Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4673 del 14/02/2022

Cassazione civile sez. II, 14/02/2022, (ud. 14/12/2021, dep. 14/02/2022), n.4673

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere –

Dott. CARRATO Aldo – rel. Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso (iscritto al N.R.G. 16874/17) proposto da:

T. COSTRUZIONI S.R.L., (P.I.: (OMISSIS)), in persona del

legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa, in virtù

di procura speciale apposta a margine del ricorso, dagli Avv.ti

Carlo Srubek, Marco Ferrante, e Letizia Lombardi, ed elettivamente

domiciliata presso lo studio del primo, in Roma, v. Caio Mario, n.

27;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLE INFRASTRUTTURE E DEI TRASPORTI – PROVVEDITORATO

INTERREGIONALE PER LE OO.PP. Lazio, Abruzzo e Sardegna (C.F.:

(OMISSIS)), rappresentata e difesa “ex lege” dall’Avvocatura

Generale dello Stato e domiciliato presso i suoi Uffici, in Roma, v.

dei Portoghesi, 12;

– controricorrente a debito –

avverso la sentenza della Corte di appello di Roma n. 336/2017

(pubblicata il 23 gennaio 2017);

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

14 dicembre 2021 dal Consigliere relatore Dott. Aldo Carrato;

letta la memoria depositata dalla difesa della ricorrente ai sensi

dell’art. 380-bis.1. c.p.c..

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. A seguito di contratto stipulato il 2 maggio 2006 tra il Ministero delle Infrastrutture (quale committente) e l’impresa Costruzioni L.T. s.r.l. (quale appaltatrice) relativo all’appalto per l’esecuzione di lavori di restauro e ristrutturazione riferito al programma straordinario di interventi in materia di infrastrutture e trasporti nell’ambito di cui alla L. n. 166 del 2002, sul presupposto che a fronte del compenso complessivamente pattuito di Euro 3.177.300,00 (da corrispondersi in 15 rate annuali di Euro 211.829,00 ciascuna, con decorrenza dal 30 marzo 2005), il citato Ministero ne aveva modificato unilateralmente – con apposito decreto – le modalità di corresponsione, sia con riguardo agli importi delle singole rate e che allo loro scadenza, la suddetta ditta appaltatrice conveniva in giudizio, dinanzi al Tribunale di Roma, il citato Ministero per sentirlo condannare al risarcimento dei danni subiti – quantificati in Euro 140.142,60, oltre interessi legali, moratori, anatocistici e al maggior danno – per effetto del mutato calendario dei pagamenti, sotto il profilo dei maggiori oneri derivatile dalla rimodulazione del piano finanziario ottenuto dalla San Paolo IMI, avendo essa, nel frattempo, ottenuto da tale istituto di credito un finanziamento (per una somma di Euro 1.835.318,13), garantito dalla cessione dei crediti ad essa spettanti da parte del medesimo Ministero (costituiti appunto dal corrispettivo di appalto come originariamente rateizzato), cosicché la modifica degli importi delle singole rate, nonché della loro scadenza, l’avevano costretta a rinegoziare il mutuo e a modificare la cessione di credito, sopportando maggiori oneri economici.

Nella costituzione del convenuto Ministero, che instava per il rigetto della domanda, l’adito Tribunale, con sentenza n. 12203/2011, in parziale accoglimento della domanda attorea, condannava l’indicato Ministero al pagamento, in favore dell’attrice, della somma di Euro 91.863,46, oltre interessi legali e al maggior danno ai sensi dell’art. 1284 c.c., compensando le spese di lite, salvo che per quelle occorse per la C.T.U., poste ad esclusivo carico dell’indicato Ministero.

2. Decidendo sull’appello formulato dalla T. Costruzioni s.r.l., cui resisteva l’appellato Ministero, il quale – a sua volta – proponeva appello incidentale, la Corte di appello di Roma, con sentenza n. 336/2017 (pubblicata il 23 gennaio 2017), accoglieva il terzo motivo del gravame incidentale e, per l’effetto, dichiarava l’inammissibilità della domanda risarcitoria formulata dalla s.r.l. T. nei confronti del Ministero delle Infrastrutture, dichiarando assorbiti gli ulteriori motivi dell’appello incidentale nonché l’appello principale, condannando la società appaltatrice al pagamento delle spese del doppio grado di giudizio.

A sostegno dell’adottata pronuncia, la Corte laziale, respinto il motivo dell’appello incidentale relativo all’eccezione di difetto di giurisdizione (ricadendosi nell’ipotesi di un’ordinaria azione di inadempimento contrattuale), accoglieva, invece, il terzo motivo dello stesso gravame, ritenuto fondato sulla base del criterio della c.d. “ragione più liquida”.

In particolare, il giudice di secondo grado rilevava che l’appellante principale si sarebbe dovuta considerare decaduta dalla domanda volta ad ottenere la liquidazione di un indennizzo aggiuntivo rispetto al corrispettivo pattuito nel contratto di appalto del 2 maggio 2006, non avendo iscritto riserva in tal senso nei documenti contabili (circostanza non contestata in giudizio) e non emergendo una ipotesi derogatoria della necessità dell’assolvimento di tale onere.

3. Avverso la suddetta sentenza di appello ha formulato ricorso per cassazione, riferito a tre motivi, la T. Costruzioni s.r.l.. Si è costituito con controricorso il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. La difesa della ricorrente ha anche depositato memoria ai sensi dell’art. 380-bis.1. c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Con il primo motivo la ricorrente ha denunciato – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – la violazione dell’art. 112 c.p.c., sul presupposto che la Corte di appello, con l’impugnata sentenza, pur attestando con essa società appaltatrice non aveva mai formulato alcuna riserva in sede di contabilizzazione dei lavori come dedotto dall’appellante incidentale Ministero, non si era avveduta che tale eccezione era stata formulata non con riferimento all’eventuale maggior onere a carico della committenza per il ritardo nei pagamenti spettanti alla ditta appaltatrice, bensì con riguardo al maggior danno riconosciuto in primo grado alla stessa ricorrente dal Tribunale ai sensi dell’art. 1224 c.c..

2. Con la seconda censura la ricorrente ha prospettato – in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 554 del 1999, art. 165 e del D.P.R. n. 1063 del 1962, art. 25, nonché del R.D. n. 350 del 1895, artt. 54 e 64, contestando l’illegittimità della dichiarazione di inammissibilità delle domande dalla stessa proposte con la citazione introduttiva per non essere state precedute da alcuna riserva in sede di contabilizzazione, e ciò perché l’istituto della riserva si sarebbe dovuto considerare previsto solo per le maggiori pretese dell’appaltatore connesse a sopravvenuti maggiori oneri relativi alle prestazioni oggetto dell’appalto.

3. Con la terza ed ultima doglianza la ricorrente ha dedotto – ancora in ordine all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – la violazione e falsa applicazione degli artt. 91,112 e 346 c.p.c., per aver la Corte di appello – in difetto di apposito motivo di gravame incidentale – condannato essa ricorrente (quale appellante principale) anche al pagamento delle spese del giudizio di primo grado, che, invece, erano state compensate.

4. Rileva il collegio che il primo motivo è privo di fondamento, non emergendo alcuna violazione dell’art. 112 c.p.c., dal momento che, sulla scorta del contenuto complessivo dell’appello incidentale (come distintamente riprodotto nella stessa sentenza impugnata con riferimento alle tre autonome censure dedotte a confutazione della pronuncia di primo grado), è univocamente desumibile che la terza censura formulata dal Ministero delle Infrastrutture riguardava tutte le domande proposte dall’odierna ricorrente, compresa quella di riconoscimento dei maggiori oneri sostenuti a seguito della rimodulazione delle modalità di pagamento dei corrispettivi ad essa dovuti (per come riportato puntualmente alle pagg. 5-6 della sentenza della Corte di appello). Ciò, peraltro, è chiaramente evincibile anche dal contenuto del controricorso nel quale tale prospettazione risulta specificamente richiamata (v. pag. 4 dello stesso).

5. Anche la seconda doglianza è infondata e deve, perciò, essere rigettata.

Invero, l’onere di iscrizione della riserva costituisce obbligo di carattere generale e concerne qualsiasi richiesta, da parte dell’appaltatore, di ulteriori somme rispetto al corrispettivo contrattuale. In tal senso si è già espressa in modo uniforme la giurisprudenza di questa Corte, con la quale sono state ritenute soggette a tale obbligo anche le richieste riguardanti i costi aggiuntivi che siano stati sopportati.

A questo proposito si è costantemente affermato (cfr. Cass. n. 25621/2007; Cass. n. 15013/2011 e Cass. n. 9328/2016) che, in tema di appalti pubblici, dal combinato disposto del R.D. n. 350 del 1895, artt. 53, 54 e 64, ed anche dalle successive disposizioni normative di riferimento in materia, si ricava la regola secondo cui sono soggette all’onere di riserva non solo tutte le possibili richieste inerenti a partite di lavori eseguite, nonché alle contestazioni tecniche e/o giuridiche circa la loro quantità e qualità, ma anche e soprattutto quelle relative ai pregiudizi assunti come sofferti dall’appaltatore ed ai costi aggiuntivi dovuti affrontare, sia a causa dello svolgimento (anomalo) dell’appalto, sia in dipendenza delle carenze progettuali per le conseguenti maggiori difficoltà che le stesse hanno ingenerato sia, infine, per i comportamenti inadempienti eventualmente imputabili della stazione appaltante: infatti, l’onere della riserva assolve alla funzione di consentire la tempestiva e costante evidenza di tutti i fattori che siano oggetto di contrastanti valutazioni tra le parti e perciò suscettibili di aggravare il compenso complessivo, ivi comprese – va sottolineato – le pretese di natura risarcitoria.

Tale principio è certamente applicabile anche nel caso di specie poiché le domande della s.r.l. T. Costruzioni inerivano a costi aggiuntivi dalla stessa asseritamente sopportati quale appaltatrice oltre a richieste di carattere risarcitorie. In altri termini, l’onere della riserva (pacificamente non assolto nella fattispecie) è preposto al soddisfacimento di consentire la tempestiva e costante evidenza di tutti i fattori che costituiscano oggetto di difformi valutazioni delle parti e, quindi, suscettibili di aggravare il compenso complessivo, in esso incluse le eventuali pretese di natura risarcitoria.

E’, pertanto, conforme a diritto la sentenza qui impugnata con la quale è stato rilevato che, non venendo in rilievo alcuna ipotesi derogatoria dell’onere di iscrizione della riserva, la pretesa risarcitoria dell’odierna ricorrente difettava del suo presupposto di ammissibilità, poiché, quale appaltatrice, era decaduta dal diritto di esperire azioni di carattere risarcitorio, non avendo, per l’appunto, iscritto riserva in ordine alla richiesta di liquidazione di un importo aggiuntivo da ricondurre ai maggiori costi che sarebbero potuti derivare dalla rinegoziazione del finanziamento.

6. Il terzo ed ultimo motivo è manifestamente infondato alla stregua dell’applicazione del principio generale sulla scorta del quale, in caso di accoglimento dell’appello (nella specie quello incidentale), il giudice di secondo grado deve ridisciplinare procedendosi d’ufficio – le spese di entrambi i gradi secondo un criterio unitario e globale.

Infatti, il giudice di appello, allorché riformi in tutto o in parte la sentenza impugnata, deve procedere d’ufficio (e, quindi, senza che abbia motivo di operare la disciplina processuale di cui agli artt. 343 e 346 c.p.c.), quale conseguenza della pronuncia di merito adottata, ad un nuovo regolamento delle spese processuali, il cui onere va attribuito e ripartito tenendo presente l’esito complessivo della lite poiché la valutazione della soccombenza opera, ai fini della liquidazione delle spese, per l’appunto in base ad un criterio unitario e globale (cfr., tra le tante, Cass. n. 6259/2014; Cass. n. 9064/2018 e, da ultimo, Cass. n. 27056/2021).

7. In definitiva, alla stregua delle argomentazioni complessivamente svolte, il ricorso deve essere integralmente respinto con conseguente condanna del soccombente ricorrente al pagamento dei compensi del presente giudizio in favore del Ministro controricorrente, che si liquidano nei sensi di cui in dispositivo.

Infine, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, occorre dare atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento dei compensi del presente giudizio, che si liquidano in Euro 5.600,00, oltre eventuali spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 14 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 14 febbraio 2022

 

 

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