Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4574 del 11/02/2022

Cassazione civile sez. III, 11/02/2022, (ud. 11/01/2022, dep. 11/02/2022), n.4574

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al numero 27203 del ruolo generale dell’anno

2018, proposto da:

G.G., (C.F.: (OMISSIS));

B.V., (C.F.: (OMISSIS));

M.M., (C.F.: MLT MGB 60R55 D0863);

C.S., (C.F.: (OMISSIS)) rappresentati e difesi,

giusta procura a margine del ricorso, dall’avvocato Alessandra

Morcavallo (C.F.: (OMISSIS));

– ricorrenti –

nei confronti di:

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, in persona del Presidente del

Consiglio dei Ministri pro tempore (C.F.: (OMISSIS));

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato (C.F.:

(OMISSIS));

– controricorrenti –

per la cassazione della sentenza della Corte di Appello di Roma n.

5428/2017, pubblicata in data 22 agosto 2017;

udita la relazione sulla causa svolta nella camera di consiglio

dell’11 gennaio 2022 dal Consigliere TATANGELO Augusto.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

I medici indicati in epigrafe quali ricorrenti, deducendo di non avere ricevuto la remunerazione prevista dalle Direttive CEE n. 75/362, n. 75/363 e n. 82/76 per la frequenza di corsi di specializzazione universitaria, hanno agito in giudizio nei confronti della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Ministero dell’Università e della Ricerca, del Ministero della Sanità e del Ministero Tesoro, per ottenere il risarcimento del danno derivante dalla mancata attuazione delle suddette direttive comunitarie.

Le loro domande sono state rigettate dal Tribunale di Roma.

La Corte di Appello di Roma, in riforma della decisione di primo grado, la ha invece accolte, liquidando in favore degli attori un importo equivalente a quello previsto per le borse di studi introdotte dal D.Lgs. n. 257 del 1991.

La sentenza di appello è stata cassata con rinvio, con decisione di questa Corte n. 17068 del 10 luglio 2013.

All’esito del giudizio di rinvio, la Corte di Appello di Roma (per quanto qui ancora rileva) ha condannato la Presidenza del Consiglio dei Ministri a pagare in favore dei medici attori l’importo di cui alla L. n. 370 del 1999, art. 11, pari ad Euro 6.713,93 per ogni anno di frequenza dei rispettivi corsi di specializzazione, oltre interessi legali dalla domanda al saldo.

Avverso tale decisione ricorrono i medici indicati in epigrafe quali ricorrenti, sulla base di due motivi.

La Presidenza del Consiglio dei Ministri resiste con controricorso.

E’ stata disposta la trattazione in camera di consiglio, in applicazione degli artt. 375 e 380 bis.1 c.p.c..

I ricorrenti hanno depositato memoria ai sensi dell’art. 380 bis.1 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo del ricorso si denunzia “- Violazione e/o falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c. e degli artt. 2056, 1223 e 1226 c.c. – Omesso esame della durata effettiva del corso di specializzazione ai fini della quantificazione del danno, oggetto di rilievi anche in sede di rinvio”.

Il motivo di ricorso in esame riguarda esclusivamente il ricorrente G., il quale lamenta che in proprio favore sarebbe stato liquidato il solo importo relativo alla frequenza di un corso di specializzazione triennale, mentre egli avrebbe frequentato due corsi di specializzazione, uno di durata quinquennale (in “Ortopedia”) e uno di durata triennale (in “Chirurgia della mano”).

Va premesso che la motivazione e il dispositivo della sentenza impugnata sembrano presentare una incongruenza. Nella motivazione si afferma infatti chiaramente che al G. va riconosciuto l’indennizzo solo per il corso triennale (in “Chirurgia della mano”), per Euro 20.141,79, mentre va riconosciuto l’indennizzo per un corso quadriennale in favore della ricorrente M. e degli eredi di altra parte attrice ( Go.), per Euro 26.355,72. Nel dispositivo, invece, sembrerebbe riconosciuto al G., oltre all’indennizzo per il corso (triennale) frequentato, anche quello per un altro corso, essendo il G. indicato (al posto degli eredi Go., parrebbe) come avente diritto, insieme alla M., anche dell’indennizzo di Euro 26.355,72.

Sembrerebbe trattarsi di un mero errore materiale contenuto nel dispositivo, la cui mancata segnalazione, peraltro, non è tale da determinare, di per sé, l’inammissibilità del motivo di ricorso in esame, chiaramente formulato sul presupposto (del tutto corrispondente a quanto emerge chiaramente nella motivazione della sentenza impugnata) che al G. sia stato riconosciuto esclusivamente l’indennizzo per il corso triennale in “Chirurgia della mano”.

Il motivo, peraltro, è da ritenere comunque inammissibile, in forza del giudicato interno formatosi sulla esclusiva frequenza di un corso di specializzazione triennale da parte del G..

Infatti (come del resto precisa la difesa dell’amministrazione), al G., già nella originaria sentenza di appello, poi cassata esclusivamente con riguardo al quantum, era stato riconosciuto l’indennizzo per un solo corso triennale e tale sentenza non era stata da lui impugnata in via incidentale per sostenere che avrebbe avuto invece diritto all’indennizzo per la frequenza di due corsi, uno triennale e uno quinquennale.

La decisione di questa Corte che ha (parzialmente) cassato la prima sentenza di appello ha del resto avuto ad oggetto esclusivamente l’importo liquidato per ciascun anno riconosciuto di frequenza dei corsi di specializzazione e, di conseguenza (diversamente da quanto parrebbe sostenere il ricorrente, anche nella memoria depositata ai sensi dell’art. 380 bis.1 c.p.c.), non ha comportato il venir meno delle originarie statuizioni di merito in ordine all’accertamento della sussistenza o meno del diritto all’indennizzo, con riguardo ai corsi frequentati da ciascun attore.

Ciò trova conferma anche nella stessa sentenza impugnata, sia in considerazione della precisa indicazione dell’importo originariamente liquidato in favore del G. (corrispondente a quello di un corso triennale), sia in considerazione del fatto che per quest’ultimo si discute effettivamente solo di un corso triennale in “Chirurgia della mano” e non si fa (più) alcun riferimento alla frequenza di un corso in “Ortopedia”.

Di conseguenza, deve ritenersi che sulla questione relativa al mancato riconoscimento in favore del G. dell’indennizzo per il corso di specializzazione (quinquennale) in “Ortopedia” e, comunque, di un indennizzo ulteriore rispetto a quello spettante per il solo corso di specializzazione triennale in “Chirurgia della mano”, si è formato un giudicato interno, onde tale questione non può essere avanzata nella presente sede e il motivo di ricorso in esame deve ritenersi inammissibile.

2. Con il secondo motivo si denunzia “- Violazione e/o falsa applicazione dell’art. 384 c.p.c.; – Violazione del principio della vincolatività della pronuncia disponente il rinvio; – Violazione e/o falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c. e degli artt. 2056, responsabilità e di adeguatezza del ristoro del danno; – Violazione dei principi affermati dalla Corte di Giustizia in materia di tardiva trasposizione delle direttive comunitarie “.

Il motivo di ricorso riguarda tutti i ricorrenti, avendo ad oggetto il quantum dell’importo liquidato a titolo di danno per la mancata previsione di una adeguata remunerazione per la frequenza dei rispettivi corsi di specializzazione.

Secondo i ricorrenti, infatti, la liquidazione del danno secondo il parametro minimo contenuto nella L. n. 370 del 1999, art. 11, non assolverebbe totalmente alla funzione ristoratrice prevista, dovendosi considerare il più gravoso impegno professionale richiesto ai singoli sanitari in ragione delle concrete “modalità di svolgimento dell’attività, adottate per i corsi frequentati”.

Le censura risulta manifestamente infondata, come tale inammissibile, ai sensi dell’art. 360 bis c.p.c., comma 1, n. 1. In primo luogo, va rilevato che l’indicazione secondo cui la liquidazione dell’indennizzo avrebbe dovuto avvenire secondo il parametro di cui alla L. n. 370 del 1999, art. 11 è contenuta nella stessa sentenza di questa Corte che aveva disposto il rinvio, cui correttamente la corte territoriale si è conformata, ai sensi dell’art. 384 c.p.c..

In ogni caso, la corte territoriale ha espressamente e correttamente escluso, in diritto, che potesse avere rilievo, ai fini di una liquidazione del danno in misura superiore a quello previsto dalla L. n. 370 del 1999, art. 11, la frequenza dei corsi di specializzazione secondo la modalità del tempo pieno, essendo tale forma di frequenza in realtà un requisito necessario ai fini del riconoscimento dello stesso diritto all’adeguata remunerazione.

Ne’, del resto, risulta specificamente indicato nel ricorso se, in quali atti del giudizio di merito ed in quali esatti termini sarebbe stato specificamente allegato un ulteriore e specifico danno subito dagli attori sotto i profili richiamati, che fosse effettivamente diverso e autonomo rispetto alla mera frequenza dei corsi a tempo pieno (e, in mancanza di ciò, va certamente esclusa la possibilità del riconoscimento di un danno ulteriore rispetto a quello compensato con il riconoscimento degli importi previsti dalla L. n. 370 del 1999; cfr. sul punto, specificamente, Cass., Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 14376 del 09/07/2015, Rv. 636004 – 01: “in tema di diritto al risarcimento del danno, spettante ai medici specializzandi per inadempimento della direttiva 26 gennaio 1982, n. 82/76/CEE, riassuntiva delle direttive 16 giugno 1975, n. 75/362/CEE e n. 75/363/CEE, l’applicazione del solo parametro di cui alla L. 19 ottobre 1999, n. 370, art. 11 è di per sé sufficiente a coprire tutta l’area dei pregiudizi causalmente collegabili al tardivo adempimento del legislatore italiano all’obbligo di trasposizione della normativa comunitaria, salva la rigorosa prova, da parte del danneggiato, di circostanze diverse da quelle normali, tempestivamente e analiticamente dedotte in giudizio prima della maturazione delle preclusioni assertive o di merito e di quelle istruttorie”; cfr. altresì, in generale, sulla necessità di allegazione e prova, in caso di richiesta di danni da perdita di chance, di un pregiudizio concreto derivante dalla perdita di concrete possibilità di lavoro: Cass., Sez. 3, Sentenza n. 11353 del 11/05/2010, Rv. 613000 – 01).

La decisione impugnata, d’altronde (lo si osserva anche a fini di completezza espositiva), nel liquidare il danno conseguente al mancato riconoscimento dell’equa remunerazione dovuta per la frequenza dei rispettivi corsi di specializzazione da parte dei ricorrenti, risulta conforme agli indirizzi di questa Corte (che il ricorso non offre motivi per rimeditare) secondo cui “in tema di risarcimento dei danni per la mancata tempestiva trasposizione delle direttive comunitarie 75/362/CEE e 82/76/CEE in favore dei medici frequentanti le scuole di specializzazione in epoca anteriore all’anno 1991, deve ritenersi che il legislatore dettando la L. 19 ottobre 1999, n. 370, art. 11, con la quale ha proceduto ad un sostanziale atto di adempimento parziale soggettivo delle citate direttive – abbia palesato una precisa quantificazione dell’obbligo risarcitorio da parte dello Stato, valevole anche nei confronti di coloro i quali non erano ricompresi nel citato art. 11; a seguito di tale esatta determinazione monetaria, alla precedente obbligazione risarcitoria per mancata attuazione delle direttive si è sostituita un’obbligazione avente natura di debito di valuta, rispetto alla quale – secondo le regole generali di cui agli artt. 1219 e 1224 c.c., – gli interessi legali possono essere riconosciuti solo dall’eventuale messa in mora o, in difetto, dalla notificazione della domanda giudiziale” (Cass., Sez. 3, Sentenza n. 1917 del 09/02/2012, Rv. 621205; conformi, tra le tante: Sez. 3, Sentenza n. 17682 del 29/08/2011, Rv. 619541; Sez. 3, Sentenza n. 21498 del 18/10/2011, Rv. 620244; Sez. 6 – 3, Sentenza n. 1157 del 17/01/2013, Rv. 625215; Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 23635 del 06/11/2014, Rv. 633541; Sez. 1, Sentenza n. 2538 del 10/02/2015, Rv. 634216; Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 14376 del 09/07/2015, Rv. 636004).

Il suddetto indirizzo, con riguardo all’importo dovuto a titolo risarcitorio, è stato di recente confermato e ribadito dalle stesse SS.UU. di questa Corte, le quali hanno espressamente chiarito che “in tema di risarcimento dei danni per la mancata tempestiva trasposizione delle direttive comunitarie 75/362/CEE, 75/363/CEE e 82/76/CEE in favore dei medici frequentanti le scuole di specializzazione in epoca anteriore all’anno 1991, deve ritenersi che il legislatore, con l'”aestimatio” del danno effettuata dalla L. n. 370 del 1999, ‘art. 11, abbia proceduto ad un sostanziale atto di adempimento parziale soggettivo valevole anche nei confronti di coloro non ricompresi nel citato art. 11, a cui non può applicarsi del D.Lgs. n. 257 del 1991, art. 6, in quanto tale decreto, nel trasporre nell’ordinamento interno le direttive in questione, ha regolato le situazioni future con la previsione, a partire dall’anno accademico 1991/1992, di condizioni di frequenza dei corsi diverse e più impegnative rispetto a quelle del periodo precedente” (Cass., Sez. U, Sentenza n. 30649 del 27/11/2018, Rv. 651813 – 02). In tale decisione viene altresì precisato, quanto al criterio di liquidazione del danno nella misura dell’importo previsto dalla L. 19 ottobre 1999, n. 370, art. 11, invece che di quella del compenso previsto dal D.Lgs. n. 257 del 1991, che “la C.G.U.E., tanto nella sentenza del 25/2/1999 quanto nella (in gran parte reiterativa) recente sentenza del 24/1/2018, non ha incluso tra i principi interpretativi vincolanti alcun riferimento all’una o all’altra delle due fonti normative interne sopra richiamate, avendo piuttosto rimesso al giudice nazionale la determinazione della misura dell’indennizzo”, il che esclude che sussistano i presupposti per rimettere la questione interpretativa alla stessa Corte di Giustizia dell’Unione Europea.

3. Il ricorso è dichiarato inammissibile.

Per le spese del giudizio di cassazione si provvede, sulla base del principio della soccombenza, come in dispositivo.

Deve darsi atto della sussistenza dei presupposti processuali (rigetto, ovvero dichiarazione di inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione) di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.

PQM

La Corte:

– dichiara inammissibile il ricorso;

– condanna i ricorrenti a pagare le spese del giudizio di legittimità in favore della amministrazione controricorrente, liquidandole in complessivi Euro 5.000,00 oltre spese prenotate a debito.

Si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali (rigetto, ovvero dichiarazione di inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione) di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso (se dovuto e nei limiti in cui lo stesso sia dovuto), a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Terza Sezione Civile, il 11 gennaio 2022.

Depositato in Cancelleria il 11 febbraio 2022

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