Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4699 del 28/02/2018


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile, sez. I, 28/02/2018, (ud. 27/09/2017, dep.28/02/2018),  n. 4699

Fatto

1. – Con sentenza del 29 novembre 2012 la Corte d’appello di Napoli ha respinto l’appello proposto da Ansaldo STS S.p.A. nei confronti del Fallimento (OMISSIS) S.p.A. contro la sentenza con cui il Tribunale di Napoli aveva respinto l’istanza di insinuazione al passivo avanzata da tale società per il complessivo importo di Lire 5.096.827.393, credito in tesi maturato, in breve, a causa della inesecuzione o cattiva esecuzione di lavori, i cui costi erano ricaduti su essa attrice, affidati alla società fallita nel quadro di un’associazione temporanea d’impresa costituita anche da Ansaldo STS S.p.A. e da (OMISSIS) S.p.A. per l’esecuzione in appalto dei lavori di costruzione della linea ferroviaria Caserta-Foggia.

Ha ritenuto la Corte d’appello che i pochi documenti di data certamente anteriore al fallimento della (OMISSIS) S.p.A. prodotti in giudizio per provare la sussistenza e l’entità della pretesa creditoria vantata non fossero sufficienti per stabilire se ed in che misura i costi di cui Ansaldo STS S.p.A. chiedeva il rimborso fossero effettivamente addebitabili alla società fallita e si riferissero proprio ai lavori che quest’ultima avrebbe dovuto eseguire e non aveva eseguito ovvero aveva mal eseguito, ovvero a materiali acquistati per conto di essa e pagati dalla pretesa creditrice.

2 – Per la cassazione della sentenza Ansaldo STS S.p.A. ha proposto ricorso affidato ad un motivo.

Il Fallimento (OMISSIS) S.p.A. ha resistito con controricorso illustrato da memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Il ricorso contiene un solo articolato motivo con cui la società ricorrente ha denunciato: “Violazione, sotto il profilo proprio della scorretta e/o falsa applicazione di norma di legge. Conseguente vizio di motivazione. Art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5 in connessione con gli artt. 1703,1704 e 1713 c.c. e artt. 113,115 e 116 c.p.c., in riferimento al D.Lgs. 19 dicembre 1991, n. 406, artt. 22,23 e 25. Subordinata possibile violazione degli artt. 1362 e 2727 c.c.”.

Il composito motivo è in breve volto a contrastare l’affermazione contenuta nella sentenza impugnata, secondo cui l’attrice-appellante Ansaldo STS S.p.A. non avrebbe provato an e quantum del credito fatto valere in sede di insinuazione al passivo. Si sostiene in particolare:

-) che l’associazione temporanea di imprese prevista dal D.Lgs. n. 406 del 1991 dà luogo al sorgere tra le imprese riunite di un rapporto di mandato destinato a sciogliersi, nei confronti della fallita, in caso di fallimento di una mandante, con la conseguenza che la mandataria è tenuta ai sensi della regola generale stabilita dall’art. 1713 c.c. nonchè dell’art. 23 citato D.Lgs., a chiudere i conti aperti con essa, determinando il saldo tra il dare e l’avere alla data del fallimento;

-) che, conseguentemente, la determinazione di tale saldo richiedeva la verifica della esatta esecuzione dei lavori nonchè l’inventario dei materiali forniti ovvero mancanti, sicchè la appostazione e fatturazione degli importi a debito e a credito non poteva che essere successiva anche di molti mesi alla data del fallimento;

-) che, conseguentemente, la Corte d’appello, nell’affermare che i pochi documenti prodotti aventi data certamente anteriore al fallimento non sarebbero stati sufficienti a stabilire se ed in che misura i costi fossero stati effettivamente addebitabili alla società fallita, sarebbe incorsa in scorretta e/o falsa applicazione delle norme sul mandato indicate in rubrica, errore consistito in ciò, che, di fronte ad un’associazione temporanea di imprese, non aveva rilevato che i lavori riconducibili alla società fallita corrispondevano esattamente alle opere ad essa appaltate, pari al 14% dell’importo del contratto, e, pure a fronte delle numerose contestazioni mosse e non impugnate che ne specificavano quantità e costi, non aveva valutato le appostazioni che si riscontravano dai molteplici documenti prodotti di data successiva al fallimento, incorrendo così in violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c.;

-) che, così procedendo, il giudice del merito aveva posto in essere un errore motivazionale strettamente connesso alla denunciata incoerente applicazione delle norme invocate, dal momento che non si era pronunciato sui documenti successivi alla data del fallimento così da dar luogo alla violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5 che consentirebbe alla Corte di cassazione il controllo sulla sentenza impugnata sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico-formale, tanto più che i documenti successivi al fallimento trovavano riscontro in documenti anteriori ad esso, concernenti contestazione rivolte a (OMISSIS) S.p.A..

Si soggiunge inoltre:

-) a pagina 8 del ricorso che la Corte distrettuale, nell’escludere dall’esame critico i documenti di data successiva al fallimento, non avrebbe seguito alcun apprezzabile criterio logico argomentativo, non avendo affatto indicato le ragioni tali da determinare il convincimento espresso in sentenza, se non in funzione di una generica affermazione di irrilevanza del quadro probatorio, che però non aveva subito alcuna disamina logico-giuridica finalizzata a far trasparire il percorso argomentativo seguito;

-) alla fine del ricorso che il rigetto della Corte d’appello potrebbe celare il bisogno di una diversa prova “che però non è stata richiesta, nè poteva essere pretesa dalla corte d’appello, per mancanza di contestazione proveniente da controparte sulla veridicità del rendiconto e dei documenti. Per altro una tale richiesta contrasterebbe con il disposto degli artt. 1362 e 2727 c.c.”.

2. – Il ricorso va accolto nei limiti che seguono.

Com’è noto, la violazione dell’art. 115 c.p.c., tra l’altro denunciata dalla società ricorrente, può essere dedotta come vizio di legittimità non in riferimento all’apprezzamento delle risultanze probatorie operato dal giudice di merito, ma solo sotto due profili: qualora il medesimo, esercitando il suo potere discrezionale nella scelta e valutazione degli elementi probatori, ometta di valutare le risultanze di cui la parte abbia esplicitamente dedotto la decisività, salvo escluderne in concreto, motivando sul punto, la rilevanza; ovvero quando egli ponga alla base della decisione fatti che erroneamente ritenga notori o la sua scienza personale (Cass. 11 ottobre 2016, n. 20382).

Nel caso in esame, come si è già detto, la Corte d’appello ha esclusivamente preso in considerazione – peraltro senza neppure identificarli, sicchè non riesce ad intendersi a cosa abbia inteso con precisione riferirsi – “i pochi documenti di data certamente anteriore al fallimento della (OMISSIS) S.p.A.”, mentre ha totalmente – e parrebbe programmaticamente – omesso di scrutinare tutta la documentazione successiva alla dichiarazione di fallimento, quantunque l’esigenza di regolare i conti tra mandataria e mandante fosse sorta soltanto con la dichiarazione di fallimento, e gli stessi interventi operati da Ansaldo STS S.p.A. sulle opere ineseguite o male eseguite da (OMISSIS) S.p.a. fossero per lo più e non potessero essere che successivi a tale data.

Si versa in definitiva in una situazione in cui il giudice del merito è totalmente venuto meno al proprio compito di porre a fondamento della decisione le prove offerte dalle parti, in relazione ai caratteri della fattispecie dedotta in giudizio.

La sentenza impugnata va dunque cassata e rinviata alla Corte d’appello di Napoli in diversa composizione, che provvederà al debito scrutinio del materiale probatorio offerto dalle parti ed altresì al riparto delle spese di questo giudizio di legittimità.

P.Q.M.

accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia anche per le spese di questo giudizio di legittimità alla Corte d’appello di Napoli in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione prima civile, il 27 settembre 2017.

Depositato in Cancelleria il 28 febbraio 2018

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA