Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4536 del 11/02/2022

Cassazione civile sez. lav., 11/02/2022, (ud. 30/09/2021, dep. 11/02/2022), n.4536

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DORONZO Adriana – Presidente –

Dott. ESPOSITO Lucia – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – rel. Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26123-2015 proposto da:

B.P.L., domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR presso LA

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dagli NICOLA BIANCHI;

– ricorrente –

contro

UP GROUP S.R.L., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE BRUNO BUOZZI 36, presso lo

studio dell’avvocato ROBERTO AFELTRA, rappresentata e difesa

dall’avvocato MARIAGRAZIA MENOZZI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 154/2015 della CORTE D’APPELLO di GENOVA,

depositata il 27/04/2015 R.G.N. 92/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

30/09/2021 dal Consigliere Dott. FABRIZIA GARRI.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. La Corte di appello di Genova, in riforma della sentenza del Tribunale di Massa, ha rigettato la domanda proposta da B.P.L. di condanna della Up Group s.r.l. a corrispondergli la somma di Euro 48.993,59 a titolo di demansionamento, differenze retributive conseguenti al mancato riconoscimento della qualifica superiore, lavoro straordinario, ferie e/o festività non godute, mensilità aggiuntive, premi, trasferte ore maggiorate, t.f.r., buonuscita, indennità di mancato preavviso1ed alla regolarizzazione della posizione contributiva. Inoltre ha rigettato l’appello incidentale proposto dal B. avente ad oggetto il licenziamento intimatogli dalla società l’11 gennaio 2007 e le conseguenze ripristinatorie e risarcitorie azionate in primo grado.

2. La Corte territoriale ha ritenuto che non sussistesse alcuna continuità tra il rapporto di lavoro del B. intercorso con la Up & Up di B.G. s.n.c. e la Up Group s.r.l. osservando che non vi era prova che quest’ultima fosse derivata dalla prima attraverso una trasformazione ovvero che fosse intervenuta una fusione delle due società. Ha ritenuto che ai fini dell’individuazione nelle due società di un unico soggetto datore di lavoro, ovvero di una continuità tra una società e l’altra, non fosse rilevante la circostanza che la sede sociale delle due società si trovava nel medesimo luogo. Inoltre, ha escluso che potesse attribuirsi rilievo all’identità di oggetto sociale sottolineando, per altro aspetto, che la compagine sociale era diversa e che non era risultato provato che la società convenuta, all’atto dell’assunzione del B., avesse assunto un obbligo di conservare l’inquadramento precedentemente rivestito. Da ultimo ha poi evidenziato che nel giudizio neppure era stata invocata l’applicazione al caso concreto dell’art. 2112 c.c.. Ha ritenuto quindi che il lavoratore non avesse diritto, all’atto dell’assunzione, a conservare l’inquadramento rivestito presso la precedente società ed ha escluso conseguentemente di poter ravvisare il demansionamento denunciato, non senza osservare che comunque non era stata offerta la prova dell’avvenuto svolgimento di mansioni superiori rispetto al livello di inquadramento essendo rimasta indimostrata quell’autonomia e particolare competenza che caratterizzano il livello C di inquadramento rivendicato.

Quanto all’appello incidentale del lavoratore, avente ad oggetto il licenziamento intimato dalla società in data 11 gennaio 2007, lo ha rigettato osservando che dalla consulenza tecnica disposta era emerso che tra il 2005 ed il 2007 il numero di operai era stato ridotto in maniera consistente (da 15 a 6) a cagione della progressiva riduzione dell’attività e che le due assunzioni erano intervenute ad oltre un anno di distanza dal licenziamento del lavoratore e, almeno una, era stata disposta da altra società (la Up Immobiliare s.r.l.). Da ultimo, poi, ha evidenziato che la circostanza che il B. fosse il lavoratore più anziano non poteva essere presa in esame essendo stata tardivamente invocata solo nelle note difensive depositate in primo grado all’esito dell’istruttoria.

3. Per la cassazione della sentenza propone ricorso B.P.L. affidato a quattro motivi cui resiste con controricorso la Up Group s.r.l..

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

4. Il primo motivo di ricorso, con il quale è denunciata la violazione dell’art. 113 c.p.c. in connessione all’art. 2112 c.c. ed alla L. n. 428 del 1990, art. 47 e della Direttiva UE n. 77/187, è inammissibile.

4.1. Il ricorrente deduce di avere invocato sin dal ricorso introduttivo del giudizio l’esistenza di una continuità del rapporto di lavoro tra la Up & Up di B.G. s.n.c., poi divenuta Up & Up s.r.l. e quindi di nuovo Up & Up di B.G. & C. s.n.c., e l’odierna società Up Group s.r.l.. Evidenzia che erroneamente il primo giudice aveva escluso che fosse applicabile l’art. 2112 c.c. poiché aveva trascurato di considerare che la cessione dell’azienda era intervenuta prima della presentazione della domanda di ammissione al concordato preventivo. Inoltre, sottolinea che non si era tenuto conto del fatto che la disposizione ratione temporis applicabile alla fattispecie non prevedeva affatto l’esenzione per il concordato preventivo dall’applicazione dell’art. 2112 c.c., atteso che dell’art. 47, il comma 4 bis era stato introdotto dal D.L. n. 83 del 2012, art. 46 bis, comma 2 conv. con modificazioni dalla L. n. 134 del 2012 e che la direttiva dell’Unione Europea in tema di trasferimento di azienda prevedeva, all’epoca, esenzioni per procedure concorsuali come il concordato preventivo.

4.2. Così facendo, in realtà, il ricorrente più che aggredire la sentenza della Corte di appello muove le sue censure alla sentenza di primo grado e non spiega affatto come1dove e quando quelle deduzioni siano state in concreto reiterate davanti al giudice del gravame. Quest’ultimo, peraltro, ha accertato che il primo giudice aveva escluso l’applicabilità della norma e che la questione non era stata posta dal B. nel giudizio di appello. Si tratta di affermazione puntuale che esclude la devoluzione davanti alla Corte di appello della questione affrontata in primo grado ed avrebbe dovuto essere specificatamente censurata, e non lo è stata, con il ricorso in cassazione.

5. Con il secondo motivo di ricorso è denunciata la violazione e falsa applicazione dei contratti e accordi collettivi nazionali di lavoro e l’omesso esame di fatti decisivi in relazione all’illegittimo demansionamento.

5.1. Deduce il ricorrente che le sue mansioni erano rimaste identiche nel tempo, anche una volta mutata la società, e che in questo senso avevano deposto tutti i testi escussi. Rammenta che non si era trattato di un rapporto instaurato ex novo ma si era svolto in continuità, da una società all’altra, con identità di attività di luoghi di svolgimento e vicinanza tra gli amministratori: quello della convenuta era il figlio di quello della società che aveva dato in affitto l’azienda. Rammenta che lo stesso consulente tecnico di ufficio aveva accertato che il lavoratore aveva una pluriennale esperienza specialistica ed un’acquisita professionalità riconducibile al profilo C e sottolinea che la sentenza di appello non aveva motivato sul dedotto svolgimento delle mansioni superiori.

6. Il motivo è inammissibile poiché il ricorrente, che neppure produce il c.c.n.l. che viene citato (quello del settore lapidei), non indica quali sono le disposizioni che assume essere state violate risultandone così del tutto generica la censura formulata. A ciò si aggiunga che le circostanze indicate come decisive dal ricorrente in realtà risultano essere state prese in esame dalla Corte di appello, la quale ha del pari correttamente escluso che potesse attribuirsi qualsiasi rilevanza alla valutazione espressa dal consulente circa la riconducibilità delle mansioni svolte al profilo C invece che a quello D. La consulenza tecnica d’ufficio è uno strumento di mero ausilio per il giudice del merito ai fini della valutazione del materiale probatorio già acquisito alla causa. Questo può costituire fonte oggettiva (e autonoma) di prova quando si risolva in un mezzo indispensabile per accertare fatti rilevabili solamente con il sussidio di cognizioni tecniche (cfr. Cass. 05/05/2005 n. 9353 e già Cass. n. 10916 del 2000). Ne rimane estranea ogni valutazione che non sia direttamente funzionale al quesito posto che nella specie non investiva affatto profili tecnici inerenti alla qualificazione delle mansioni svolte ma aveva ad oggetto aspetti contabili.

7. Il terzo motivo di ricorso denuncia la violazione e falsa applicazione di norme di diritto e dei contratti e accordi collettivi nazionali di lavoro oltre che l’omesso esame fatti decisivi per il giudizio in relazione all’impugnativa del licenziamento.

7.1. Sostiene il ricorrente che i fatti allegati, come confermati in giudizio (nello specifico l’anzianità di servizio del ricorrente e le due assunzioni intervenute nel 2007), se tenute nella dovuta considerazione, avrebbero condotto ad un esito diverso circa la ritenuta legittimità del licenziamento.

8. Anche tale censura non può trovare accoglimento atteso che da un canto non viene affatto specificato quali disposizioni collettive siano state violate e comunque la Corte di appello non le ha affatto ignorate. Da un canto, e con riguardo all’anzianità di servizio del B., la Corte territoriale ha affermato che tale specifica circostanza era stata dedotta tardivamente e non poteva perciò essere presa in esame. Tale puntuale affermazione non viene oggi specificatamente contrastata dal ricorrente. Quanto alle assunzioni sopravvenute al licenziamento va rilevato che la circostanza è stata valutata dalla Corte di merito che ne ha verificato l’irrilevanza nel contesto del licenziamento intimato al B.. Valutazione di merito di fatti che non è qui più censurabile se non nei limiti di un vizio di motivazione che nella misura in cui è denunciato e’, come si è detto, insussistente.

9. L’ultimo motivo di ricorso, il quarto, con il quale il B. lamenta una violazione e falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c. con riguardo alla valutazione e quantificazione del danno biologico e deduce che entrambi l’giudici non avrebbero preso in esame le censure mosse alla consulenza medica è anch’esso inammissibile. La censura infatti non intercetta il senso della decisione che avendo accolto l’appello principale della società ed integralmente rigettato le domande di B.P.L. ha ritenuto assorbito l’esame della censura che investiva l’esistenza e la misura del danno biologico lamentato quale conseguenza del demansionamento lamentato. Sarebbe stato onere del ricorrente, che non vi ha adempiuto chiarire se ed in che modo la domanda formulata restava invece ancora liquida nonostante il rigetto delle presupposte richieste di accertamento del demansionamento e della illegittimità del licenziamento.

10. In conclusione il ricorso deve essere rigettato. Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate in dispositivo. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dell’art. 13, comma 1 bis, citato D.P.R., se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che si liquidano in Euro 4.000,00 per compensi professionali, Euro 200,00 per esborsi, 15% per spese forfetarie oltre agli accessori dovuti per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dell’art. 13, comma 1 bis, citato D.P.R., se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’Adunanza camerale, il 30 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 11 febbraio 2022

 

 

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