Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4687 del 21/02/2020

Cassazione civile sez. III, 21/02/2020, (ud. 26/11/2019, dep. 21/02/2020), n.4687

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ARMANO Uliana – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 11691-2018 proposto da:

VANNINI SPA IN LIQUIDAZIONE, in persona del liquidatore e legale

rappresentante Dott. M.M., elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA A. BERTOLONI, 55, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCA

STEFANUTTI, rappresentata e difesa dall’avvocato PAOLO ENRICO

AMMIRATI;

– ricorrenti –

contro

M.R.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 2636/2017 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 22/11/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

26/11/2019 dal Consigliere Dott. MARCO DELL’UTRI.

Fatto

RILEVATO

che, con sentenza resa in data 22/11/2017, la Corte d’appello di Firenze, in accoglimento dell’appello proposto da Me.Ro., e in riforma della decisione di primo grado, ha rigettato la domanda proposta dalla Vannini s.p.a., in liquidazione, per la condanna della Me., già liquidatrice della Top Company s.r.l., al pagamento di somme in favore della società attrice;

che, a fondamento della decisione assunta, la corte territoriale, disattese le preliminari eccezioni in rito sollevate dalle parti, ha evidenziato come il giudice di primo grado avesse erroneamente ritenuto tardiva l’eccezione sollevata dalla Me. avverso l’accoglimento nel merito della domanda proposta dalla Vannini s.p.a. nei propri confronti, non essendosi trattato, nella specie, di un’eccezione relativa al difetto di titolarità del rapporto controverso (come ritenuto dal primo giudice), bensì di una contestazione di puro merito concernente l’omessa prova dei presupposti della responsabilità contestata a carico della Me. quale liquidatrice della Top Company s.r.l.;

che, ciò posto, rilevata l’effettiva mancata dimostrazione, da parte della società originaria attrice, della sussistenza dei presupposti previsti dall’art. 2945 c.c. per il riconoscimento della responsabilità della liquidatrice Me. (nel caso di specie, per il mancato pagamento di talune differenze nei corrispettivi per i trasporti eseguiti dalla Vannini s.p.a. in favore della Top Company s.r.l., cancellata a seguito di liquidazione), la corte territoriale ha disatteso la domanda della Vannini s.p.a., condannandola a rimborso delle spese di entrambi i gradi del giudizio;

che, avverso la sentenza d’appello, la Vannini s.p.a. in liquidazione propone ricorso per cassazione sulla base di tre motivi d’impugnazione;

che Me.Ro. non ha svolto difese in questa sede;

che la ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che, con il primo motivo, la ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione degli artt. 112,113,115 e 116 c.p.c., per avere la corte territoriale erroneamente interpretato il significato delle eccezioni sollevate dalle parti nel corso del giudizio, giungendo a confondere gli stessi soggetti del processo e lo stesso contenuto dell’azione esercitata in giudizio, da identificarsi esclusivamente, sulla base di quanto contenuto nell’atto di citazione, nella rivendicazione della responsabilità della Me. nella liquidazione della Top Company s.r.l., con la conseguente condanna della stessa al pagamento delle somme non conseguite dalla Vannini s.p.a. a titolo di corrispettivi per i servizi resi alla società liquidata dalla Me.;

che il motivo è inammissibile;

che, al riguardo, osserva il Collegio come la ricorrente abbia prospettato il vizio in esame senza attingere in modo specifico alcuna delle rationes decidendi poste dal giudice a quo a sostegno della decisione assunta;

che sul punto, varrà richiamare il principio, consolidato nella giurisprudenza di questa Corte, ai sensi del quale, il motivo d’impugnazione è rappresentato dall’enunciazione, secondo lo schema normativo con cui il mezzo è regolato dal legislatore, della o delle ragioni per le quali, secondo chi esercita il diritto d’impugnazione, la decisione è erronea, con la conseguenza che, siccome per denunciare un errore occorre identificarlo (e, quindi, fornirne la rappresentazione), l’esercizio del diritto d’impugnazione di una decisione giudiziale può considerarsi avvenuto in modo idoneo soltanto qualora i motivi con i quali è esplicato si concretino in una critica della decisione impugnata e, quindi, nell’esplicita e specifica indicazione delle ragioni per cui essa è errata, le quali, per essere enunciate come tali, debbono concretamente considerare le ragioni che la sorreggono e da esse non possono prescindere, dovendosi, dunque, il motivo che non rispetti tale requisito, considerarsi nullo per inidoneità al raggiungimento dello scopo. In riferimento al ricorso per Cassazione tale nullità, risolvendosi nella proposizione di un “non motivo”, è espressamente sanzionata con l’inammissibilità ai sensi dell’art. 366 c.p.c., n. 4 (Sez. 3, Sentenza n. 359 del 11/01/2005, Rv. 579564 – 01);

che, nella specie, la doglianza in esame non risulta aver individuato criticamente alcun passaggio logico-giuridico della motivazione della sentenza impugnata suscettibile di minarne la struttura argomentativa, essendosi la società ricorrente limitata a una critica generica della lettura asseritamente superficiale o contraddittoria che il giudice a quo avrebbe condotto sulle eccezioni delle parti e sui contenuti della domanda attrice, senza tuttavia individuare alcun passaggio logico della sentenza impugnata eventualmente destinato a cadere per effetto delle argomentazioni illustrate, con il conseguente riscontro della sostanziale inidoneità delle censure articolate a raggiungere lo scopo impugnatorio astrattamente perseguito;

che, con il secondo motivo, la ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione degli artt. 100,81,75 e 183 c.p.c., nonchè dell’art. 2696 c.c., per avere la corte territoriale erroneamente affermato che la contestazione avanzata dalla Me. (secondo cui la società attrice non avrebbe fornito alcuna prova della responsabilità della convenuta) integrerebbe un’eccezione riguardante le condizioni dell’azione, il cui onere probatorio graverebbe sulla stessa attrice, e per aver illegittimamente invertito gli oneri probatori imposti dall’art. 2697 c.c., là dove tale norma attribuisce, agli oneri dell’eccipiente, la dimostrazione dei fatti impeditivi, modificativi o estintivi del diritto azionato nei propri confronti, e per avere infine omesso di rilevare la tardività (viceversa, correttamente attestata dal primo giudice) dell’eccezione sollevata dalla controparte in ordine alla titolarità del rapporto giuridico controverso;

che il motivo è infondato;

che, con riferimento alla censura concernente l’erronea affermazione, ascrivibile alla decisione impugnata, della riferibilità della contestazione avanzata dalla Me. (circa la mancata dimostrazione, da parte della Vannini s.p.a., della responsabilità della convenuta) al difetto di una condizione dell’azione, varrà rilevare come, al di là dell’imprecisione terminologica denunciata, la corte territoriale abbia comunque espressamente sottolineato che la ratio decidendi dell’odierna controversia andava propriamente individuata nella mancata dimostrazione, da parte della società attrice, dei fatti costitutivi della propria domanda (pur se inesattamente nominati come condizioni dell’azione), ossia dei fatti integranti la colpa della Me. nell’accertamento, nel corso della liquidazione, del credito della Vannini s.p.a. o nella distribuzione dei residui attivi (nella specie neppure esistenti);

che, conseguentemente, nessuna inversione di oneri probatori può ritenersi imputabile alla sentenza de giudice a quo, avendo quest’ultimo correttamente affermato come spettasse alla società attrice fornire la dimostrazione (nella specie non raggiunta) dei fatti costitutivi del credito azionato in giudizio;

che, da ultimo, del tutto priva di fondamento deve ritenersi la rivendicata qualificazione della ridetta eccezione della Me. alla stregua di un’eccezione concernente la titolarità del rapporto giuridico controverso, trattandosi, viceversa, di una mera difesa consistente nella contestazione della mancata dimostrazione, da parte della società attrice, dei fatti costitutivi della domanda proposta;

che, con il terzo motivo, la ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., nonchè per omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3), per avere la corte territoriale erroneamente omesso di disporre la compensazione delle spese del giudizio, avuto riguardo alle circostanze analiticamente richiamate in ricorso;

che il motivo è inammissibile;

che, sul punto, varrà richiamare il consolidato insegnamento della giurisprudenza di questa Corte, ai sensi del quale, in tema di spese processuali, la facoltà di disporne la compensazione tra le parti rientra nel potere discrezionale del giudice di merito, il quale non è tenuto a dare ragione con una espressa motivazione del mancato uso di tale sua facoltà, con la conseguenza che la pronuncia di condanna alle spese, anche se adottata senza prendere in esame l’eventualità di una compensazione, non può essere censurata in cassazione, neppure sotto il profilo della mancanza di motivazione (Sez. U, Sentenza n. 14989 del 15/07/2005, Rv. 582306 – 01);

che, sulla base delle considerazioni che precedono, rilevata la complessiva infondatezza delle censure esaminate, dev’essere pronunciato il rigetto del ricorso;

che non vi è luogo all’adozione di alcun provvedimento in ordine alla regolazione delle spese del giudizio, non avendo l’intimata svolto difese in questa sede;

che sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

Rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 26 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 21 febbraio 2020

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA