Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4636 del 19/02/2021

Cassazione civile sez. VI, 19/02/2021, (ud. 15/01/2021, dep. 19/02/2021), n.4636

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Aldo – rel. Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1966-2019 proposto da:

S.M., S.T., domiciliati in ROMA, presso la

Cancelleria della Corte di Cassazione, e rappresentati e difesi

dagli avvocati DOMENICO BIANCHI e MANUELA BIANCHI giusta procura in

calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

P.M.;

– intimata –

avverso il decreto della CORTE d’APPELLO di ROMA, depositato il

09/11/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

15/01/2021 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO;

Lette le memorie depositate dai ricorrenti.

 

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

S.M. e S.T. accettavano con beneficio di inventario l’eredità di Si.Ma. deceduto in Latina il 3/1/2014.

Decorso il termine di cui all’art. 495 c.c., promuovevano la liquidazione dell’eredità ex art. 503 c.c. e, scaduto il termine per la presentazione delle dichiarazioni di credito, interveniva la sola dichiarazione degli stessi eredi i quali vantavano un credito nei confronti del de cuius di Euro 187.936,30 scaturente da un decreto ingiuntivo del 9/7/2014.

Atteso che l’attivo ereditario era risultato incapiente per soddisfare le ragioni creditorie, gli eredi chiedevano di essere autorizzati alla vendita dei beni ereditari ed in particolare di quelli che erano stati oggetto di legato in favore di P.M..

Il Tribunale di Latina con decreto del 6/10/2017 dichiarava inammissibile il ricorso, in quanto riteneva che non fossero state addotte ragioni sia in fatto che in diritto diverse da quelle che già erano state prospettate in occasione della presentazione di analoga richiesta, già disattesa dal Tribunale. La Corte d’Appello di Roma, con decreto del 9/11/2018, ha rigettato il reclamo ex art. 739 c.p.c. degli eredi rilevando che pur conservando gli eredi che abbiano accettato con beneficio di inventario i diritti di credito vantati nei confronti del de cuius, tuttavia ciò non poteva pregiudicare il diritto attributo al legatario, in ragione della previsione di cui all’art. 756 c.c. che esclude che i legatari siano tenuti a pagare i debiti ereditari. Inoltre, non doveva trascurarsi la circostanza che il titolo creditorio vantato dai ricorrenti era scaturente da un decreto ingiuntivo ottenuto in epoca successiva all’apertura della successione.

Per la cassazione di tale decreto propongono ricorso S.M. e S.T. sulla base di un motivo illustrato da memorie.

L’intimata non ha svolto attività difensiva.

Il ricorso è inammissibile.

L’unico motivo di ricorso denuncia la violazione degli artt. 490,499 e 502 c.c. nonchè dell’art. 501 c.c. e dell’art. 112 c.p.c..

Si deduce che l’art. 756 c.c., che in linea generale prevede l’irresponsabilità del legatario per i debiti dell’eredità, soffre un’evidente deroga in caso di liquidazione dell’eredità ex art. 499 c.c., atteso che laddove l’attivo ereditario, al netto dei legati, sia incapiente rispetto alle pretese dei creditori, la legge prevede che l’erede possa essere autorizzato a vendere anche i beni oggetto del legato, fermo restando il diritto del legatario a ricevere quanto residui dal ricavato della vendita una volta soddisfatti i creditori.

Trattasi di soluzione chiaramente imposta dalla scelta preferenziale del legislatore per la posizione dei creditori rispetto a quella dei legatari, come confermato anche dal disposto di cui all’art. 495 c.c., comma 2, che prevede che i creditori insoddisfatti, nel caso di esaurimento dell’asse ereditario, hanno diritto di regresso contro i legatari nei limiti del valore del legato.

Il ricorso è però inammissibile attesa la carenza del requisito della decisorietà e definitività del provvedimento impugnato. Questa Corte ha di recente affermato che (Cass. n. 13820/2016) in tema di eredità con beneficio d’inventario, il decreto con cui il tribunale, accertata la difficoltà dei coeredi di completare la liquidazione, autorizzi la vendita concorsuale non è impugnabile con ricorso straordinario per cassazione, in quanto, pur riguardando posizioni di diritto soggettivo, tale decreto chiude un procedimento non contenzioso, privo di vero e proprio contraddittorio, senza statuire su dette posizioni in via decisoria e definitiva.

Infatti, il ricorso straordinario ex art. 111 Cost., è consentito avverso i provvedimenti giurisdizionali emessi in forma di ordinanza o di decreto solo quando abbiano carattere decisorio, e cioè siano in grado di incidere con efficacia di giudicato su situazioni soggettive di diritto sostanziale, e non siano altrimenti impugnabili o revocabili (v., per tutte, Cass. SS.UU. n. 1245 del 2004). Infatti costituisce principio pacifico in giurisprudenza quello secondo cui, ai fini dell’ammissibilità del ricorso straordinario per cassazione, occorre avere riguardo non alla forma esteriore del provvedimento giurisdizionale, ma al suo intrinseco contenuto decisorio ed al suo carattere definitivo (cfr., Cass. SS.UU. 23 gennaio 2004 n. 1245). In altri termini l’impugnabilità ex art. 111 Cost., dei provvedimenti in camera di consiglio presuppone che nelle forme camerali si svolgano dei veri e propri procedimenti di natura contenziosa poichè incidenti su contrapposte posizioni di diritto soggettivo il che attribuisce loro carattere decisorio e conseguente attitudine ad acquistare autorità di cosa giudicata.

Tale caratteristica risulta però da escludersi nella fattispecie, essendosi la Corte d’Appello pronunciata solo sull’opportunità o meno di disporre la vendita del bene oggetto del legato.

Trattasi però di un provvedimento evidentemente di volontaria giurisdizione che non risulta in alcun modo ostativo alla riproponibilità della richiesta, ove supportata anche da eventuali nuovi argomenti in diritto o dall’allegazione di nuove circostanze fattuali.

Ancorchè il diniego di autorizzazione alla vendita di beni ereditari possa riguardare posizioni di diritto soggettivo, chiude un procedimento di tipo non contenzioso privo di un vero e proprio contraddittorio e non statuisce in via decisoria e definitiva, attesa la sua revocabilità e modificabilità alla stregua dell’art. 742 c.p.c. (cfr. Cass. n. 20132/2014), revocabilità e modificabilità delle quali appaiono ben consapevoli gli stessi ricorrenti come si ricava dalla lettura del ricorso introduttivo del procedimento di reclamo, ove per contrastare l’obiezione circa il mancato esperimento del reclamo avverso i precedenti rigetti dell’istanza di vendita, sottolineano come non sussista alcuna preclusione alla riproponibilità della domanda respinta a seguito di ricorso ex artt. 499 e 503 c.c. ed ex art. 747 c.p.c., non potendo il decreto di rigetto dar luogo ad una pronuncia definitiva (cfr. pag. 4 del ricorso per il reclamo).

Nulla osta quindi all’eventuale ripresentazione da parte dei ricorrenti dell’istanza di vendita, anche al fine di sottoporre all’attenzione del Tribunale competente le osservazioni in diritto di cui al presente ricorso, ed al fine di replicare agli argomenti spesi dalla Corte d’Appello onde giustificare il rigetto dell’istanza di vendita.

Inoltre, le considerazioni svolte dalla Corte d’Appello, ancorchè implicanti valutazioni che investono situazioni di diritto soggettivo (quale ad esempio l’impossibilità di poter soddisfare il diritto dei creditori sul bene oggetto di legato, nell’ambito di una procedura di accettazione beneficiata) risultano evidentemente spese in relazione ad una procedura di volontaria giurisdizione, come detto priva di attitudine al giudicato, non essendo in ogni caso precluso ai ricorrenti di poter far valere in sede di giurisdizione contenziosa il proprio diritto, quali creditori dell’eredità, onde conseguire una pronuncia di accertamento in merito alla correttainterpretazione dell’art. 756 c.c., in rapporto al dettato delle norme in tema di effetti dell’accettazione con beneficio di inventario e di coinvolgimento dei beni interessati da legato. Discende da quanto esposto la declaratoria di inammissibilità del ricorso.

Nulla a provvedere sulle spese atteso il mancato svolgimento di attività difensiva da parte dell’intimata.

Poichè il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è dichiarato inammissibile, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto al testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, il comma 1-quater, – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

P.Q.M.

Dichiara il ricorso inammissibile;

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti processuali per il versamento di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato per il ricorso principale a norma dell’art. 1 bis dello stesso art. 13, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 15 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 19 febbraio 2021

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