconto sul prezzo ricevuto, ed alla corresponsione al promissario acquirente a titolo di risarcimento del danno della somma di Euro 2.520,00, quale importo da costui dovuto all’agenzia immobiliare, condannava altresì le promittenti venditrici alle spese del doppio grado.

7. Avverso tale sentenza hanno proposto ricorso P.E. e C.M.; ne hanno chiesto sulla scorta di tre motivi la cassazione con ogni conseguente statuizione anche in ordine alle spese di lite.

S.G. ha depositato controricorso; ha chiesto rigettarsi l’avverso ricorso con il favore delle spese.

8. Con il primo motivo le ricorrenti denunciano ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 l’omesso esame di fatti decisivi per il giudizio; ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. e degli artt. 115 e 116 c.p.c.

Deducono che la corte d’appello ha del tutto omesso l’esame della corrispondenza intercorsa tra le parti nei mesi di gennaio e febbraio 2009, ovvero della missiva delle promittenti venditrici del 21.1.2009 (erroneamente datata 21.2.2009), della missiva di risposta del promissario acquirente del 23.2.2009, dell’ulteriore missiva delle promittenti venditrici del 3.3.2009.

Deducono che la corte di merito non ha considerato che nella missiva del 23.2.2009 S.G. aveva dichiarato di recedere dal contratto in dipendenza del mancato rispetto del termine fissato per la stipula del rogito asseritamente reputato essenziale e che solo successivamente controparte ha sostenuto che l’immobile non fosse conforme alla normativa urbanistica.

Deducono che in ogni caso la perizia in data 2.4.2007 a firma del geometra N. dà conto della regolarità urbanistica dell’immobile promesso in vendita; che l’immobile non ha mai subito radicali trasformazioni; che controparte ha inteso obbligarsi all’acquisto dell’appartamento, quando ancora non era stato frazionato, consapevole che l’immobile, così come si dà atto nel preliminare, sarebbe stato da frazionare e giammai ha specificato quali fossero le sue esigenze e richieste.

Deducono quindi che la corte distrettuale ha recepito sic et simpliciter la ricostruzione dei fatti addotta dalla controparte e che nessun esito istruttorio giustifica l’impugnato dictum.

Deducono per altro verso che la corte territoriale ha errato a non ammettere l’articolata prova per testimoni.

9. Con il secondo motivo le ricorrenti denunciano ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1453 e 1455 c.c.

Deducono che la Corte di Genova non ha enunciato chiaramente le ragioni per le quali la condotta di esse promittenti venditrici costituisse inadempimento né ha dato conto della gravità dell’inadempimento ad esse ascritto.

10. Con il terzo motivo le ricorrenti denunciano ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c.

Deducono che la Corte genovese le ha condannate all’integrale pagamento delle spese del doppio grado, quantunque nella specie vi è stata parziale soccombenza correlata al rigetto del terzo motivo di appello.

11. Il primo motivo ed il secondo motivo di ricorso sono significativamente connessi; il che ne giustifica l’esame contestuale; ambedue i motivi comunque sono privi di fondamento e vanno respinti.

12. Innegabilmente, con ambedue i mezzi in disamina le ricorrenti censurano il giudizio “di fatto” cui Corte di Genova ha atteso sia ai fini dell’identificazione della parte resasi inadempiente agli obblighi assunti con il preliminare in data 4.10.2008 sia ai fini del riscontro della gravità dell’inadempimento ascritto alla parte reputata inottemperante agli obblighi convenzionalmente assunti (“la Corte di Appello di Genova, nel ricostruire i fatti del processo, con un percorso argomentativo e logico scollegato da qualsivoglia riscontro probatorio (…)”: così ricorso, pag. 15; “il Giudice di Appello ha aderito ad una ricostruzione dei fatti, palesemente pilotata ed orchestrata a posteriori dal sig. S. (…)”: così ricorso, pag. 19; “il Giudice di prime cure ha compreso perfettamente la situazione (…)”: così ricorso, pag. 24).

Del resto, questa Corte spiega che, nei contratti con prestazioni corrispettive, ai fini della pronuncia di risoluzione per inadempimento in caso di inadempienze reciproche, il giudice di merito è tenuto a formulare un giudizio di comparazione in merito al comportamento complessivo delle parti, al fine di stabilire quale di esse, in relazione ai rispettivi interessi ed all’oggettiva entità degli inadempimenti, si sia resa responsabile delle violazioni maggiormente rilevanti e causa del comportamento della controparte e della conseguente alterazione del sinallagma contrattuale; e che siffatto giudizio è incensurabile in sede di legittimità, se congruamente motivato, recte, al cospetto del novello dettato dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 incensurabile in sede di legittimità se non vi è stato omesso esame circa fatto decisivo e controverso (cfr. Cass. 9.6.2010, n. 13840; Cass. 16.9.1991, n. 9619).

E spiega, ulteriormente, che, in materia di responsabilità contrattuale, la valutazione della gravità dell’inadempimento ai fini della risoluzione di un contratto a prestazioni corrispettive, ai sensi dell’art. 1455 c.c., costituisce questione “di fatto”, la cui valutazione è rimessa al prudente apprezzamento del giudice del merito, risultando insindacabile in sede di legittimità ove sorretta da motivazione congrua ed immune da vizi logici e giuridici (cfr. Cass. 30.3.2015, n. 6401), recte, al cospetto del novello dettato dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 insindacabile in sede di legittimità se non vi è stato omesso esame circa fatto decisivo e controverso.

13. In questo quadro si reputa quanto segue.

In primo luogo, entrambi i motivi in disamina si qualificano esclusivamente in rapporto alla previsione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (e’ propriamente la previsione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 che concerne l’accertamento e la valutazione dei fatti rilevanti ai fini della decisione della controversia: cfr. Cass. sez. un. 25.11.2008, n. 28054).

In secondo luogo, nel solco, appunto, della novella formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 e nel segno della pronuncia n. 8053 del 7.4.2014 delle sezioni unite di questa Corte, è da escludere recisamente che taluna delle figure di “anomalia motivazionale” destinate ad acquisire significato alla luce della pronuncia a sezioni unite teste’ menzionata, possa scorgersi in relazione alle motivazioni cui la corte di merito ha ancorato il suo dictum.

14. Più esattamente, con riferimento al paradigma della motivazione “apparente” – che ricorre allorquando il giudice di merito non procede ad una approfondita disamina logico/giuridica, tale da lasciar trasparire il percorso argomentativo seguito (cfr. Cass. 21.7.2006, n. 16672) – la corte distrettuale ha compiutamente ed intellegibilmente esplicitato il proprio iter argomentativo.

In particolare, la corte territoriale ha evidenziato che, dal raffronto delle planimetrie allegate dall’appellante principale e non contestate ex adverso, riproducenti, l’una, lo stato dell’alloggio al momento della stipula del preliminare, l’altra, lo stato dell’alloggio successivo alla pratica di frazionamento – resasi necessaria per rendere abitabile l’immobile – si aveva riscontro per tabulas del pregiudizio lamentato dal promissario acquirente, “relativo all’accesso al giardino attraverso i servizi igienici a seguito della realizzazione del frazionamento” (così sentenza d’appello, pag. 5); che tale situazione, per nulla rappresentata all’appellante principale al momento della stipula del preliminare, comportava una modifica sostanziale del bene promesso in vendita, idonea a giustificare il venir meno dell’interesse all’acquisto da parte del promissario acquirente.

Ed ha evidenziato ancora che a fronte di tali risultanze appariva del tutto superflua l’ammissione della prova testimoniale; che d’altronde nel preliminare le promittenti venditrici avevano fatto un riferimento del tutto generico alla necessità del frazionamento, adempimento, quest’ultimo, prodromico al rilascio dell’abitabilità (cfr. sentenza d’appello, pagg. 5 – 6).

15. Innegabilmente, per altro verso, con i mezzi in disamina le ricorrenti si dolgono per l’asserita omessa, erronea valutazione delle risultanze di causa (“mai e poi mai il sig. S. dava atto in tale lettera di non essere interessato all’immobile per una modifica interna dello stesso”: così ricorso, pag. 18; la Corte di Genova ha “fondato la propria decisione sulle planimetrie prodotte in atti, di per sé neutre, senza attribuire alcun rilievo alla effettiva volontà delle parti espressa nei documenti prodotti in giudizio”: così ricorso, pag. 19; “dal corretto esame del costituto processuale (…) risultava provata la tesi sostenuta dalle sig.re P. e C.”: così ricorso, pag. 20; “l’esame attento ed approfondito di tali documenti avrebbe consentito alla Corte d’Appello di Genova di giungere ad una soluzione della vicenda totalmente differente da quella presa”: così ricorso, pag. 25).

E tuttavia l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (cfr. Cass. (ord.) 29.10.2018, n. 27415).

Analogamente, il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito non dà luogo ad alcun vizio denunciabile con il ricorso per cassazione, non essendo inquadrabile nel paradigma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, né in quello del precedente n. 4, disposizione che – per il tramite dell’art. 132 c.p.c., n. 4 – dà rilievo unicamente all’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante (cfr. Cass. 10.6.2016, n. 11892).

16. Ulteriormente, si impongono (in rapporto agli “errores” denunciati nelle rubriche del primo e del secondo mezzo) i rilievi che seguono.

17. Innanzitutto, in materia di ricorso per cassazione, la violazione dell’art. 115 c.p.c. può essere dedotta come vizio di legittimità solo denunciando che il giudice ha dichiarato espressamente (il che non è nel caso di specie) di non dover osservare la regola contenuta nella norma, ovvero ha giudicato (il che non è nel caso di specie) sulla base di prove non introdotte dalle parti, ma disposte di sua iniziativa fuori dei poteri officiosi riconosciutigli, e non anche che il medesimo, nel valutare le prove proposte dalle parti, ha attribuito maggior forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre (cfr. Cass. 10.6.2016, n. 11892; Cass. sez. lav. (ord.) 27.12.2016, n. 27000; Cass. (ord.) 17.1.2019, n. 1229; Cass. sez. un. 20.9.2020, n. 20867 (Rv. 659037-01)).

Altresì, in tema di ricorso per cassazione, la violazione dell’art. 116 c.p.c., norma che sancisce il principio della libera valutazione delle prove, salva diversa previsione legale, è idonea ad integrare il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 4 solo quando il giudice di merito disattenda (il che non è nel caso di specie) tale principio in assenza di una deroga normativamente prevista, ovvero, all’opposto, valuti secondo prudente apprezzamento una prova o risultanza probatoria soggetta ad un diverso regime (cfr. Cass. 10.6.2016, n. 11892; Cass. sez. lav. (ord.) 27.12.2016, n. 27000; Cass. (ord.) 17.1.2019, n. 1229; Cass. sez. un. 20.9.2020, n. 20867 (Rv. 659037-02)).

Inoltre, in tema di ricorso per cassazione, la violazione dell’art. 2697 c.c. si configura soltanto nell’ipotesi in cui il giudice abbia (il che non è nel caso di specie) attribuito l’onere della prova ad una parte diversa da quella su cui esso avrebbe dovuto gravare secondo le regole di scomposizione delle fattispecie basate sulla differenza tra fatti costitutivi ed eccezioni e non invece laddove oggetto di censura sia la valutazione che il giudice abbia svolto delle prove proposte dalle parti (cfr. Cass. 29.5.2018, n. 13395; Cass. (ord.) 23.10.2018, n. 26769; Cass. sez. lav. 19.8.2020, n. 17313; Cass. 5.9.2006, n. 19064).

Ancora, in tema di risoluzione contrattuale per inadempimento, la valutazione, ai sensi e per gli effetti dell’art. 1455 c.c., della non scarsa importanza dell’inadempimento deve ritenersi implicita, ove l’inadempimento stesso si sia verificato con riguardo alle obbligazioni primarie ed essenziali del contratto, ovvero quando, dal complesso della motivazione, emerga (e’ il caso di specie) che il giudice lo abbia considerato tale da incidere in modo rilevante sull’equilibrio negoziale (cfr. Cass. 28.10.2011, n. 22521; Cass. 17.8.2011, n. 17328).

18. Da ultimo, sotto altro profilo, si rimarca che il vizio di motivazione per omessa ammissione della prova testimoniale o di altra prova può essere denunciato per cassazione solo nel caso in cui esso investa un punto decisivo della controversia e, quindi, ove la prova non ammessa o non esaminata in concreto sia idonea a dimostrare circostanze tali da invalidare, con un giudizio di certezza e non di mera probabilità, l’efficacia delle altre risultanze istruttorie che hanno determinato il convincimento del giudice di merito, di modo che la ratio decidendi risulti priva di fondamento (cfr. Cass. (ord.) 17.6.2019, n. 16214; Cass. (ord.) 7.3.2017, n. 5654).

Ebbene, su tale scorta, è da escludere che la prova testimoniale avrebbe potuto incrinare con tutta certezza i rilievi, congrui, esaustivi ed ineccepibili, ai quali la corte territoriale ha correlato il suo dictum.

19. Il terzo motivo di ricorso del pari va respinto.

20. E’ sufficiente reiterare l’insegnamento secondo cui, in tema di regolamento delle spese processuali, il sindacato della Corte di cassazione è limitato ad accertare che non risulti violato il principio secondo il quale le spese non possono essere poste a carico della parte totalmente vittoriosa; pertanto, esula da tale sindacato e rientra nel potere discrezionale del giudice di merito la valutazione dell’opportunità di compensare in tutto o in parte le spese di lite, e ciò sia nell’ipotesi di soccombenza reciproca, sia nell’ipotesi di concorso di altri giusti motivi (cfr. Cass. 19.6.2013, n. 15317; Cass. (ord.) 17.10.2017, n. 24502; Cass. 11.11.1996, n. 9840, ove si aggiunge che è inammissibile il motivo di ricorso per cassazione con il quale si contesti il provvedimento del giudice che abbia posto l’onere delle spese a carico totale della parte pur non totalmente soccombente).

21. In dipendenza del rigetto del ricorso le ricorrenti vanno in solido condannate a rimborsare al controricorrente le spese del presente giudizio di legittimità. La liquidazione segue come da dispositivo.

22. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte delle ricorrenti con vincolo solidale di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna in solido le ricorrenti, P.E. e C.M., a rimborsare al controricorrente, S.G., le spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano nel complesso in Euro 3.700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre rimborso forfetario delle spese generali nella misura del 15%, i.v.a. e cassa come per legge; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte delle ricorrenti, con vincolo solidale, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso ai sensi dell’art. 13, comma 1 bis D.P.R. cit., se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sez. seconda civ. della Corte Suprema di Cassazione, il 9 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 14 febbraio 2022

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