Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4548 del 22/02/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 22/02/2017, (ud. 24/01/2017, dep.22/02/2017),  n. 4548

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. SCODITTI Enrico – rel. Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 892/2016 proposto da:

M.G., M.L., elettivamente domiciliate in ROMA, PIAZZA

CAVOUR presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentate e difese

dall’avvocato FABIO NEGRO;

– ricorrente –

contro

C.M.R., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA

CAVOUR presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dagli

avvocati SERGIO MONTICONE, ENRICO ONDE e CRISTINA BARBIERI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3620/2014 del TRIBUNALE di TORINO, depositata

il 16/03/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 24/01/2017 dal Consigliere Relatore Dott. ENRICO

SCODITTI.

Fatto

FATTO E DIRITTO

M.G. e M.L. convennero in giudizio innanzi al Tribunale di Torino C.M.R. chiedendo il pagamento dell’importo di Euro 700,00 mensili dal novembre 2012 a titolo di indennità di occupazione. Espose la parte attrice quanto segue: le ricorrenti erano titolari del diritto di usufrutto di unità immobiliare di proprietà del padre M.G.; esse avevano consentito al padre e alla di lui moglie, C.M.R., di occupare stabilmente il predetto immobile; in seguito alla separazione personale nell'(OMISSIS) il padre aveva lasciato l’immobile. Si costituì la parte convenuta chiedendo il rigetto della domanda. Il Tribunale adito rigettò la domanda con sentenza di data 16 maggio 2014. Previa qualificazione della fattispecie in termini di “precario immobiliare”, osservò il Tribunale che non era stata manifestata alcuna volontà di porre fine al rapporto di comodato, ma solo di trarne un beneficio economico (la volontà di ottenere il rilascio non era stata manifestata neanche stragiudizialmente in modo inequivoco, essendo formulata in via alternativa nelle lettere inviate alla comodataria la richiesta di rilascio o di pagamento), e che la domanda di pagamento in costanza di comodato non era meritevole di accoglimento perchè avrebbe determinato la trasformazione del rapporto in una locazione. Avverso detta sentenza proposero appello M.G. e M.L.. Si costituì la parte appellata chiedendo il rigetto dell’appello. Con ordinanza di data 16 giugno 2015 ai sensi dell’art. 436 bis c.p.c., la Corte d’appello di Torino dichiarò inammissibile l’appello. La corte territoriale condivise espressamente gli argomenti del giudice di primo grado, evidenziando che intendimento delle appellanti era quello di trarre un utile economico dal contratto. Hanno proposto ricorso per cassazione M.G. e M.L. sulla base di due motivi e resiste con controricorso la parte intimata. Il relatore ha ravvisato un’ipotesi d’inammissibilità del ricorso. Il Presidente ha fissato l’adunanza della Corte e sono seguite le comunicazioni di rito. E’ stata presentata memoria.

Con i due motivi di ricorso si denunciano violazione e falsa applicazione di norme di diritto, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, ed omessa, insufficiente e contradditoria motivazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Osservano le ricorrenti che il giudice di primo grado aveva omesso di motivare in ordine al tenore della lettera inviata alla C., con cui si invitava quest’ultima al rilascio dell’immobile fissando un termine (decorso il quale sarebbe spettata l’indennità), e che contraddittoria era la motivazione nella parte in cui si afferma che intendimento delle ricorrenti era trarre un beneficio economico e non porre fine al rapporto di comodato perchè per trarre il primo era necessario porre fine al rapporto a titolo gratuito. Aggiungono che la richiesta del pagamento di un determinato importo dava luogo ad una proposta contrattuale nuova e che l’accoglimento della domanda di indennità per occupazione senza titolo non avrebbe costituito un nuovo contratto, rilievo costituente censura della sentenza per violazione di legge.

I motivi di ricorso sono inammissibili. Va in primo luogo evidenziato che, nonostante la sentenza sia stata depositata successivamente all’11 settembre 2012, il vizio motivazionale sia stato denunciato non in base alla nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (omesso esame di fatti controversi e decisivi), ma in base alla disposizione non più in vigore. In secondo luogo l’inammissibilità dell’appello risulta fondata sulle stesse ragioni, inerenti alle questioni di fatto, poste a base della decisione impugnata. Il ricorso per cassazione non poteva quindi essere proposto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. In terzo luogo la denuncia per violazione di legge non è scindibile da quella per vizio motivazionale. In tema di ricorso per cassazione, è inammissibile la mescolanza e la sovrapposizione di mezzi d’impugnazione eterogenei, facenti riferimento alle diverse ipotesi contemplate dall’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, non essendo consentita la prospettazione di una medesima questione sotto profili incompatibili, quali quello della violazione di norme di diritto, che suppone accertati gli elementi del fatto in relazione al quale si deve decidere della violazione o falsa applicazione della norma, e del vizio di motivazione, che quegli elementi di fatto intende precisamente rimettere in discussione. Infatti, l’esposizione diretta e cumulativa delle questioni concernenti l’apprezzamento delle risultanze acquisite al processo e il merito della causa mira a rimettere al giudice di legittimità il compito di isolare le singole censure teoricamente proponibili, onde ricondurle ad uno dei mezzi d’impugnazione enunciati dall’art. 360 c.p.c., per poi ricercare quale o quali disposizioni sarebbero utilizzabili allo scopo, così attribuendo, inammissibilmente, al giudice di legittimità il compito di dare forma e contenuto giuridici alle lagnanze del ricorrente, al fine di decidere successivamente su di esse (Cass. 23 settembre 2011, n. 19443). Infine, con riferimento alla violazione di legge, non risulta indicata la norma di diritto su cui il motivo si fonda (nè altrimenti dal tenore della censura la norma è identificabile).

Le spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

Poichè il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 e viene rigettato, sussistono le condizioni per dare atto, ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, che ha aggiunto del T.U. di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

PQM

la Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la parte ricorrente al rimborso delle spese processuali che liquida in Euro 1.146,00 per compenso, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge;

ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1- bis.

Depositato in Cancelleria il 22 febbraio 2017

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