Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4540 del 11/02/2022

Cassazione civile sez. lav., 11/02/2022, (ud. 28/10/2021, dep. 11/02/2022), n.4540

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRONZINI Giuseppe – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – rel. Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 19146-2016 proposto da:

S.M.L., G.I., c.c. elettivamente domiciliate

in ROMA, VIALE DELLE MILIZIE 9, presso lo studio dell’avvocato

LUBERTO ENRICO, rappresentate e difese dall’avvocato ARIOTTO

ALESSIO;

– ricorrenti –

contro

MINISTERO DELL’ISTRUZIONE, UNIVERSITA’ E RICERCA, in persona del

Ministro pro tempore, rappresentato e difeso ope legis

dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia

in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI 12;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 41/2016 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 01/02/2016 R.G.N. 266/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

28/10/2021 dal Consigliere Dott. MAROTTA CATERINA.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. la Corte d’appello di Torino, con sentenza n. 41/2016, pubblicata il 1 febbraio 2016, confermava le decisioni del Tribunale della stessa sede che avevano rigettato le domande di S.M.L. e G.I., dipendenti MIUR, volte a far dichiarare l’illegittimità della trattenuta del 2,50% operata dall’Amministrazione sull’80% delle retribuzioni mensili e, per l’effetto, condannare il MIUR alla restituzione delle somme trattenute illegittimamente;

2. la Corte territoriale, al fine di inquadrare correttamente la vicenda in esame, rammentava che le dipendenti, assunte successivamente all’1/1/2001, erano assoggettata al regime del trattamento di fine rapporto, come stabilito dall’art. 2120 c.c. e dalla L. n. 297 del 1982, e non al “vecchio” regime di t.f.s.;

precisava che la trattenuta operata in busta paga non riguardava il t.f.s. ma era stata determinata dall’Amministrazione con funzione compensativa, essendo stata operata al fine di garantire la parità retributiva tra “vecchi” e “nuovi” assunti secondo le previsioni del D.P.C.M. 20 dicembre 1999, art. 1, comma 2 e 3;

ricordava che ai dipendenti MIUR veniva corrisposto il t.f.s. – indennità di buonuscita, e che a tal fine veniva applicato il c.d. contributo per opera di previdenza, ai sensi del D.P.R. n. 1032 del 1973, art. 37, che prevedeva una aliquota del 9,60%, di cui il 2,50% a carico del dipendente;

precisava che, a seguito della riforma del sistema pensionistico italiano, si era stabilito il passaggio dal sistema di calcolo delle pensioni retributivo, basato sulla media delle retribuzioni degli ultimi anni lavorativi, a quello contributivo, basato sull’ammontare dei contributi versati;

evidenziava che la L. n. 335 del 1995, in particolare, e le successive disposizioni attuative avevano esteso ai dipendenti pubblici l’istituto del t.f.r. agli assunti a partire dal 1 gennaio 1996 e a coloro che, assunti in precedenza, avevano deciso di aderirvi;

rilevava che, in presenza di un regime di t.f.r., la retribuzione netta non subiva alcuna rivalsa e che, pertanto, la retribuzione netta dei dipendenti in nuovo regime di t.f.r. sarebbe stata superiore agli altri dipendenti in “vecchio” regime di t.f.s.;

rammentava, altresì, che, al fine di ristabilire un regime paritario di retribuzione netta tra tutti i dipendenti, il D.P.C.M. 20 dicembre 1999, in attuazione della L. n. 448 del 1998, art. 26, comma 19, aveva previsto per il nuovo regime di t.f.r. una riduzione sulla retribuzione lorda in misura pari al contributo previdenziale abolito;

assumeva che la scelta amministrativa non era frutto di una imposizione unilaterale ma era stata avallata dall’Accordo Quadro concluso in materia di t.f.r. per i dipendenti pubblici tra I’ARAN e le confederazioni sindacali maggiormente rappresentative;

riteneva che la trattenuta sul nuovo regime di t.f.r. non fosse dovuta ai sensi della L. n. 152 del 1968, art. 11 e del D.P.R. n. 1032 del 1973, art. 37, che opera solo per i dipendenti in regime di t.f.s., ma che tale trattenuta risultasse comunque legittima nel rispetto della invarianza retributiva prevista dalla normativa adottata a seguito del passaggio dal sistema di calcolo retributivo a quello contributivo e, dunque, della parità di trattamento tra i dipendenti di “vecchio” e “nuovo” regime;

4. S.M.L. e G.I. ricorrono per la cassazione della sentenza sulla base di un unico motivo;

5. il MIUR ha depositato atto di costituzione al fine della partecipazione all’udienza di discussione seguito da memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. va preliminarmente dichiarata inammissibile la memoria ex art. 380-bis c.p.c. del MIUR e quindi non esaminabile il suo contenuto: nel giudizio di Cassazione il contraddittorio si instaura – ed al contempo si tutela – merce’ la notifica alla controparte di un controricorso (tra le altre: Cass. n. 3218 del 1987; Cass. n. 19570 del 2015), per di più entro il termine rigorosamente stabilito dall’art. 370 c.p.c., il quale, nella specie, essendo stato il ricorso notificato il 28/7/2016, è inesorabilmente decorso (irrilevante essendo, a detto fine, il mero deposito di atto di costituzione al fine di partecipare all’udienza di discussione); né può giovarsi il Ministero di interpretazioni di tutela del diritto di difesa della parte intimata indotte dall’entrata in vigore della riforma di cui alla L. n. 197 del 2016, visto che comunque, essendo questa entrata in vigore (31/8/2021) quando ancora detta parte avrebbe avuto la possibilità di ottemperare al disposto dell’art. 370 c.p.c., sarebbe stato suo onere dapprima notificare il controricorso, quand’anche tardivamente, per potere poi ancora interloquire in vista dell’adunanza camerale non partecipata con la memoria prevista dall’art. 380-bis c.p.c. (v. Cass. n. 24835 del 2017);

2. con un unico motivo le ricorrenti denunciano la violazione e/o errata applicazione della L. n. 335 del 1995, art. 2, comma 6, e della L. n. 448 del 1998, art. 26, comma 19, anche in relazione all’art. 45 TUPI, nonché la violazione degli artt. 23 e 36 Cost.;

censurano la sentenza impugnata per il significato attribuito all’espressione “invarianza della retribuzione netta” contenuta nella L. n. 448 del 1998, art. 26, comma 19;

sostengono che l’interpretazione della Corte territoriale è in contrasto con lo stesso significato letterale dell’espressione di “invarianza” contenuta nella L. n. 448 del 1998 perché, difatti, la riduzione della grandezza determina un mutamento incompatibile con il termine stesso di “invarianza”;

lamentano la mancata considerazione da parte del Giudice territoriale della circostanza che la L. n. 335 del 1995 dispone una contrattazione per singoli comparti e non per generalizzata applicazione, come previsto invece nel d.P.C.M. del 20 dicembre del 1999;

denunciano la irragionevolezza di un raffronto tra i due sistemi di calcolo (t.f.r. e t.f.s.), in quanto non confrontabili perché ontologicamente diversi, e l’irragionevolezza del criterio di parità di trattamento, evidenziando che nel momento del pensionamento dei dipendenti non sussisterà più alcuna disparità tra gli stessi;

lamentano la violazione degli artt. 23 e 36 Cost. sia sotto il profilo della riserva di legge in materia di retribuzione e limitazioni sia sotto quello della irriducibilità della retribuzione;

sostengono che, in ogni caso, non assume rilevanza l’accordo tra ARAN e sindacati, non sussistendo alcuna delega circa la riduzione della retribuzione contrattuale;

3. il motivo è infondato come da precedenti di questa Corte (Cass. n. 23115 del 2019; Cass. n. 25171 del 2019; Cass. n. 25678 del 2019; Cass. n. 27383 del 2019) ai quali si intende dare continuità;

3.1. come osservato in detti precedenti, la problematica posta con il ricorso è stata esaminata dalla Corte Cost. nella sentenza n. 213 del 2018, che ha ritenuto ciò non fondata la questione di legittimità costituzionale della L. 23 dicembre 1998, n. 448, art. 26, comma 19, per violazione degli artt. 3 e 36 Cost., nella parte in cui, nel disciplinare il passaggio dei lavoratori alle dipendenze delle PP.AA. dal trattamento di fine servizio al trattamento di fine rapporto, ha demandato a un d.P.C.M. il compito di definire, ferma restando l’invarianza della retribuzione complessiva netta e di quella utile ai fini pensionistici, gli adeguamenti della struttura retributiva e contributiva conseguenti all’applicazione del trattamento di fine rapporto;

la Consulta ha argomentato che il principio dell’invarianza della retribuzione netta, con i meccanismi perequativi tratteggiati in sede negoziale, mira proprio a garantire la parità di trattamento, nell’ambito di un disegno graduale di armonizzazione, e non contrasta, pertanto, con il principio di eguaglianza, né determina la violazione del diritto a una retribuzione sufficiente e proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro prestato, in ragione del trattamento complessivo previsto e non già della ponderazione di una sua singola componente;

3.2. né possono trarsi argomenti a favore della tesi delle ricorrenti dalla precedente sentenza della Corte Cost. n. 223 del 2012 che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 12, comma 10, del D.L. n. 78 del 2010 nella parte in cui non esclude l’applicazione a carico del dipendente (pubblico) della rivalsa pari al 2,50% della base contributiva, prevista dal D.P.R. n. 1032 del 1973, art. 37, comma 1;

tra la fattispecie posta all’attenzione del Giudice delle leggi nella decisione del 2012 e quella qui esaminata esistono nette differenze, sia con riferimento ai presupposti fattuali, sia in relazione ai parametri normativi esaminati;

la prima riguarda la posizione di dipendenti in regime di t.f.s., regolamentata dal D.L. n. 78 del 2010, art. 12, comma 10, disposizione (successivamente abrogata, a decorrere dal 1 gennaio 2011, dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 98) che determina, dal gennaio 2011, l’applicazione dell’aliquota del 6,91% sull’intera retribuzione, senza escludere nel contempo la vigenza della trattenuta del 2,50% a carico del dipendente, in tal modo determinando una disparità di trattamento rispetto a quello applicato ai privati non sottoposti a rivalsa da parte del datore di lavoro;

in questa sede, invece, ci si riferisce a dipendenti pubblici assoggettati al regime del t.f.r. fin dall’assunzione a tempo indeterminato, per i quali è venuta meno la rivalsa del 2,50%, posto che l’aliquota contributiva del 9,60% è stata posta a carico esclusivo del datore di lavoro, con la conseguenza che la trattenuta del 2,50% (effettuata tramite una riduzione della retribuzione lorda pari al contributo previdenziale obbligatorio soppresso) trae origine dal combinato disposto della L. n. 335 del 1995, art. 2, commi 5, 6, 7 e L. n. 448 del 1998, art. 26, comma 19, ulteriormente definiti dalla normativa contrattuale collettiva e regolamentare sopra citata ed ha proprio la finalità di evitare disparità di trattamento tra dipendenti (pubblici) in regime rispettivamente di t.f.r. e di t.f.s.;

4. segue coerente il rigetto del ricorso;

5. nulla spese in mancanza dello svolgimento di valida attività difensiva da parte del MIUR;

6. ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte delle ricorrenti dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; nulla per le spese.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte delle ricorrenti dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’Adunanza camerale, il 28 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 11 febbraio 2022

 

 

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA