Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4687 del 25/02/2011

Cassazione civile sez. lav., 25/02/2011, (ud. 02/02/2011, dep. 25/02/2011), n.4687

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROSELLI Federico – Presidente –

Dott. STILE Paolo – Consigliere –

Dott. IANNIELLO Antonio – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – rel. Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 27585-2007 proposto da:

POSTE ITALIANE S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PO 25/B, presso lo

studio dell’avvocato GIAMMARIA PIERLUIGI, che la rappresenta e

difende, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

R.V.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 976/2006 della CORTE D’APPELLO di POTENZA,

depositata il 06/12/2006 R.G.N. 549/06;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

02/02/2011 dal Consigliere Dott. ROSSANA MANCINO;

udito l’Avvocato GENTILE GIOVANNI per delega GIAMMARIA PIERLUIGI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

BASILE TOMMASO che ha concluso per l’inammissibilità, in subordine

rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Con sentenza del 6 dicembre 2006, notificata il 6 settembre 2007, la Corte d’Appello di Potenza respingeva il gravame svolto da Poste italiane spa, in persona del legale rappresentante pro-tempore, contro la sentenza di primo grado che aveva dichiarato l’illegittimità del licenziamento intimato dalla società a R.V. con l’addebito di aver, in occasione dell’aggiudicazione di un alloggio dell’ente Poste, falsamente dichiarato, nella domanda di assegnazione, di non possedere immobili di proprietà.

2. La Corte territoriale puntualizzava che, fin dalle prime difese espletate all’esito della contestazione disciplinare, il lavoratore aveva sempre sostenuto di aver male interpretato il bando di gara e di aver prodotto documentazione da cui risultava la proprietà di altro immobile; di non trovarsi, insieme alla moglie gravemente ammalata, in buone condizioni di salute (tutte circostanze incontestate); di aver ritenuto sufficiente, ai fini dell’assegnazione dell’alloggio, l’indisponibilità di un immobile adeguato alle esigenze del nucleo familiare, inadeguatezza che connotava l’alloggio di sua proprietà in considerazione della grave malattia della coniuge.

3. La Corte territoriale a sostegno del decisum, riteneva:

– non ravvisabile un notevole inadempimento del lavoratore tale da compromettere irrimediabilmente il vincolo fiduciario, avuto riguardo al contesto fattuale che rendeva verosimile un errore sul fatto su cui era caduta la dichiarazione mendace e all’assenza di mancanze nella pregressa attività lavorativa;

conoscibile l’errore, da parte del datore di lavoro, usando la normale diligenza;

– non collegabili fatto e mansioni, essendo queste ultime meramente esecutive;

– infine, non vincolante, per il giudice, la previsione contrattuale collettiva contemplante un’ipotesi di giusta causa di licenziamento;

giudice tenuto, comunque, a verificare la conformità della previsione alla nozione codicistica di giusta causa e l’entità del fatto addebitato in ossequio al principio di ragionevolezza e proporzionalità.

4. Avverso l’anzidetta sentenza della Corte territoriale, Poste italiane spa, in persona del legale rappresentante pro-tempore, ha proposto ricorso per cassazione fondato su due motivi, illustrato con memoria. Non si è costituito l’intimato.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

5. Con il primo motivo di ricorso la ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 2697, 2104, 1175 e 1375 c.c. e omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia, formulando il quesito di diritto con il quale chiede alla Corte di dire se l’eventuale errore nell’interpretazione del bando di gara per l’assegnazione di un alloggio di servizio sia rilevante al fine di escludere la responsabilità del lavoratore per le dichiarazioni false rese in occasione della domanda di partecipazione, e se spetti al lavoratore l’onere della prova della concreta sussistenza e rilevanza dell’errore nella dichiarazione falsa ovvero al datore di lavoro l’onere di attivarsi per accertare la veridicità delle dichiarazioni rese dal lavoratore medesimo.

6. Col secondo motivo la ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 34 CCNL del 1994 per dipendenti postali e degli artt. 1362, 1455 e 2119 c.c. e formula il quesito di diritto con il quale chiede alla Corte di dire se la dichiarazione falsa resa dal lavoratore, finalizzata ad ottenere l’assegnazione di un alloggio di servizio, sia idonea a legittimare il recesso del datore di lavoro, senza preavviso, ai sensi della normativa di cui all’art. 34 CCNL Poste 1994 e dell’art. 2119 c.c..

7. Con la memoria presentata ai sensi dell’art. 378 c.p.c. la ricorrente chiede di essere rimessa in termine per rinotificare il ricorso per cassazione, premesso di aver tempestivamente tentato, entro l’anno ex art. 327 c.p.c., nel testo, applicabile ratione temporis, anteriore alle modifiche introdotte dalla L. n. 69 del 2009, la notificazione dell’atto di impugnazione presso l’avvocato domiciliatario della controparte, ma di non essere riuscita nel tentativo per una causa ad essa non imputabile e, precisamente, per un errore dell’ufficiale giudiziario (recte, dell’ufficiale postale), che) nella cartolina di ritorno della ricevuta, aveva apposto la dicitura “destinatario sconosciuto”. La ricorrente documenta che, in realtà, quello da essa indicato era il vero indirizzo dell’ avvocato domiciliatario. Il tentativo non riuscito risale al 2 novembre 2007 (la sentenza impugnata, pubblicata il 6 dicembre 2006 è stata notificata il 6 settembre 2007) e la ricorrente chiede ora, nella memoria ex art. 378 c.p.c., di essere rimessa in termine per rinotificare il ricorso per cassazione.

8. La Corte ritiene di non poter dar corso a tale richiesta per i motivi che seguono.

9. Le Sezioni Unite di questa Corte, con sentenza 24 luglio 2009, n. 17352 hanno enunciato, in tema di notificazione degli atti processuali, il principio secondo cui; qualora la notificazione dell’atto, da effettuare entro un termine perentorio, non si concluda positivamente per circostanze non imputabili al richiedente, questi ha l’onere – anche per il principio della ragionevole durata del processo, atteso che remissione di un provvedimento giudiziale con la fissazione di un nuovo termine perentorio allungherebbe i termini del giudizio – di chiedere all’ufficiale giudiziario la ripresa del procedimento notificatorio e, ai fini del rispetto del termine, la conseguente notificazione avrà effetto dalla data iniziale di attivazione del procedimento, sempre che la ripresa del medesimo sia avvenuta entro un termine ragionevolmente contenuto, tenuti presenti i tempi necessari, secondo la comune diligenza, per conoscere l’esito negativo della notificazione e per assumere le informazioni ulteriori.

10. Il principio, già affermato da Cass., 12 marzo 2008, n. 6547 e 15 aprile 2008, n. 9907, è stato, poi, confermato anche, fra le altre, dalla Sezione tributaria della Corte, sentenza 15 gennaio 2010 nn.581 e 586, dalla terza Sezione, con sentenza 15 aprile 2010 n. 9046 e da questa Sezione, con sentenze 22 marzo 2010 n. 6846 e 13 ottobre 2010, n. 21154.

11. Ciò premesso, il dovere di fedeltà della Corte ai propri precedenti e il dovere del Giudice di conformarsi alla regola di speditezza sancita dall’art. 111 Cost., comma 2, inducono il Collegio ad escludere che della concessione di un nuovo termine perentorio per notificare l’impugnazione possa giovarsi la parte ricorrente che, fallito il tentativo di notificazione del ricorso in cassazione, sia rimasta inerte per ben oltre un triennio.

12. La ricorrente fonda, invero, la richiesta di rimessione in termini sull’inapplicabilità del principio enunciato nel 2009 dalle Sezioni unite ad un fatto precedente, sul presupposto che le comminatorie di decadenze processuali non possano avere efficacia retroattiva.

13. La tesi della ricorrente parte, a ben vedere, da un erroneo presupposto. E’ pur vero che la certezza del diritto, la predeterminazione e prevedibilità del contenuto della regola di condotta e delle conseguenze della sua violazione debbono essere perseguite nella disciplina processuale più che nel diritto sostanziale, ed è altrettanto vero che queste esigenze costituiscono un criterio di interpretazione delle norme processuali, prevalente anche sul principio di speditezza del processo. E ciò vale anche quando la regola di condotta processuale sia contenuta in un principio innovativo rispetto all’orientamento giurisprudenziale precedente, ciò che nel sistema francese si chiama revirement e nella tradizione anglosassone overruling. 14. Invero, la funzione meramente dichiarativa assolta dalla giurisprudenza, intesa a riconoscere l’esistenza e l’effettiva portata del diritto già posto (art. 101 Cost., comma 2) con esclusione formale di qualsiasi efficacia creativa (sulla funzione della giurisprudenza meramente ricognitiva dell’esistenza e del contenuto della regola e non già creativa della stessa, si rinvia a Cass. S.U. 4 novembre 2004 n. 21095), non esclude che, nella sostanza, i mutamenti di giurisprudenza, naturalmente retroattivi perchè operanti sulla fattispecie concreta sottoposta al giudice ed anteriore alla decisione di questo, pongano problemi di tutela della parte che abbia riposto affidamento nel precedente orientamento giurisprudenziale.

15. Il tema, della tutela dell’affidamento nel precedente orientamento giurisprudenziale, non è risolvibile con gli strumenti adoperati negli ordinamenti in cui la giurisprudenza è considerata, anche formalmente, quale fonte del diritto oggettivo (ad es., nel sistema statunitense, con la prospective overruling), soccorrendo, piuttosto, la categoria dell’errore incolpevole e la conseguente esclusione della rilevanza preclusiva per la parte che, conformatasi alla consolidata interpretazione giurisprudenziale delle norme regolatrici del processo datane dalla Corte di cassazione, sia successivamente travolta dal mutamento, l’overruling, ad opera della stessa Corte (di recente, v. Cass. 17 giugno 2010, n. 14627, Cass. 2 luglio 2010, nn. 15809 e 15811);

16. Tuttavia ove, come nella specie, la giurisprudenza non innovi un consolidato orientamento precedente, ma risolva una questione già decisa da altri giudici in senso difforme, dissipando un’incertezza interpretativa (v., in tal senso, Cass. 1 agosto 2003 n. 11738), in tal caso l’inosservanza del principio di precauzione può escludere l’affidamento incolpevole e ciò tanto più vale quando il nuovo dictum confermi un orientamento già prevalente.

17. Invero, le Sezioni unite di questa Corte, con la sentenza n. 17352 del 2009 hanno ritenuto di “dare continuità” ad un seguito di precedenti pubblicati già nel 2006 (fra le altre, Cass. nn. 10226 e 24702 del 2006, successivamente confermate da altre pronunce) ed anteriori, pertanto, al tentativo di notificazione dell’atto di impugnazione di cui qui si tratta, il che esclude un affidamento da tutelare.

18. In conclusione, il ricorso per cassazione dev’essere dichiarato inammissibile per difetto di notifica. Nulla spese atteso che la parte intimata non si e costituita e non ha svolto attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; nulla per le spese.

Così deciso in Roma, il 2 febbraio 2011.

Depositato in Cancelleria il 25 febbraio 2011

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