Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4606 del 22/02/2017


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Cassazione civile, sez. I, 22/02/2017, (ud. 14/12/2016, dep.22/02/2017),  n. 4606

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SALVAGO Salvatore – Presidente –

Dott. CAMPANILE Pietro – Consigliere –

Dott. SAMBITO Maria Giovanna C. – rel. Consigliere –

Dott. VALITUTTI Antonio – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 15679-2012 proposto da:

P.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE M.LLO

PILSUDSKI 118, presso l’avvocato EMANUELA PAOLETTI, che la

rappresenta e difende, giusta procura speciale per Notaio dott.

G.U. di (OMISSIS) – Rep. n. (OMISSIS) del (OMISSIS);

– ricorrente –

contro

M.A., elettivamente domiciliato in ROMA, Via G.G. PORRO

8, presso l’avvocato MARA GIANNINI, rappresentato e difeso

dall’avvocato REANA GIORGETTI, giusta procura a margine del

controricorso;

A.S., GA.LU., nella qualità di eredi di

A.C.A., elettivamente domiciliate in ROMA, VIA G.G.

BELLI 36, presso l’avvocato LUCA PARDINI, rappresentate e difese

dall’avvocato ALBERTO CONSANI, giusta procura speciale per Notaio

MA.MA. di (OMISSIS) – Rep. n. (OMISSIS);

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 1689/2011 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 22/12/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

14/12/2016 dal Consigliere Dott. MARIA GIOVANNA C. SAMBITO;

udito, per la ricorrente, l’Avvocato PAOLETTI che ha chiesto

l’accoglimento del ricorso;

udito, per le controricorrenti, l’Avvocato CONSANI che si riporta al

controricorso;

udito, per il controricorrente M., l’Avvocato ZIELLO ESPOSITO,

con delega, he si riporta agli atti;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

ZENO Immacolata che ha concluso per il rigetto del primo e secondo

motivo, assorbimento del terzo motivo, inammissibilità del quarto

motivo.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza in data 12.7.2007, il Tribunale di (OMISSIS), in accoglimento della domanda proposta da P.M., condannò A.C.A. ed M.A., rispettivamente assessore anziano ed assessore al commercio del Comune di Camaiore, a risarcirle il danno, quantificato equitativamente in Euro 82.000,00, per aver concluso con la stessa, senza averne i poteri, la transazione con cui il Comune si obbligava a pagare il valore delle attrezzature realizzate dalla P. nel (OMISSIS) con annesso bar a lei affidato in concessione, a fronte del rilascio dell’area alla data del 6.5.1991, da parte della stessa.

La decisione fu, però, ribaltata dalla Corte d’Appello di Firenze, che, con la sentenza indicata in epigrafe, ritenne, per quanto d’interesse, che: a) la responsabilità ex art. 1398 c.c. non poteva configurarsi, derivando la causa d’invalidità del negozio dalle norme inderogabili relative all’iter di formazione della volontà contrattuale dell’Ente pubblico, da presumersi note; tanto più che, al momento della firma, la P., che era accompagnata dal suo legale, aveva appreso che l’atto doveva essere posto all’ordine del giorno ad una prossima riunione di giunta, restando così escluso, in concreto, che la stessa avesse confidato senza colpa nella validità della transazione; b) la P. non aveva allegato nè le perdite strettamente dipendenti dalla conclusione del contratto inefficace nè i vantaggi perduti per contrattazioni alternative, id est le componenti del c.d. interesse negativo, che, nella dedotta ipotesi di rappresentanza senza poteri, costituiva l’unico danno risarcibile, che non poteva rapportarsi al danno emergente ed al lucro cessante derivante dall’inadempimento della transazione.

Per la cassazione della sentenza, P.M. ha proposto ricorso per 4 motivi; cui gli intimati hanno resistito con controricorso. La ricorrente nonchè A.S. e GA.Lu., eredi dell’ A., hanno depositato memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Col primo motivo, si censurano le statuizioni sub a) per violazione e falsa applicazione dell’art. 1398 c.c.. La Corte d’Appello, afferma la ricorrente, non ha considerato che ciò che normalmente costituisce un’attività successiva alla stipula di un contratto posto in essere da “rappresentanti o presunti tali, dell’ente comunale, non è una ratifica in senso tecnico ai sensi dell’art. 1399 c.c., bensì piuttosto un’approvazione”, diversamente opinando si finirebbe, paradossalmente, col ritenere che l’atto posto in essere dal rappresentante dell’ente comunale richieda sempre e comunque una successiva ratifica. La ricorrente, che sottolinea come l’Amministrazione sia obbligata a rispettare i principi di buona fede e correttezza, a norma della L. n. 241 del 1990, art. 1, comma 1 bis, sostiene che non era tenuta a controllare i poteri dei rappresentanti, e che, come riconosciuto dal Tribunale penale di Lucca con la sentenza del 2000, erano stati proprio gli Assessori ad aver ingenerato l’apparenza della legittimazione a stipulare la transazione. Sotto altro profilo, la P. evidenzia che alla semplice lettura della deposizione resa dalla dipendente comunale B. restava escluso che l’invito a sottoporre la transazione all’approvazione della giunta fosse stata rivolta alla presenza sua e del suo legale.

2. Col secondo motivo, si deduce che la sentenza è contraddittoria per aver dapprima ritenuto censurabile l’operato dei due Assessori, tanto da compensare le spese e per averle addebitato, poi, di aver colpevolmente confidato nella validità del contratto.

3. Disattese le eccezioni d’inammissibilità del ricorso, che nell’esplicitare i motivi, ne chiede l’accoglimento e, dunque, la cassazione della sentenza, e considerato che lo scrutinio ex art. 360 bis c.p.c., n. 1, comporta il rigetto per manifesta infondatezza e non la declaratoria d’inammissibilità (Cass. n. 19051 del 2010), i motivi,da esaminarsi congiuntamente) sono infondati.

4. Secondo la condivisibile giurisprudenza di questa Corte, il principio dell’apparenza del diritto, riconducibile a quello più generale di tutela dell’affidamento incolpevole, può essere invocato dal terzo che abbia stipulato in buona fede un contratto con un soggetto sfornito di procura, allorchè l’apparente rappresentato abbia tenuto un comportamento colposo, tale da giustificare nel terzo la ragionevole convinzione che il potere di rappresentanza fosse stato effettivamente e validamente conferito al rappresentante apparente (cfr. Cass. n. 3787 del 2012; n. 2725 del 2007; n. 18191 del 2007).

5. L’applicabilità di tale principio è stata, tuttavia, esclusa in riferimento alle persone giuridiche, avendo questa Corte (cfr. Cass. n. 10375 del 2005; n. 703 del 2004) ritenuto non configurabile un affidamento incolpevole, in presenza di disposizioni di legge che prescrivano speciali mezzi di pubblicità, mediante i quali il terzo sia in grado di verificare con l’ordinaria diligenza l’effettiva attribuzione del potere rappresentativo allo stipulante. E l’estensione di tale orientamento agli enti pubblici trova giustificazione nella presunzione di conoscenza delle norme di legge che ne disciplinano in modo inderogabile la rappresentanza esterna, nonchè nella considerazione che esprimendosi la volontà della pA attraverso atti formali – emessi all’esito di un iter dettagliatamente descritto dalla legge, del quale i terzi hanno la possibilità di rendersi edotti – esclude normalmente la configurabilità di un comportamento colposo, idoneo ad indurre un terzo di buona fede a credere erroneamente che un soggetto sfornito di poteri rappresentativi sia legittimato ad agire in nome e per conto dell’ente nel compimento di un’attività negoziale (Cass. n. 12279 del 2014).

6. Poichè, in linea di principio, il contratto concluso dal falsus procurator non produce effetti nei confronti del rappresentato (cfr. da ultimo Cass. SU n. 11377 del 2015), è colui che invoca a proprio favore il principio dell’affidamento a dover dedurre e provare non solo di aver erroneamente confidato, senza sua colpa, nella situazione apparente, ma anche che il proprio erroneo convincimento sia stato determinato dalla condotta colposa del soggetto nei confronti del quale tale principio è destinato ad operare.

7. Nella specie, va premesso che la questione del difetto del potere di rappresentanza nel presente giudizio viene in rilievo ai fini dell’accertamento della diretta responsabilità degli Assessori per avere stipulato la transazione in assenza di delega per conto del Comune (che non ne ha ratificato l’operato), e a tale tema non è pertinente nè la giurisprudenza che, in ipotesi d’incompetenza dell’organo stipulante, ravvisa non la nullità dell’atto, ma la sua annullabilità ad istanza del solo Ente (come pare esser stato eccepito nell’azione contrattuale contro di lui proposta, cfr pag. 8 del ricorso), e neppure la considerazione, peraltro, in sè criptica, secondo cui non è necessaria una ratifica ma un’approvazione dell’atto compiuto dal rappresentante dell’ente comunale (e nella specie, l’atto non proviene da rappresentante).

8. Occorre, quindi, rilevare che, all’epoca della stipula della transazione, in base alla L. n. 142 del 1990, art. 36, l’organo rappresentativo esterno abilitato a stipulare il contratto in nome e per conto del Comune e perciò munito dei poteri necessari per rappresentare l’Amministrazione e vincolarla era solo il Sindaco, e tale disposizione, confermata nella legge che ha introdotto la potestà statutaria delle amministrazioni locali, e coerente col precedente sistema (della L. n. 241 del 1990, il comma 1 bis è stato introdotto con la L. n. 15 del 2005, è inapplicabile ratione temporis e peraltro non contiene alcun principio diverso), è da presumersi nota a qualunque cittadino mediamente avveduto (v. Cass. n. 4635 del 2006; n. 10156 del 2016) e, perciò, tale da escludere l’affidamento incolpevole dell’odierna ricorrente, che, ove avesse agito secondo la diligenza dovuta in rebus suis, avrebbe dovuto, quindi, verificare la sussistenza della delega e, poi, dell’eventuale ratifica. 9. Inoltre, la Corte territoriale ha accertato, con argomenti del tutto congrui, che la P. era a conoscenza, in concreto, della necessità della ratifica, ponendo in evidenza come la stessa fosse accompagnata da un legale (che, come si riferisce nel ricorso, a pag. 22, avrebbe avuto assicurazioni sulla esistenza di una rituale autorizzazione a “trattare”, che, però, non implicava necessariamente quella di concludere la transazione in base ai patti convenuti), talchè la censura propone una diversa ricostruzione dei fatti inammissibile in questa sede di legittimità, non ravvisandosi, in particolare, la denunciata contraddittorietà tra la statuita compensazione delle spese, in ragione della rilevata “censurabilità del comportamento tenuto” dagli odierni controricorrenti – ai quali significativamente si imputa di aver taciuto nel periodo successivo (quello intercorso tra il 30.3.1991, di stipula dell’atto, ed il 6.5.1991. di riconsegna dell’area) – e la ritenuta loro esenzione da responsabilità, essendo stato, correttamente, osservato, alla stregua di quanto esposto al precedente p. 5, che l’affidamento sulla situazione apparente non era avvenuto “senza colpa” da parte della P., e dunque che detto contegno non costituiva da solo fonte dell’obbligazione risarcitoria dedotta in giudizio.

10. L’irrevocabilità di tale accertamento rende superfluo l’esame del terzo e del quarto motivo – indicato come quinto – coi quali si denuncia la violazione dell’art. 1398 c.c. in riferimento alla statuizione sub b) e si indicano, partitamente, gli elementi del credito risarcitorio asseritamente spettante, nonchè l’omessa pronuncia sul motivo d’appello incidentale col quale era stata chiesta la liquidazione di tutti gli altri danni.

11. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese, che si liquidano in Euro 3.600,00 di cui Euro 200,00 per spese, oltre accessori in favore di ciascuna parte controricorrente.

Così deciso in Roma, il 14 dicembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 22 febbraio 2017

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