Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4542 del 11/02/2022

Cassazione civile sez. lav., 11/02/2022, (ud. 11/11/2021, dep. 11/02/2022), n.4542

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRONZINI Giuseppe – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 18716-2016 proposto da:

V.M.R., B.E., elettivamente

domiciliate in ROMA, CORSO VITTORIO EMANUELE II n. 326, presso lo

studio dell’avvocato SCOGNAMIGLIO CLAUDIO, che le rappresenta e

difende unitamente all’avvocato PIAZZA LUCIANO;

– ricorrenti –

contro

AZIENDA OSPEDALIERA UNIVERSITARIA POLICLINICO “PAOLO GIACCONE” DI

PALERMO, in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE ANGELICO N. 70, presso lo

studio dell’avvocato PANSINI GIOVANNA, rappresentata e difesa

dall’avvocato CRISPINO IPPOLITO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 253/2016 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

depositata il 26/04/2016 R.G.N. 1994/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

11/11/2021 dal Consigliere Dott. SPENA FRANCESCA.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. Con sentenza del 26 aprile 2016 la Corte d’Appello di Palermo riformava la sentenza del Tribunale della stessa sede e, per l’effetto, rigettava le domande proposte da B.E. e V.M.R., dirigenti non medici della AZIENDA OSPEDALIERA UNIVERSITARIA POLICLINICO PAOLO GIACCONE di Palermo (in prosieguo: la AZIENDA) per l’accertamento dell’obbligo della AZIENDA di costituire i fondi dell’Area della dirigenza non medica esclusivamente in riferimento al personale dipendente della Azienda- escludendo dalla partecipazione alla formazione e distribuzione del fondo il personale universitario che ivi svolgeva l’attività assistenziale- nonché per il pagamento delle conseguenti differenze rispetto al trattamento accessorio percepito, a titolo di retribuzione ovvero di risarcimento del danno.

2.La Corte territoriale osservava che il Tribunale nell’accogliere la domanda era incorso nel vizio di ultrapetizione.

3. A base della sentenza di primo grado era stato posto il fatto che per il personale dell’Università i fondi costituti dalla AZIENDA erano stati calcolati senza considerare nel monte salari la quota di retribuzione erogata direttamente dall’UNIVERSITA’ (che costituiva base di calcolo dei fondi erogati dalla stessa UNIVERSITA’); soltanto per il personale docente era stata considerata l’intera retribuzione (in quanto il rapporto di lavoro tra i docenti e l’UNIVERSITA’ non era disciplinato da alcun CCNL).

4. Detta causa petendi era radicalmente diversa da quella proposta dalle originarie ricorrenti, fondata sull’obbligo della AZIENDA di costituire i fondi esclusivamente per il personale aziendale, senza alcuna partecipazione di quello universitario.

5.La nullità della sentenza di primo grado non escludeva l’obbligo di pronuncia sulla domanda proposta, che andava respinta.

6. Le ricorrenti non avevano indicato sulla base di quale norma, di legge o di contratto, la AZIENDA fosse obbligata ad escludere dalla costituzione dei fondi il personale dell’UNIVERSITA’ né avevano provato che con il criterio di calcolo dei fondi da esse proposto avrebbero conseguito un trattamento migliorativo; anche ammesso che la componente universitaria fosse minoritaria, l’ammontare delle retribuzioni del personale docente, che venivano computate integralmente, aveva accresciuto l’importo del monte salari e, dunque, dei fondi e delle retribuzioni da corrispondere.

7.Nessun rilievo potevano assumere, quindi, le considerazioni svolte dal ctu nell’elaborato di primo grado e nei chiarimenti resi in appello.

8.Hanno proposto ricorso per la cassazione della sentenza B.E. e V.M.R., affidato a sei motivi di censura, cui ha resistito con controricorso la AZIENDA.

9. Le parti hanno depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Con il primo motivo le parti ricorrenti hanno dedotto violazione o falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., anche in relazione ai principi enunciati da questa Corte in materia di interpretazione della domanda giudiziale, censurando la sentenza impugnata per avere affermato la nullità della sentenza di primo grado ed imputando al giudice dell’appello un errore di interpretazione della domanda giudiziale determinante un error in procedendo, con conseguente violazione dell’art. 112 c.p.c..

2. Hanno dedotto che, per consolidato indirizzo di questa Corte, il giudice nell’interpretare la domanda non è vincolato alla sua formulazione letterale ma deve indagarne il contenuto sostanziale, ricavabile, tra l’altro, dalle argomentazioni contenute nell’atto introduttivo o negli scritti difensivi successivi, dai mezzi istruttori articolati e dalle precisazioni compiute nel corso del giudizio, tenendo conto anche dello scopo cui la parte mira e del suo comportamento processuale.

3. Nella specie, dalla lettura complessiva del ricorso introduttivo e delle richieste istruttorie emergeva che esse si dolevano del fatto che il personale universitario, pur concorrendo con un monte salari ridotto alla costituzione dei fondi, partecipava alla loro distribuzione nella stessa misura del personale aziendale e che ciò determinava un minor importo delle retribuzioni loro corrisposte. Al fine di rimuovere la lamentata sperequazione1vi era identità funzionale tra la costituzione di due fondi distinti, rispettivamente il personale universitario e quello aziendale, come proposta con la domanda e la costituzione di un unico fondo, ripartito secondo un criterio di proporzionalità rispetto al monte salari considerato.

4. Il motivo è infondato.

5. La parte ricorrente non ha interesse a censurare autonomamente davanti a questa Corte la statuizione di nullità della sentenza di primo grado resa dal giudice dell’appello, rilevando unicamente l’eventuale violazione del principio della domanda imputabile al giudice dell’appello nella decisione assunta dopo la dichiarazione dell’error in procedendo.

6. Per consolidata giurisprudenza di questa Corte (ex plurimis, Cassazione civile sez. lav., 26/09/2019, n.24089; sez. II, 30/12/2016, n. 27516), infatti, il giudice di appello, in caso di prospettata violazione dell’art. 112 c.p.c., deve decidere la causa nel merito, senza rimettere la causa al giudice di primo grado, in applicazione dei principi della tassatività delle ipotesi di rimessione di cui agli artt. 353 e 354 c.p.c. e della conversione dei motivi di nullità in motivi di impugnazione (art. 161 c.p.c.).

7. Pur a voler astrattamente ipotizzare un’erronea interpretazione della domanda giudiziale, come lamentata dalle parti ricorrenti, al giudice dell’appello non sarebbe addebitabile alcun vizio di violazione dell’art. 112 c.p.c., avendo egli pronunciato sulla proposta domanda di accertamento dell’obbligo dell’UNIVERSITA’, respingendola.

8.Con il secondo mezzo si deduce omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, rappresentato, quanto alli interpretazione della domanda accolta dal giudice dell’appello, dalle acquisizioni della CTU del primo grado.

9.Si espone che nell’elaborato peritale depositato in primo grado e nei chiarimenti resi nel grado di appello il CTU aveva interpretato correttamente la domanda, diretta a rimuovere la sperequazione retributiva determinatasi rispetto al personale dell’UNIVERSITA’.

10. Il motivo è inammissibile.

11. Il vizio di motivazione, nella vigente declinazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, è riservato all’omesso esame di un fatto storico (di rilevanza decisiva che abbia formato oggetto del contraddittorio); la interpretazione della domanda giudiziale posta a base della relazione del ctu non costituisce un fatto storico ma una valutazione dell’ausiliare, peraltro esorbitante dai suoi compiti tecnici (e come tale del tutto priva di rilevanza).

12.Con la terza critica si torna a denunciare l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti con riferimento al rigetto della domanda (come interpretata dal giudice dell’appello), fatto costituito dalla esistenza e dal contenuto dell’ipotesi di accordo transattivo sottoposta dalla AZIENDA alle ricorrenti in data 14 luglio 2011 (prodotta al ctu ed all’atto della costituzione in appello).

13. Il motivo è inammissibile.

14.Non costituisce fatto storico di rilevanza decisiva una proposta transattiva della lite, che e’, piuttosto, un atto di volontà diretto alla risoluzione di una controversia attraverso reciproche concessioni, non implicante alcun riconoscimento del diritto in contestazione.

15.La quarta censura è proposta, parimenti in riferimento al rigetto nel merito della domanda, sotto il profilo della violazione e falsa applicazione del principio iura novit curia, per avere il giudice dell’appello fondato la statuizione sulla mancata indicazione in domanda delle norme poste a fondamento del petitum.

16. In ogni caso, si deduce in questa sede che la norma di riferimento era costituita dal D.P.R. n. 761 del 1979, non correttamente applicato dalla AZIENDA.

17. Il motivo è infondato.

18. Con la espressione qui censurata la sentenza impugnata ha inteso affermare che mancava una norma, di legge o di contratto collettivo, che sorreggesse la pretesa di riservare i fondi per la erogazione della retribuzione accessoria al solo personale aziendale, escludendo il personale universitario, tanto che neppure gli attori la avevano individuata.

19. Del resto, se la Corte territoriale avesse inteso, erroneamente, porre a carico della parte attrice un supposto onere di allegazione delle norme di diritto a fondamento della domanda, la pronuncia assunta sarebbe stata di inammissibilità e non di rigetto nel merito.

20. Con il quinto motivo si deduce la violazione o falsa applicazione

dell’art. 132 c.p.c., n. 4, per non avere la sentenza assolto all’obbligo di motivazione, limitandosi a considerare le conclusioni dell’atto introduttivo del giudizio, senza esaminare l’atto nel suo complesso (dal quale sarebbe emerso che la pretesa era fondata, tra l’altro, sulla contrattazione collettiva).

21. La sesta censura denuncia- in via alternativa rispetto al precedente motivo – la nullità della sentenza sotto il profilo della motivazione apparente, per l’assenza di ogni riferimento al contenuto delle domande svolte con il ricorso introduttivo.

22. I due motivi, da esaminare congiuntamente per la stretta connessione, sono infondati.

23. L’anomalia motivazionale, implicante una violazione di legge costituzionalmente rilevante, integra un error in procedendo, che comporta la nullità della sentenza, solo nel caso di mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico, di motivazione apparente, di contrasto irriducibile fra affermazioni inconciliabili, di motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile; di motivazione apparente o di motivazione perplessa e incomprensibile può parlarsi soltanto laddove essa consiste di argomentazioni obiettivamente inidonee a far conoscere l’iter logico seguito dal giudice per la formazione del suo convincimento (Cass. SS.UU. n. 22232 del 2016, n. 8054/2014).

24. Nella fattispecie, il rigetto della domanda, come interpretata dal giudice dell’appello, è stato fondato su due ragioni- la mancanza dell’obbligo di costituire un fondo riservato al personale aziendale e, comunque, la carenza della prova che da tale obbligo sarebbero derivate le differenze di retribuzione richieste – che nella sentenza sono state comprensibilmente esposte.

25. Il ricorso deve essere conclusivamente respinto.

26. Le spese di causa, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza.

27. Trattandosi di giudizio instaurato successivamente al 30 gennaio 2013 sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17 (che ha aggiunto il D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater) – della sussistenza dei presupposti processuali dell’obbligo di versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per la impugnazione integralmente rigettata, se dovuto (Cass. SU 20 febbraio 2020 n. 4315).

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese, che liquida in Euro 200 per spese ed Euro 4.000 per compensi professionali, oltre spese genrali al 15% ed accessori di legge, con attribuzione.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 11 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 11 febbraio 2022

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