Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4705 del 21/02/2020

Cassazione civile sez. VI, 21/02/2020, (ud. 07/11/2019, dep. 21/02/2020), n.4705

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. CASADONTE Anna Maria – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 31009-2018 proposto da:

P.P., rappresentato e difeso dall’Avvocato VINCENZO

D’AMBROSIO ed elettivamente domiciliato a Battipaglia, via Istria

19/H, per procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

COOPERATIVA di MUTUALITA’ DEI DUE PRINCIPATI A R.L. In LIQUIDAZIONE

COATTA AMMINISTRATIVA

– intimata –

avverso la sentenza n. 560/2018 della CORTE D’APPELLO DI SALERNO,

depositata il 26/4/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 7/11/2019 dal Consigliere DONGIACOMO GIUSEPPE.

Fatto

FATTI DI CAUSA

P.P. ha proposto opposizione avvero il decreto con il quale il tribunale di Salerno gli ha ingiunto il pagamento della somma di Euro 8.156,27 in favore della cooperativa di mutualità dei Due Principati a r.l. in virtù di un finanziamento della stessa concesso.

L’opponente ha eccepito, innanzitutto, l’inesistenza del contratto di finanziamento ed, a seguito del suo deposito, ha disconosciuto la relativa sottoscrizione.

Espletata consulenza tecnica d’ufficio per accertare l’autenticità della sottoscrizione, il consulente ha concluso per l’autografia della stessa.

Il tribunale, con sentenza del 10/9/2009, ha, quindi, rigettato l’opposizione.

L’opponente ha proposto appello con il quale ha dedotto la mancata prova della materiale erogazione del finanziamento da parte della cooperativa opposta.

La corte d’appello di Salerno, con la sentenza in epigrafe, ha rigettato l’appello ed ha, per l’effetto, confermato la decisione impugnata.

La corte, in particolare, ha evidenziato che: – la cooperativa aveva prodotto copia del piano finanziario del 25/6/1992, relativo al prestito di Lire 10.000.000 concesso, riportante, oltre alle firme del P., le rate che lo stesso avrebbe dovuto pagare; – la cooperativa aveva allegato una lettera, inviata al P., con la quale aveva reclamato il mancato pagamento di rate scadute (dalla n. 12 del 25/6/1993 alla n. 21 del 25/3/1994); – rispetto a tale missiva nessuna contestazione è stata formulata: nè con riferimento alla sua ricezione, nè con riferimento all’an ed al quantum della somma richiesta, con la conseguenza che, se le rate precedenti a quelle scadute erano state versate dal P. in adempimento degli obblighi assunti, se ne deve dedurre che l’intero importo del finanziamento gli era stato consegnato.

La corte, poi, ha osservato che il P., sottoscrivendo l’atto di accettazione delle norme regolatrici del finanziamento, aveva confermato di aver maternamente ricevuto l’importo concesso, rilasciando, addirittura, una cambiale in bianco a garanzia della relativa restituzione.

La corte, in definitiva, ha ritenuto che, attraverso una serie di atti non contestati e comunque non più contestabili, era stata dimostrata la traditio del denaro.

P.P., con ricorso notificato il 22/10/2018, ha chiesto, per un motivo, la cassazione della sentenza, dichiaratamente non notificata.

La resistente è rimasta intimata.

Il ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.1. Con l’unico motivo che ha articolato, il ricorrente, lamentando la violazione e la falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. e dell’art. 115 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello ha ritenuto che era stata dimostrata la materiale erogazione del finanziamento.

1.2. Così facendo, però, ha osservato il ricorrente, la corte d’appello non ha considerato che, in realtà, il P. ha sempre negato di aver ricevuto la somma di Lire 10.000.000 e che, in ogni caso, ha assunto un comportamento incompatibile con le deduzioni avversarie. Spettava, dunque, alla società resistente l’onere di fornire la prova di aver consegnato la predetta somma.

1.3. La corte d’appello, invece, ha proseguito il ricorrente, ha ritenuto che la prova della traditio del denaro, oggetto della richiesta di restituzione, emergesse da una serie di atti non contestati, laddove, al contrario, tali atti non hanno alcuna rilevanza, sia perchè sono incompatibili con la posizione processuale assunta dal P. sin dall’inizio, sia perchè lo stesso, quale socio della s.n.c. CA’ NOVA di D.G.A. & C., come risulta dagli atti del fallimento n. 174 del 1992, era stato dichiarato fallito dal tribunale di Salerno, con la conseguenza che, fino alla chiusura di tale fallimento con decreto del 23/4/2009, l’intera corrispondenza a lui diretta, ai sensi della L. Fall., art. 48, è stata consegnata dall’Ufficio Postale direttamente al curatore.

2. Il motivo è inammissibile. Il ricorrente, infatti, pur denunciando la violazione di norme di legge sostanziale o processuale, lamenta, in sostanza, la valutazione delle prove raccolte in giudizio da parte del giudice di merito la quale, com’è noto, non è censurabile in sede di legittimità. La valutazione degli elementi istruttori costituisce, infatti, un’attività riservata in via esclusiva all’apprezzamento discrezionale del giudice di merito, le cui conclusioni in ordine alla ricostruzione della vicenda fattuale non sono sindacabili in cassazione (Cass. n. 11176 del 2017, in motiv.). Nel quadro del principio, espresso nell’art. 116 c.p.c., di libera valutazione delle prove (salvo che non abbiano natura di prova legale), invero, il giudice civile ben può apprezzare discrezionalmente gli elementi probatori acquisiti e ritenerli sufficienti per la decisione, attribuendo ad essi valore preminente e così escludendo implicitamente altri mezzi istruttori richiesti dalle parti ed il relativo apprezzamento non è sindacabile in sede di legittimità salvo che, a norma dell’art. 360 c.p.c., n. 5, nella specie neppure invocato, per omesso esame di un fatto decisivo. In effetti, non è compito di questa Corte quello di condividere o non condividere la ricostruzione dei fatti contenuta nella decisione impugnata, nè quello di procedere ad una rilettura degli elementi di fatto posti fondamento della decisione, al fine di sovrapporre la propria valutazione delle prove a quella compiuta dai giudici di merito (Cass. n. 3267 del 2008).

3. L’inammissibilità del motivo comporta l’inammissibilità dello stesso ricorso.

4. Nulla per le spese di lite, non avendo la resistente svolto alcuna attività difensiva.

5. La Corte dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per la stessa impugnazione, a norma dell’art. 13, comma 1-bis, cit., se dovuto.

PQM

La Corte così provvede: dichiara l’inammissibilità del ricorso; dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per la stessa impugnazione, a norma dell’art. 13, comma 1-bis, cit., se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sesta Sezione Civile – 2, il 7 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 21 febbraio 2020

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