Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4567 del 27/02/2018


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Civile Ord. Sez. 6 Num. 4567 Anno 2018
Presidente: DORONZO ADRIANA
Relatore: GHINOY PAOLA

ORDINANZA
sul ricorso 18642-2017 proposto da:
GIANLUCA GARAVINI, GIANLUCA LOMBARDI, elettivamente
domiciliati in ROMA, VIA DEGLI SCIPIONI, 268/A, presso lo
studio dell’avvocato GIORGIO ANTONINI, rappresentati e difesi
dall’avvocato PIERGIOVANNI ALLEVA;

– ricorrenti contro
AUTOSTRADE PER L’ITALI1 SPA, in persona del legale
rappresentante, elettivamente domiciliata in ROMA, L.G.
EARAVELLI 22, presso lo studio dell’avvocato ENZO MORRICO,
che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato GIOSAFAT
RIGANO’;

– controri corrente –

Data pubblicazione: 27/02/2018

avverso la sentenza n. 3473/2017 della CORTE SUPREMA DI
CASSAZIONE di ROMA, depositata il 09/02/2017;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non
partecipata del 19/12/2017 dal Consigliere Dott. PAOLA GHINOY;
rilevato che:

confermava la sentenza della Corte d’appello di Bologna che aveva
rigettato l’impugnativa del licenziamento intimato da Autostrade per
s.p.a. a Gianluca Garavini e Gianluca Lombardi per giusta causa,
consistente nell’ essere rimasti inattivi, per circa tre ore, trascorse
presso il Centro di manutenzione di Rimini Sud, durante il turno di
lavoro svolto quali “ausiliari addetti alla viabilità”, compreso tra le ore
22.00 del 16/9/2009 e le ore 6.00 del giorno successivo; per non avere
dato avviso di tale interruzione di attività alla Sala Radio di Autostrade
per l’Italia; per avere annotato nel rapporto di servizio un intervento di
rimozione di ostacolo sulla sede autostradale in orario incompatibile
con la sosta presso il Centro di manutenzione di Rimini Sud, risultando
il periodo di inattività dalle registrazioni Telepass di entrata e uscita dal
casello autostradale; per avere infine cessato l’esecuzione della
prestazione alle ore 5.00 anziché alle ore 6.00 del 17/9/2009.
2. Gianluca Garavini e Gianluca Lombardi propongono ricorso
per la revocazione della sentenza, a fondamento del quale deducono
che essa sarebbe frutto di un evidente errore commesso nella lettura
dei documenti processuali ai sensi dell’art. 395 n. 4 c.p.c. laddove ha
dichiarato improcedibile il primo motivo di ricorso – con il quale si
denunciava la violazione e falsa applicazione dell’art. 7 della legge n.
300/1970, per avere la Corte territoriale superato il sistema
sanzionatorio delineato dal contratto collettivo, che costituisce un
limite non valicabile dal datore di lavoro e dal giudice, il quale prevede
Ric. 2017 n. 18642 sez. ML – ud. 19-12-2017
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1. questa Corte di Cassazione con la sentenza n. 3473 del 2017

all’art. 35, per la principale delle infrazioni contestate (interruzione
temporanea della prestazione), una sanzione conservativa – sul
presupposto che i ricorrenti non avessero depositato copia del
contratto collettivo (né in forma integrale, né per estratto), senza
indicare neppure il luogo preciso in cui esso era stato depositato nei

nella stessa sentenza della Corte d’appello di Bologna, come ribadito
nel corpo del motivo di ricorso, sicché la soluzione adottata dal giudice
di legittimità risulterebbe affetta da eccessivo formalismo.
Aggiungono che il motivo di ricorso dichiarato improcedibile è
stato accolto in altra sentenza di questa Corte resa in identico giudizio
(Cass. 12825 del 2017).
3. Ha resistito Autostrade per l’Italia s.p.a con controricorso.
4. I ricorrenti hanno depositato anche memoria ex art. ex art. 380
bis comma 2 c.p.c..
5. Il Collegio ha autorizzato la redazione della motivazione in
forma semplificata.
Considerato che:
1. questa Corte ha ripetutamente affermato che l’errore di fatto
previsto dall’art. 395, n. 4, cod. proc. civ., idoneo a costituire motivo di
revocazione, si configura come una falsa percezione della realtà, una
svista obiettivamente e immediatamente rilevabile, la quale abbia
portato ad affermare o supporre l’esistenza di un fatto decisivo
incontestabilmente escluso dagli atti e documenti, ovvero l’inesistenza
di un fatto decisivo che dagli atti o documenti stessi risulti
positivamente accertato, e pertanto consiste in un errore meramente
percettivo che in nessun modo coinvolga l’attività valutativa del giudice
di situazioni processuali esattamente percepite nella loro oggettività;
l’errore deve, pertanto, apparire di assoluta immediatezza e di semplice
Ric. 2017 n. 18642 sez. ML – ud. 19-12-2017
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gradi di merito. Argomentano che la clausola collettiva era contenuta

e concreta rilevabilità, senza che la sua constatazione necessiti di
argomentazioni induttive o di indagini ermeneutiche, e non può
consistere, per converso, in un preteso, inesatto apprezzamento delle
risultanze processuali, vertendosi, in tal caso, nella ipotesi dell’ errore di
giudizio, denunciabile con ricorso per cassazione, entro i limiti di cui

fra due diverse rappresentazioni dello stesso fatto, delle quali una
emerge dalla sentenza, l’altra dagli atti e documenti processuali,
sempreché la realtà desumibile dalla sentenza sia frutto di supposizione
e non di giudizio; ne consegue che non è configurabile l’errore
revocatorio per vizi della sentenza che investano direttamente la
formulazione del giudizio sul piano logico-giuridico o siano frutto di
un qualsiasi apprezzamento delle risultanze processuali, ossia di una
viziata valutazione delle prove o delle allegazioni delle parti, essendo
esclusa dall’area degli errori revocatori la sindacabilità di errori di
giudizio formatisi sulla base di una valutazione (v. tra le altre, da
ultimo, Cass. 03/04/2017 n. 8615, ed i precedenti ivi richiamati).
2. Con specifico riferimento alla revocazione delle sentenze della
Corte di cassazione, si è poi affermato che l’errore revocatorio è
configurabile nelle ipotesi in cui la Corte sia giudice del fatto,
individuandosi nell’errore meramente percettivo risultante in modo
incontrovertibile dagli atti e tale da aver indotto il giudice a fondare la
valutazione della situazione processuale sulla supposta inesistenza (od
esistenza) di un fatto, positivamente acquisito (od escluso) nella realtà
del processo, che, ove invece esattamente percepito, avrebbe
determinato una diversa valutazione della situazione processuale, e non
anche nella pretesa errata valutazione di fatti esattamente rappresentati
con la conseguenza che non risulta viziata da errore revocatorio la
sentenza della Corte di Cassazione nella quale il collegio abbia
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all’art. 360, n. 5, cod. proc. civ..; esso presuppone, quindi, il contrasto

dichiarato l’inammissibilità del ricorso per motivi attinenti al merito
delle questioni ed a valutazioni di diritto, e segnatamente alla asserita
erronea applicazione di norme processuali, venendosi, in tali casi, su
errori di giudizio della Corte, con conseguente inammissibilità del
ricorso per revocazione. (v. anche, oltre all’arresto già richiamato ed ai

3. In applicazione delle premesse in diritto sopra individuate, il
ricorso è inammissibile, in quanto l’ errore in tesi imputato alla
sentenza della quale è chiesta la revocazione non è riconducibile
all’ipotesi di cui all’art. 395 n. 4 cod. proc. civ., richiamato per le
sentenze della Corte di cassazione dall’art. 391 bis cod. proc. civ.
4. E difatti, la soluzione adottata da questa Corte è sorretta
dall’interpretazione data all’onere imposto dall’art. 369 comma 2 n. 4
c.p.c., nel senso che esso, laddove pone come requisito del ricorso per
cassazione “la specifica indicazione degli atti processuali, dei
documenti e dei contratti o accordi collettivi sui quali il ricorso si
fonda”,

imponga la produzione del contratto collettivo (nel testo

integrale o per estratto) o l’indicazione della sede processuale in cui è
stato depositato . A tale fine, in motivazione ha richiamato l’arresto
delle Sezioni Unite n. 25038/2013.
5. I ricorrenti non contestano in fatto — a confutazione
dell’argomentazione assunta da questa Corte in relazione al primo
motivo di ricorso- di non avere depositato copia del contratto
collettivo (né in forma integrale, né per estratto), né di non avere
indicato il luogo preciso in cui esso fu depositato nei gradi di merito ,
sicché l’errore denunciato non si concretizza in una falsa percezione
della realtà documentale da parte del giudice di legittimità, ma secondo la stessa prospettazione del ricorrente – nel recepimento del
principio di “autosufficienza” del ricorso per cassazione in un’
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precedenti ivi citati, Cass. S.U. n. 26022 del 2008).

accezione e con un contenuto che si assumono errati. Siffatto errore,
però, alla luce della ricordata giurisprudenza di legittimità, non
risponde al modello legale dell’errore revocatorio, bensì, in via di mera
ipotesi, configura, secondo la prospettazione del ricorrente, un errore
di valutazione giuridica, non denunciabile in questa sede, circa il

ne derivavano per il giudice (v., in tal senso, in caso analogo, Cass.
30/08/2000 n. 11408).
6. Inoltre, i ricorrenti neppure deducono la decisività dell’asserito
errore al fine di ottenere un diverso esito del giudizio, considerato che
non risulta che raccoglimento del primo motivo avrebbe portato alla
confutazione dell’intera argomentazione della Corte, che, nel rigettare
il terzo motivo, ha ritenuto che la Corte territoriale avesse fatto
corretta applicazione del consolidato principio di diritto per il quale,
nel compiere l’accertamento relativo alla gravità della condotta, il
giudice di merito deve esaminare non soltanto le circostanze, che
connotano le condotte sul piano oggettivo, ma anche gli aspetti
soggettivi e, in particolare, l’elemento della intenzionalità, pervenendo,
a conclusione di un rigoroso esame del materiale istruttorio, al
convincimento di una pluralità di condotte dei lavoratori preordinate a
sottrarsi all’adempimento dei propri obblighi e, pertanto,
contrassegnate da una indubbia e oggettiva gravità.
7. Non rileva poi il richiamo al precedente di questa Corte, che ha
avuto ad oggetto un ricorso diversamente articolato anche con
riguardo al richiamo alle produzioni documentali , fermo restando che
neppure nel caso in cui l’attività valutativa del giudice sia giunta a
risultati differenti rispetto a precedente causa analoga può ravvisarsi,
sulla base dei principi sopra esplicitati, un presupposto per la
revocazione.
Ric. 2017 n. 18642 sez. ML – ud. 19-12-2017
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contenuto delle norme processuali e circa gli obblighi di indagine che

8. Non inducono infine a diverso avviso le osservazioni formulate
dalla difesa nella memoria, considerato che non si tratta in questa sede
di valutare se il documento (contratto collettivo) fosse o meno in atti,
come ritiene la difesa, ma di valutare se sussista o meno un errore revocatorio
nel ritenere che qualora il ricorrente valorizzi a fondamento del motivo

anche qualora nella sentenza gravata tale clausola sia trascritta, di
produrre copia (integrale o per estratto) dello stesso contratto o
quantomeno di indicare il luogo in cui esso è stato prodotto nel
giudizio di merito. Quesito al quale, per le ragioni esposte, il Collegio
ritiene di dare risposta negativa, trattandosi di attività valutativa.
9. Il ricorso risulta quindi inammissibile ex art. 375 comma i n. 1
c.p.c., sicché il Collegio ritiene di confermare con ordinanza in camera
di consiglio la proposta formulata (121 relatore ex art. 380 bis c.p.c..
10. La regolamentazione delle spese processuali segue la
soccombenza.
11. Sussistono i presupposti per il versamento, da parte dei
ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato,
previsto dall’art. 13, comma 1 quater, del d.P.R. 30 maggio 2002 n.
115, introdotto dall’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n.

228 .

P.Q.M.
dichiara inammissibile il ricorso. Condanna i ricorrenti al
pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in
complessivi 3.000,00 per compensi, oltre ad 200,00 per esborsi,
rimborso spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13, co. 1 quater, del d.lgs. n. 115 del 2002 dà atto
della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei
ricorrenti dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a
Ric. 2017 n. 18642 sez. ML – ud. 19-12-2017
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una clausola del contratto collettivo, l’art. 369 n. 4 c.p.c. gli imponga,

quello dovuto per il ricorso a norma del comma 1 bis dello stesso art.
13.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 19.12.2017

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