Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4583 del 11/02/2022

Cassazione civile sez. III, 11/02/2022, (ud. 11/01/2022, dep. 11/02/2022), n.4583

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – rel. Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 25534/2018 R.G. proposto da:

M.S., rappresentato e difeso dall’Avv. Giuseppe

Vassallo, con domicilio eletto in Roma, Via Asiago, n. 9, presso lo

studio dell’Avv. Edoardo Spighetti;

– ricorrente –

contro

Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero della Salute,

Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca,

Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e Ministero

dell’Economia e delle Finanze;

– intimati –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Roma n. 5922/2017,

depositata il 22 settembre 2017.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del dì 11

gennaio 2022 dal Consigliere IANNELLO Emilio.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con sentenza n. 17155/2012 depositata il 13 settembre 2012. Il Tribunale di Roma, rilevato il difetto di legittimazione passiva in capo ai Ministeri convenuti rispetto ai quali compensò le spese, condannò la Presidenza del Consiglio dei Ministri al pagamento in favore del Dott. M.S. della somma di Euro 11.103,82 oltre accessori, per ogni anno del corso di specializzazione in Medicina Interna dallo stesso frequentato presso l’Università di Catania per un quinquennio a partire dal 1978-1979 e ultimato con il conseguimento del diploma in data 7 dicembre 1983.

2. In accoglimento del gravame interposto dall’amministrazione soccombente, la Corte d’appello di Roma, con sentenza n. 5922/2017, pubblicata in data 22 settembre 2017, ha liquidato l’indennizzo spettante al predetto nel minore complessivo importo di Euro 33.569,70, in adesione all’orientamento giurisprudenziale secondo cui detto indennizzo va quantificato, secondo la stima operata dalla L. n. 370 del 1999, art. 11, nell’importo di Euro 6.713,94 per ogni anno di scuola di specializzazione.

3. Per la cassazione di tale sentenza M.S. propone ricorso affidato a due motivi.

Le amministrazioni intimate non svolgono difese.

La trattazione è stata fissata in adunanza camerale ai sensi dell’art. 380-bis.1 c.p.c..

Non sono state depositate conclusioni dal Pubblico Ministero.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo il ricorrente denuncia, con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, violazione dell’art. 112 c.p.c. e art. 342 c.p.c., nn. 1 e 2, per avere la corte d’appello omesso di pronunciare sulla preliminare eccezione di inammissibilità dell’appello, poiché inosservante delle condizioni imposte dall’art. 342 c.p.c., nn. 1 e 2 e segnatamente dell’onere di: a) indicare le parti del provvedimento gravate da impugnazione e la loro rilevanza; b) illustrare quali avrebbero dovuto essere le determinazioni adottande in luogo di quelle adottate.

2. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia, con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e/o falsa applicazione della Direttiva n. 82/76/CEE e del D.Lgs. n. 257 del 1991, art. 6, per avere la corte d’appello assunto a parametro di riferimento per la liquidazione degli indennizzi riconosciuti l’importo di Euro 6.713,94 fissato dalla L. n. 370 del 1999, art. 11: riferimento – assume – inidoneo perché non conforme ai criteri dettati dalla normativa Europea.

Sostiene che a questa è stata data attuazione, nel nostro ordinamento, solo con il menzionato D.Lgs. n. 257 del 1991 ed è pertanto a detto parametro normativo che la corte di merito avrebbe dovuto riferirsi, come ha fatto il primo giudice, per la commisurazione del risarcimento dovuto ai medici esclusi dal suo ambito applicativo.

Richiama la sentenza della Corte di Giustizia Europea resa in data 24 gennaio 2018 nelle cause riunite C-616/16 e C-617/16, nella quale si afferma che la quantificazione deve essere rapportata a quanto previsto dalla “normativa nazionale di trasposizione” della direttiva, argomentando che, nel pensiero del detto organo giudicante, la normativa di trasposizione è il D.Lgs. 8 agosto 1991, n. 257, il quale all’art. 8 prevede una borsa di studio di Lire 21.500.000, attuali Euro 11.103,94, per ogni anno di frequenza.

3. Il primo motivo è inammissibile e, comunque, infondato.

3.1. L’accoglimento dell’appello implica, ovviamente, che il giudice lo ha preliminarmente – ancorché, appunto, implicitamente -ritenuto ammissibile.

E’ dunque, semmai, contro questa decisione implicita, peraltro relativa a questione strettamente processuale (la cui soluzione è sindacabile in sé e non per la motivazione che ne sia o non ne sia per nulla posta a base) che avrebbe dovuto indirizzarsi la doglianza del ricorrente.

Sul punto, è appena il caso di richiamare il consolidato insegnamento della giurisprudenza di legittimità, ai sensi del quale deve ritenersi inconfigurabile il vizio di omesso esame di una questione (connessa ad una prospettata tesi difensiva) o di un’eccezione di nullità (ritualmente sollevata o sollevabile d’ufficio), quando debba ritenersi che tali questioni od eccezioni siano state esaminate e decise implicitamente (v. Cass. 28/03/2014, n. 7406).

A maggior ragione tanto deve dirsi per le eccezioni, quale quella in questione, di carattere processuale.

Il mancato esame da parte del giudice, sollecitatone dalla parte, di una questione puramente processuale non può infatti dar luogo al vizio di omessa pronunzia, il quale è configurabile con riferimento alle sole domande di merito, e non può assurgere quindi a causa autonoma di nullità della sentenza, potendo profilarsi al riguardo una nullità (propria o derivata) della decisione, per la violazione di norme diverse dall’art. 112 c.p.c., in quanto sia errata la soluzione implicitamente data dal giudice alla questione sollevata dalla parte (v. ex multis Cass. 20/09/2021, n. 25360; 20/11/2020, n. 26439 29/01/2019, n. 2343; 28/03/2014, n. 7406; 24/06/2005, n. 13649).

3.2. Ove peraltro potesse ritenersi – in forza del potere/dovere di autonoma qualificazione della censura attribuiti a questa Corte (v. Cass. Sez. U. 24/07/2013, n. 17931) – che questa più che un vizio di omessa pronuncia intenda denunciare proprio l’errore processuale in cui sarebbe incorso il giudice d’appello per non aver rilevato l’aspecificità del gravame, se ne dovrebbe comunque rilevare l’infondatezza.

E’ sufficiente al riguardo rammentare il principio affermato da Cass. Sez. U. 16/11/2017, n. 27199, secondo cui “gli artt. 342 e 434 c.p.c., nel testo formulato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, convertito, con modificazioni, nella L. 7 agosto 2012, n. 134, vanno interpretati nel senso che l’impugnazione deve contenere una chiara individuazione delle questioni e dei punti contestati della sentenza impugnata e, con essi, delle relative doglianze, affiancando alla parte volitiva una parte argomentativa che confuti e contrasti le ragioni addotte dal primo giudice. Resta tuttavia escluso, in considerazione della permanente natura di revisio prioris instantiae del giudizio di appello, il quale mantiene la sua diversità rispetto alle impugnazioni a critica vincolata, che l’atto di appello debba rivestire particolari forme sacramentali o che debba contenere la redazione di un progetto alternativo di decisione da contrapporre a quella di primo grado”.

Nella specie la censura sembra proprio sposare l’impostazione formalistica respinta dalla esposta interpretazione nomofilattica, dolendosi il ricorrente della mancata puntuale indicazione dei “punti (quindi le frasi, i periodi, i righi) contenenti le affermazioni oggetto di gravame” e della mancata indicazione delle modifiche che avrebbero dovuto “essere apportate alla ricostruzione del fatto compiuta con la sentenza impugnata” (con chiara allusione all’idea del c.d. “progetto alternativo di sentenza”).

Le dedotte omissioni o lacune, ove effettivamente apprezzabili, resterebbero – alla luce del principio surrichiamato – del tutto prive di rilievo in funzione dell’osservanza della regola processuale invocata, al qual fine dovendo piuttosto ritenersi sufficiente che siano state esattamente individuati (come emerge dalla stessa sintesi del motivo d’appello proposta dal ricorrente), da un lato, le questioni ed i punti contestati della sentenza impugnata (nella specie la liquidazione dell’indennizzo operata dal primo giudice con riferimento a quanto previsto dal D.Lgs. n. 257 del 1991, art. 6) e, dall’altro, le ragioni di critica in proposito addotte (eccessività, contraddittorietà e illegittimità di tale criterio liquidatorio, poiché operante una indebita estensione, peraltro retroattiva, dell’efficacia del detto testo normativo a situazioni dallo stesso non contemplate, in una altrettanto impropria ottica risarcitoria e non meramente indennitaria).

4. Il secondo motivo è parimenti inammissibile, ai sensi dell’art. 360-bis c.p.c., n. 1, avendo la corte d’appello deciso le questioni di diritto sottoposte al suo esame in modo conforme alla giurisprudenza di questa Corte e non offrendo, l’esame del motivo di ricorso, elementi per confermare o mutare l’orientamento della stessa.

La giurisprudenza di legittimità ha, infatti, da tempo chiarito che, in tema di risarcimento dei danni per la mancata tempestiva trasposizione delle direttive comunitarie nn. 75/362/CEE, 75/363/CEE e 82/76/CEE in favore dei medici frequentanti le scuole di specializzazione in epoca anteriore all’anno 1991, deve ritenersi che il legislatore, con l’aestimatio del danno effettuata dalla L. n. 370 del 1999, art. 11, abbia proceduto a un sostanziale atto di adempimento parziale soggettivo valevole anche nei confronti di coloro non ricompresi nel citato art. 11.

A questi non può invece applicarsi il D.Lgs. n. 257 del 1991, art. 6, in quanto tale decreto, nel trasporre nell’ordinamento interno le direttive in questione, ha regolato le situazioni future con la previsione, a partire dall’anno accademico 1991-1992, di condizioni di frequenza dei corsi diverse e più impegnative rispetto a quelle del periodo precedente (Cass. Sez. U. 27/11/2018, n. 30649).

Ne discende che alla precedente obbligazione risarcitoria per mancata attuazione delle direttive si è sostituita un’obbligazione avente natura di debito di valuta, rispetto alla quale – secondo le regole generali di cui agli artt. 1219 e 1224 c.c. – gli interessi legali possono essere riconosciuti solo dall’eventuale messa in mora o, in difetto, dalla notificazione della domanda giudiziale (Cass. 09/02/2012, n. 1917 e succ. conff., citata adesivamente dalle Sezioni Unite da ultimo richiamate: pag. 14 punto 5.3). Ne deriva anche l’esclusione della spettanza della rivalutazione e correlati interessi compensativi (Cass. 06/11/2014, n. 23635; 17/01/2019, n. 1059).

Tale liquidazione legislativa è – come tale – di norma statisfattiva, salvo rigorosa prova, da parte del danneggiato, di circostanze diverse da quelle normali, tempestivamente e analiticamente dedotte in giudizio prima della maturazione delle preclusioni assertive o di merito e di quelle istruttorie (cfr. Cass. 09/07/2015, n. 14376; 17/01/2019, n. 1058).

Nella disciplina comunitaria non è poi rinvenibile una definizione di retribuzione adeguata, né sono posti i criteri per la determinazione della stessa (Cass. 15/06/2016, n. 12346; 23/09/2016, n. 18710); il fatto che la normativa comunitaria non abbia stabilito una definizione di adeguata remunerazione – ferma, pure in chiave CEDU, la non irrisorietà della quantificazione nazionale – è stato ribadito anche dalla pronuncia della Corte di giustizia, 24 gennaio 2018, C-616/16 e C-617-16, richiamata in ricorso.

Stante quanto sopra non vi è alcuna violazione della normativa sovranazionale, e alcuna irragionevolezza o disparità di trattamento dato che la quantificazione in discussione è stata espressione di una scelta che rientra nelle opzioni legislative di regolare diversamente situazioni successive nel tempo (cfr., anche, di recente, Cass. 19/02/2019, n. 4809, ed, esaustivamente, Cass. 24/01/2020, n. 1641).

5. Il ricorso deve essere pertanto dichiarato inammissibile.

Non avendo, le amministrazioni intimate, svolto difese, non v’e’ luogo a provvedere sul regolamento delle spese del presente giudizio di legittimità.

Va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dal L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello previsto per il ricorso, ove dovuto, a norma dell’art. 1-bis dello stesso art. 13.

PQM

dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 11 gennaio 2022.

Depositato in Cancelleria il 11 febbraio 2022

 

 

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