Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4707 del 23/02/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 23/02/2017, (ud. 20/01/2017, dep.23/02/2017),  n. 4707

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RAGONESI Vittorio – Presidente –

Dott. CRISTIANO Magda – rel. Consigliere –

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – Consigliere –

Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 6632-2014 proposto da:

P.A., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso

la CASSAZIONE, rappresentata e difesa dagli avvocati FLORINDA

FERRANTE e RENATO ANTONELLI, giusta procura speciale in calce al

ricorso;

– ricorrenti –

contro

FALLIMENTO DI (OMISSIS) s.r.l., in persona del Curatore,

elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la

CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato LUIGI CORONELLA

giusta procura speciale a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3228/2013 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI, del

19/07/2013 depositata l’11/09/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 20/01/2017 dal Consigliere Relatore Dott. MAGDA

CRISTIANO.

Fatto

FATTO E DIRITTO

1) La Corte d’appello di Napoli ha accolto l’appello proposto dal Fallimento della (OMISSIS) s.r.l., dichiarato l’11.1.94, avverso la sentenza di primo grado ed, in riforma della decisione, ritenuta fondata la domanda ex art. 67, comma 1, n. 1 L. Fall., proposta dall’appellante contro P.A., ha dichiarato inefficace nei confronti della massa dei creditori l’atto a rogito del notaio F. del (OMISSIS), trascritto il 23.11.92, con il quale la società poi fallita aveva venduto alla P. una villetta sita nel comune di (OMISSIS).

La corte del merito, premesso che il primo giudice aveva respinto la domanda in quanto il Fallimento non aveva prodotto la sentenza dichiarativa e, pertanto, non aveva provato che l’atto fosse stato trascritto nel biennio anteriore all’apertura della procedura concorsuale, ha affermato che la circostanza, espressamente dedotta dall'(allora) attore e mai contestata dall'(allora) convenuta (che anzi si era difesa sostenendo che la vendita era stata stipulata il 14.5.90) doveva ritenersi incontroversa fra le parti; ha, comunque, dichiarato ammissibile, ai sensi dell’art. 345 c.p.c., la produzione della copia della sentenza dichiarativa effettuata nel grado dall’appellante; nel merito, infine, ha ritenuto provata la ricorrenza del presupposto oggettivo dell’azione.

La sentenza, pubblicata il 14.9.013, è stata impugnata da P.A. con ricorso per cassazione affidato a tre motivi, cui il Fallimento della (OMISSIS) ha resistito con controricorso.

Entrambe le parti hanno ricevuto tempestiva notificazione della proposta e del decreto di cui all’art. 380 bis c.p.c..

2) Con i primi due motivi la ricorrente sostiene che il giudice d’appello ha erroneamente applicato al giudizio (introdotto nell’ormai lontano 1998) il nuovo testo dell’art. 115 c.p.c., ritenendo incontroversa la ricorrenza del requisito temporale dell’azione, integrante un fatto costitutivo che il Fallimento aveva l’onere di provare, solo perchè ella non l’aveva specificamente contestata, ancorchè dalle sue difese non potesse desumersi che l’aveva espressamente riconosciuta.

I motivi, che possono essere congiuntamente esaminati, sono manifestamente infondati.

La corte del merito, infatti, lungi dall’applicare il nuovo testo dell’art. 115 c.p.c., ha ritenuto, con motivazione congrua e logica- che pertanto non può formare oggetto di sindacato nella presente sede di legittimità – che la ricorrenza del presupposto temporale dell’azione fosse incontroversa fra le parti non solo perchè il Fallimento l’aveva espressamente enunciata senza che P. sollevasse a riguardo alcuna contestazione, ma perchè le difese della convenuta, volte a far retroagire di circa un anno il trasferimento dell’immobile rispetto alla data del rogito proprio al fine di escludere che la compravendita ricadesse nel biennio sospetto, comportavano implicito riconoscimento della circostanza.

3) Resta assorbito il terzo mezzo, con il quale P., lamentando violazione dell’art. 345 c.p.c. oltre che vizio di motivazione, contesta che la sentenza dichiarativa del fallimento potesse essere prodotta in giudizio in grado d’appello e lamenta che la corte del merito non abbia in alcun modo esplicitato i motivi per i quali l’ha ritenuta documento indispensabile alla decisione: la ricorrente è infatti priva di interesse a veder esaminata la censura, che- inerendo alla seconda delle ragioni sulle quali il giudice del gravame ha fondato la decisione- quand’anche fondata, non potrebbe condurre alla cassazione della sentenza impugnata, che rimarrebbe sorretta dall’altra ragione, investita dalle censure dichiarate inammissibili.

Le spese del giudizio seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali, che liquida in Euro 4.100, di cui Euro 100 per esborsi, oltre rimborso forfetario e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

Così deciso in Roma, il 20 gennaio 2017.

Depositato in Cancelleria il 23 febbraio 2017

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