Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4634 del 22/02/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 22/02/2017, (ud. 30/11/2016, dep.22/02/2017),  n. 4634

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – Presidente –

Dott. MANNA Felice – Consigliere –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 23025-2015 proposto da:

P.L., D.S.G., elettivamente domiciliati in

ROMA, VIA LUDOVICO DI SAVOIA 21, presso lo studio dell’avvocato

PAOLO LANZILLOTTA, rappresentati e difesi dall’avvocato GIACOMO DI

GRADO;

– ricorrenti –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA (OMISSIS);

– intimato –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di CALTANISSETTA, depositato

il 16/06/2015;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

30/11/2016 dal Consigliere Dott. SCARPA ANTONIO.

Fatto

FATTO E DIRITTO

Con ricorso presso la Corte d’appello di Caltanissetta i ricorrenti chiedevano la condanna del Ministero della Giustizia all’equa riparazione per la irragionevole durata di una procedura esecutiva immobiliare promossa su beni di loro proprietà con pignoramento del novembre 1986 della Cassa Centrale di Risparmio V.E. per le Province Siciliane in Palermo – Filiale di (OMISSIS), procedura definita con piano di riparto nel marzo del 2014.

Con Decreto n. 1213 del 2014 il consigliere delegato della Corte d’Appello di Caltanissetta, detratti i tre anni di durata ragionevole, nonchè ulteriori quattro anni e due mesi per ritardi nell’adempimento degli oneri pubblicitari da parte dei creditori procedenti, e per sospensione della procedura ex art. 623 c.p.c., stimava in venti anni il ritardo indennizzabile e perciò liquidava a ciascuno dei ricorrenti l’indennità pari ad Euro 10.000,00.

All’esito della proposta opposizione da parte del D.S. e della Palermo, la Corte d’Appello di Caltanissetta, con Decreto del 16 giugno 2015, n. 323/2015, confermava il provvedimento opposto, ritenendo corrette le detrazioni operate ed evidenziando come gli opponenti, debitori esecutati, erano stati nominati custodi degli immobili pignorati e ne avevano perciò potuto fruire.

Per la cassazione di questo decreto i ricorrenti hanno proposto ricorso articolato in due motivi, mentre il Ministero della Giustizia, intimato, non ha svolto difese.

Il primo motivo di ricorso denuncia violazione e falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 1, e dell’art. 6 CEDU, quanto alle detrazioni di quattro e due mesi operate dalla Corte di Caltanissetta, tempi non addebitabili ai ricorrenti ad avviso della censura. Il secondo motivo di ricorso denuncia violazione e falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 1, e dell’art. 6 CEDU, in ordine al quantum dell’indennizzo, visto il grave danno non patrimoniale subito dai ricorrenti, certo non lenito dal fatto che essi fossero rimasti nel possesso dell’immobile pignorato, sicchè viene richiesto l’importo annuo di 1.500,00, per complessivi 36.000,00 (a fronte di quello liquidato di 500,00 annuo, per complessivi 10,000,00 accordati).

I due motivi di ricorso, che possono essere congiuntamente esaminati per la loro connessione, sono del tutto infondati.

La giurisprudenza di questa Corte si è già espressa nel senso che:

a) il debitore esecutato rimasto inattivo non ha diritto ad alcun indennizzo per l’irragionevole durata del processo esecutivo che è preordinato all’esclusivo interesse del creditore, sicchè egli – a differenza del contumace nell’ambito di un processo dichiarativo – è soggetto al potere coattivo del creditore, recuperando solo nelle eventuali fasi d’opposizione ex artt. 615 e 617 c.p.c., la cui funzione è diretta a stabilire un separato ambito di cognizione, la pienezza della posizione di parte, con possibilità di svolgere contraddittorio e difesa tecnica (Cass. Sez. 6 – 2, Sentenza n. 89 del 07/01/2016);

b) la presunzione di danno non patrimoniale da irragionevole durata del processo esecutivo non opera per l’esecutato, poichè egli dall’esito del processo riceve un danno giusto. Pertanto, ai fini dell’equa riparazione da durata irragionevole, l’esecutato ha l’onere di provare uno specifico interesse alla celerità dell’espropriazione, dimostrando che l’attivo pignorato o pignorabile fosse ab origine tale da consentire il pagamento delle spese esecutive e da soddisfare tutti i creditori e che spese ed accessori sono lievitati a causa dei tempi processuali in maniera da azzerare o ridurre l’ipotizzabile residuo attivo o la restante garanzia generica, altrimenti capiente (Cass. Sez. 6 – 2, Sentenza n. 14382 del 09/07/2015);

c) non ha proprio diritto all’equa riparazione per irragionevole durata del procedimento esecutivo il debitore esecutato che, essendo proprietario dell’immobile pignorato, non abbia alcun interesse al rapido svolgimento della procedura e, anzi, si sia avvantaggiato del suo protrarsi, avendo mantenuto, “medio tempore”, la disponibilità del bene (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 17153 del 10/07/2013).

I ricorrenti (debitori esecutati nominati custodi degli immobili pignorati), coi due motivi di ricorso, lamentando la mancata considerazione di un periodo di quattro anni e due mesi nella durata del procedimento esecutivo da loro subito, e invocando una più cospicua determinazione dell’indennizzo comunque accordatogli dalla Corte di Caltanissetta, non indicano affatto quale concreto interesse essi avrebbero avuto ad una definizione del processo esecutivo in tempi ragionevoli e perciò quale (maggior) danno essi abbiano patito dai tempi della procedura.

Il ricorso va quindi rigettato. Non occorre provvedere sulle spese del giudizio di cassazione, in quanto l’intimato Ministero non ha svolto difese.

Essendo il procedimento in esame esente dal pagamento del contributo unificato, non si deve far luogo alla dichiarazione di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 – quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della 6 – 2 Sezione civile della Corte suprema di cassazione, il 30 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 22 febbraio 2017

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