Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4670 del 28/02/2018


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Civile Sent. Sez. 2 Num. 4670 Anno 2018
Presidente: BIANCHINI BRUNO
Relatore: GRASSO GIUSEPPE

SENTENZA
sul ricorso 23466-2014 proposto da:
PATRIA ELISA, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE
PARIOLI 12, presso lo studio dell’avvocato ANGELO
CUTOLO, che la rappresenta e difende;
– ricorrente contro
2017
3269

GARDINO ANNAMARIA,

GARDINO MASSIMO

elettivamente

domiciliati in ROMA, CORSO VITTORIO EMANUELE II,
N.I54/3 D E, rappresentati e difensi dall’avvocato
GRANARA DANIELE giusta procura speciale notarile
rep.1.620 del 22/3/2017;
– ricorrenti successivi –

Data pubblicazione: 28/02/2018

contro

MUCCIONE ARCANGELO, elettivamente domiciliato in ROMA,
PIAllA MAZZINI, 27, presso lo studio dell’avvocato
PAOLO ZUCCHINALI, rappresentato e difeso dall’avvocato
ANDREA RICARDI;
– controricorrente –

PATRIA ALFIO;
– intimato –

avverso la sentenza n. 1480/2013 della CORTE D’APPELLO
di TORINO, depositata il 03/07/2013;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 14/12/2017 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE
GRASSO;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. SERGIO DEL CORE che ha concluso per il
rigetto di entrambi i ricorsi;
udito

l’Avvocato CUTOLO Angelo,

difensore

della

ricorrente che ha chiesto l’accoglimento delle difese
in atti;
udito

l’Avvocato

GRANARA

Daniele,

difensore

dei

ricorrenti successivi, che si è riportato alle difese
in atti;
udito l’Avvocato CHIODINI Guido, con delega depositata
in udienza dell’Avvocato RICARDI Andrea difensore del
resistente che ha chiesto l’accoglimento degli scritti
depositati.

nonchè contro

I FATTI DI CAUSA

Angelo (o Arcangelo) Muccione convenne in giudizio Elisa Patria,
Annamaria (o Anna Maria) Gardino e Massimo Gardino davanti al
Tribunale di Torino per vedere accolta domanda di trasferimento ex
art. 2932, cod. civ. di taluni immobili che i convenuti, rappresentati
da Alfio Patria (genitore di Elisa Patria e convivente di Annamaria

promesso in vendita, con contratto dell’1/2/2005, per il prezzo di C
995.000,00 (da imputarsi per 1/3 a ciascuna delle unità immobiliari
dei tre promittenti alienanti), del quale C 360.000, preventivamente
versati dal Muccione, erano stati considerati nel contratto caparra
penitenziale. I convenuti avevano chiesto dichiararsi la simulazione
assoluta del negozio e relativa dell’ammontare della caparra, essendo
state versate, secondo l’assunto censuratorio, C 140.000 e non
360.000.
Esteso il contraddittorio ad Alfio Patria, i convenuti avevano
chiesto, in corso di causa, al Muccione, oppostosi, di fissare la data
per il rogito e, al Tribunale, dichiararsi la cessazione della materia del
contendere. In seno all’udienza fissata per la seconda volta ai sensi
dell’art. 185, cod. proc. civ., l’attore, modificando l’originaria
domanda, aveva chiesto la risoluzione del contratto.
L’adito Tribunale, con sentenza del 16/3/2010, dichiarò risolto il
contratto per colpa dei convenuti, che condannò, in solido, a restituire
la somma di C 360.000. Inoltre, dichiarò inammissibili le domande dei
convenuti e di Alfio Patria e quella di risarcimento del danno di Elisa e
Annamaria Gardino, nonché tutte le domande formulate da
quest’ultima.
La Corte di Appello di Torino, nel contraddittorio delle parti, con
sentenza 3/7/2013, respinse gli appelli avanzati da Elisa Patria e dai
fratelli Annamaria e Massimo Gardino, confermando la sentenza di
primo grado.

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Gardino, della quale Massimo Gardino era il fratello) avevano loro

Elisa Patria propone ricorso per cassazione, illustrando cinque
motivi di censura; ricorrono, del pari, con separato ricorso,
Annamaria (o Anna Maria) e Massimo Gardino, esponendo le
medesime doglianze.
Angelo (o Arcangelo) Muccione resiste con controricorso.
Entrambe le parti ricorrenti hanno depositato memoria.

1. Con il primo motivo Elisa Patria allega «violazione e falsa
applicazione delle norme e dei principi di diritto inerenti la cessazione
della materia del contendere, ai sensi dell’art. 360 n. 3 c.p.c.».
Questo l’assunto impugnatorio. Una volta che i promittenti
alienanti avevano manifestato, in corso di causa, il loro consenso alla
stipulazione del contratto definitivo «nessun concreto vantaggio
avrebbe potuto ulteriormente derivare in capo al Muccione
dall’eventuale accoglimento dell’azione ex art. 2932 dallo stesso
proposta» e, pertanto, non poteva condividersi l’opposto opinare
della sentenza, secondo la quale la cessazione della materia del
contendere si sarebbe verificata solo in presenza dell’effettivo
trasferimento dei beni promessi in vendita, il che avrebbe implicato
una sorta di ultrattività della domanda giudiziale ex art. 2932, cod.
civ., nonostante il sopravvenuto difetto d’interesse. La manifestata
disponibilità, in definitiva, per la ricorrente, non poteva «in alcun
modo configurarsi come semplice promessa con limitati effetti
obbligatori, ma come esatto adempimento dell’obbligazione».
Con il secondo motivo, la Patria lamenta l’omesso esame di un
fatto decisivo, ai sensi dell’art. 360, n. 5, cod. proc. civ., affermando
che la Corte di merito non aveva preso in considerazione la
circostanza che l’adesione alla domanda attorea da parte della Patria
414′
era intervenuta tempestivamente, con , del 22/1/2008 e del
19/2/2008, ben antecedenti all’udienza del 25/9/2008, allorquando

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MOTIVI DELLA DECISIONE

venne riconfermata la predetta volontà, sette mesi prima che la
banca dichiarasse la risoluzione del contratto di mutuo, nel quale il
compratore sarebbe dovuto subentrare.
Le due esposte doglianze, osmotiche fra loro, vagliate
contestualmente, risultano infondate.
Come esattamente osservato dai Giudici del merito, alla proposta

controparte. Di conseguenza, mancando un accordo dirimente della
controversia, l’interesse alla coltivazione dell’azione non era affatto
venuto meno. Lo scopo della originaria domanda era quello di
ottenere una sentenza che facesse luogo del consenso mancante,
avente effetti reali, che non poteva essere surrogata dalla
reiterazione della promessa di vendita, ma soddisfatta solo dalla
stipula effettiva del negozio traslativo. Senza contare che non consta
che i ricorrenti abbiano effettivamente appagato le pretese della
controparte in ordine alla libertà da pesi ed iscrizioni pregiudizievoli
dei beni.
L’asserto secondo il quale l’adesione alla stipulazione del contratto
definitivo era stata manifestata mesi prima della reiterazione in
udienza, e quando ancora non era intervenuta da parte di un non
meglio specificato istituto di credito la dichiarazione di risoluzione di
un asserito contratto di mutuo, non è scrutinabile per difetto di
autosufficienza (la Corte non è stata posta in condizioni di conoscere i
documenti indispensabili per valutare la rappresentazione
censuratoria: in primo luogo la dedotta missiva, ma anche gli atti
comprovanti la vicenda bancaria sommariamente riferita). In ogni
caso, peraltro, e volendo solo per comodità espositiva non riprendere
le ragioni ostative alla rivendicata declaratoria di cessazione della
materia del contendere, l’asserita missiva sarebbe stata inviata solo
da uno dei proprietari del compendio (la Patria).

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avanzata dai ricorrenti non fece seguito alcuna adesione della

Con il terzo motivo si deduce violazione e falsa applicazione
dell’art. 1453 c.c., in relazione all’art. 360, n. 3, cod. proc. civ.,
nonché «nullità della sentenza ex art. 360 n. 4 c.p.c. anche in
relazione all’art. 1421 c.c.».
La ricorrente contesta che i beni non fossero commerciabili a
cagione di una iscrizione di pignoramento. Il Giudice, a parere della

parola, risalente al 18/7/2008, e gravante sulla proprietà di essa
ricorrente, era intervenuto molti mesi dopo che i ricorrenti avevano
manifestato il loro consenso al trasferimento immobiliare; solo l’abuso
del diritto operato dal Muccione, che strumentalizzando il processo
aveva rifiutato l’adempimento, era stato causa dell’inconveniente.
Inoltre, non corrispondeva al vero che fossero presentì illeciti
edilizi non sanabili, siccome dimostrato dalla relazione del CTU.
Infine, prosegue l’impugnante, la sentenza doveva considerarsi
nulla, in relazione all’art. 1421, cod. civ., essendosi verificata «una
palese violazione del diritto di difesa in relazione alla omessa
indicazione di una questione rilevabile d’ufficio sin dal primo grado e,
comunque, dedotta in appello come terzo motivo di gravame». Vien
fatto riferimento alla decisione della CEDU 6/10/2009 nella causa
40/08 «nella quale viene sancita la competenza del giudice
nazionale a rilevare d’ufficio la nullità di una clausola contrattuale e,
soprattutto, la sentenza [delle S.U. n. 14828 del 4/9/2012], in base
alla quale il giudice di merito ha il potere, anzi il dovere, di rilevare
d’ufficio, dai fatti allegati o emergenti “ex actis”, ogni forma di nullità,
non soggetta a regime speciale, ogni qualvolta il contratto sia
elemento costitutivo della domanda». Ove il Giudice avesse
esaminato le circostanze di causa documentate avrebbe dovuto
cogliere la violazione di «principi di ordine pubblico e delle norme
penali e fiscali che colpiscono l’ingiustificato ed illegittimo passaggio
di denaro tra due soggetti in assenza di ogni regolarizzazione dal

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Patria, era incorso in «un errore di fatto»: il pignoramento in

punto di vista fiscale, nonché in violazione delle norme che vietano il
prestito di denaro dietro corresponsione di interessi previsti in misura
abnorme e, in ultimo, in violazione delle norme che vietano il patto
commissorio». Ciò in quanto i versamenti del Muccione, non sorretti
da alcuna causa di giustificazione, erano stati effettuati in numerose
trance in favore di Alfio Patria, in epoca ben anteriore al rilascio della

proprietari degli immobili. Inoltre, della complessiva somma che
sarebbe stata corrisposta, ben 155.000 euro sarebbero stati pagati
addirittura in contanti e senza alcuna tracciabilità. Era facile, dunque,
dedurre che «i beni immobili in oggetto erano stati dati in garanzia
dei debiti contratti dal Patria al Muccione e che poi il Muccione ed il
Patria convennero che, in caso di mancato pagamento delle somme
prestate, gli immobili così vincolati sarebbero passati al Muccione»,
il quale avrebbe dovuto corrispondere la differenza, corrispondente al
maggior valore dei predetti immobili. Si era trattato, quindi, di un
accordo illecito «commissorio e simulatorio».
Il motivo è infondato avuto riguardo a tutte le questioni
evidenziate.
Il pignoramento e le trascrizioni pregiudizievoli, pur non
costituendo motivo d’incommerciabilità dei beni, unitamente alla
risoluzione dei mutui bancari, sono stati correttamente considerati
condivisibile ragione del rifiuto del promissario acquirente di
addivenire alla stipula del contratto definitivo e, allo stesso tempo,
circostanze frutto di condotte gravementi inadempienti dei
promittenti alienanti. Perciò la sentenza, a dispetto dell’assunto dei
ricorrenti, non afferma l’incommerciabilità degli immobili, neppure a
riguardo degli illeciti edilizi riscontrati, ma si limita a riscontrare il
grave inadempimento dei promittenti alienanti. Senza contare che,
come esposto in precedenza, l’unica apprezzabile manifestazione
concludente di volontà risulta di epoca successiva alla trascrizione del

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procura a stipulare il preliminare rilasciata a quest’ultimo dai

pignoramento, che secondo la stessa narrazione dei ricorsi sarebbe
stata effettuata il 18/7/2008.
In disparte, va rilevato che il ricorso, pur facendo riferimento alla
C.T.U., omette del tutto di riportarne il contenuto, con la
conseguenza che l’assunto non è verificabile da questa Corte in
quanto non autosufficiente (cfr., ex multis, Sez. 2, n. 13845,

Nell’ultima sua parte il motivo in rassegna manifesta una
intrinseca inconcludenza. Lamenta «una palese violazione del diritto
di difesa in relazione alla omessa indicazione di una questione
rilevabile d’ufficio sin dal primo grado e, comunque, dedotta in
appello come terzo motivo di gravame», come se la sentenza
avesse accertato d’ufficio una ipotesi di nullità senza sollecitare il
contraddittorio sul punto, il che non è dato riscontrare. Ma si duole,
tuttavia, nel prosieguo per una congerie, piuttosto confusa e
commista, di cause invalidanti. Talune di esse non superano la
irriducibile vacuità (pretese violazioni dell’ordine pubblico, della legge
fiscale e penale). Altre, meglio definite, ipotizzerebbero la nullità del
contratto per illiceità della causa, in relazione ad un patto
commissorio, correlato ad un atto simulato, in uno alla illiceità dei
pretesi interessi, giudicati abnormi. La Corte d’appello ha affrontato la
questione, escludendo la simulazione sulla base della stessa
rappresentazione degli appellanti, i quali avevano ammesso di aver
rilasciato procura a vendere ad Alfio Patria. L’affermazione ha trovato,
inoltre, smentita, sulla scorta dell’istruttoria, che aveva documentato
il coerente «progresso delle trattative tra le parti in consonanza con
quanto attestato in preliminare», disattendendo la prospettazione di
«rapporti poco limpidi tra acquirente e rappresentante, senza
peraltro introdurre una domanda di abuso di rappresentanza, non
proposta in atti». Trattasi, all’evidenza, di argomenti di merito in

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13/6/2007, Rv. 598143; Sez. 1, n. 16368, 17/7/2014, Rv. 632050).

questa sede non censurabili, né censurati (in relazione al rilievo di
mancanza di domanda).
Con il quarto motivo la ricorrente prospetta «violazione e falsa
applicazione delle norme e dei principi di diritto inerenti la legitimatio
ad causam, ai sensi dell’art. 360 n. 3 c.p.c.».
Con il motivo in rassegna si contesta l’affermazione secondo la

fosse stata sollevata tardivamente e che, comunque, la stessa
sarebbe stata priva di fondamento. Osserva il ricorso che l’eccezione,
già proposta con la costituzione in primo grado, non atteneva alla
legittimazione processuale, ma «al merito della causa implicando un
accertamento sulla titolarità del rapporto giuridico dedotto in
giudizio». Con la conseguenza che, nel mentre il difetto di titolarità
deve essere provato dall’eccepente, quello di legittimazione alla causa
deve essere rilevato d’ufficio dal giudice. Nella specie la ricorrente
assume di aver pienamente provato la propria estraneità ai fatti
controversi, poiché, fino alla procura a vendere rilasciata al di lei
padre non aveva intrattenuto rapporti col Muccione, che dal 2003 al
2005 aveva versato rilevanti somme di denaro ad Alfio Patria.
Somme, che riprese nel documento nominato “distinta di
versamenti”, allegato al preliminare, non potevano in alcun modo
porsi in relazione al predetto contratto, essendosi trattato di prestiti
onerosi erogati ad Alfio Patria nel passato da colui che appariva come
promissario acquirente in seno ad una scrittura da reputarsi fittizia.
Da ciò si sarebbe dovuto dedurre che il preliminare di vendita era
stato firmato (da parte promittente) da soggetto privo dei necessari
poteri a contrarre, stante che negli anni 2003-2004 costui non aveva
avuto attribuito alcun potere per obbligare i titolari dei diritti promessi
in vendita.
Il motivo è destituito di giuridico fondamento.

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quale l’eccezione di carenza di legittimazione passiva della ricorrente

L’esposizione della doglianza è contraddittoria e le sue conclusioni
non condivisibili.
Dopo aver distinto tra titolarità e legittimazione e affermato che la
questione riguardante la legittimazione della Patria rientrava nella
prima categoria giuridica, con la conseguenza che sarebbe stato
necessario formulare espressa eccezione di merito, non effettuata,

affari che sarebbero intercorsi tra il di lei padre e il Muccione.
Peraltro, il rassegnato profilo di doglianza non consta essere stato
oggetto di esame nel giudizio di merito. La Corte d’appello, invero, a
pag. 22, disattende la deduzione di «omessa pronuncia in punto
carenza di legittimazione passiva», giudicata infondata sulla base
dello stesso asserto della parte, la quale aveva riconosciuto di aver
rilasciato la procura.
Con il quinto ed ultimo motivo si deduce «violazione e falsa
applicazione delle norme e dei principi di diritto inerenti l’art. 1414
c.c., ai sensi dell’art. 360 n. 3 c.p.c.».
In relazione all’esposto, sostiene il ricorso, il contratto preliminare
avrebbe dovuto ritenersi nullo per simulazione assoluta. Poiché il
Muccione e il Patria non avevano inteso sottoscrivere un preliminare
di compravendita: le somme versate (solo quelle documentate e non
le asserite dazioni in contanti) avevano costituito dei prestiti erogati
ad Alfio Patria negli anni precedenti, essendo evidente la
inverosimiglianza di anticipazioni siffatte in vista di un contratto che
sarebbe stato stipulato ben dopo. Una tale simulazione, in ogni caso,
conclude il ricorso, non poteva non concernere il prezzo indicato come
caparra nella misura di 360.000 euro, invece che in quella
effettivamente versata di 140.000 euro.
Il motivo è inammissibile, prima che infondato.
In primo luogo, in quanto diretto ad affermare una ricostruzione
fattuale dei rapporti che non ha formato oggetto d’esame in appello.

10

/

riporta, di poi, incongruamente, alla carenza di legittimazione gli

In secondo luogo la dedotta violazione dell’art. 1414, cod. civ. si pone
in insanabile contraddizione con la stessa tesi esposta da parte
ricorrente e cioè che il contratto (quindi, effettivamente voluto) fosse
nullo per illiceità della causa.
Anna Maria Gardino e Massimo Gardino col loro ricorso
ripropongono, nella sostanza, i medesimi argomenti censuratori,

per saltum al quinto.
In virtù del principio di soccombenza i ricorrenti dovranno
rimborsare alla controparte le spese legali del giudizio di legittimità,
nella misura, stimata congrua, tenuto conto del valore e della qualità
della causa, nonché delle attività svolte, di cui in dispositivo.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater D.P.R. n. 115/02 (inserito
dall’art. 1, comma 17 legge n. 228/12) applicabile ratione temporis
(essendo stato il ricorso proposto successivamente al 30 gennaio
2013), ricorrono i presupposti per il raddoppio del versamento del
contributo unificato da parte dei ricorrenti a norma del comma 1-bis
dello stesso art. 13.
P.Q.M.

rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese
legali in favore del resistente, che liquida in C 7.000,00 per
compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento,
agli esborsi liquidati in euro 200,00, ed agli accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater D.P.R. n. 115/02, inserito
dall’art. 1, comma 17 legge n. 228/12, dichiara la sussistenza dei
presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti / dell’ulteriore
importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il
ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.
Così seciso in Roma il 14 dicembre 2017
relatore
(Gi

Il Presidente
(Bruno Bianchini)

ppe Grasso)

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11

salvo a non aver ripreso il quarto motivo della Patria, riproducendo

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