Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4535 del 24/02/2011

Cassazione civile sez. III, 24/02/2011, (ud. 13/01/2011, dep. 24/02/2011), n.4535

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FINOCCHIARO Mario – Presidente –

Dott. MASSERA Maurizio – Consigliere –

Dott. SEGRETO Antonio – Consigliere –

Dott. VIVALDI Roberta – rel. Consigliere –

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso 10799/2009 proposto da:

I.A. (OMISSIS), M.A.

(OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, VIA ASIAGO 9,

presso lo studio dell’avvocato TIZIANA APUZZO, rappresentati e difesi

dall’avvocato SICIGNANO Federico, giusta procura a margine del

ricorso;

– ricorrenti –

contro

ENEL DISTRIBUZIONE SPA (OMISSIS), in persona del Presidente,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA MICHELE MERCATI 51, presso lo

studio dell’avvocato BRIGUGLIO Antonio, che la rappresenta e difende

unitamente all’avvocato GUERRA PIETRO, giusta procura speciale a

margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 115/2008 del TRIBUNALE di TORRE ANNUNZIATA,

SEZIONE DISTACCATA di GRAGNANO, depositata l’11/03/2008;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

13/01/2011 dal Consigliere Relatore Dott. ROBERTA VIVALDI;

è presente il P.G. in persona del Dott. PIERFELICE PRATIS.

Fatto

PREMESSO IN FATTO

E’ stata depositata in cancelleria la seguente relazione:

“1. – Il Tribunale di Torre Annunziata – sede distaccata di Gragnano, con sentenza dell’11.3.2008, in riforma di due sentenze del giudice di pace di Gragnano, con cui l’Enel Distribuzione era stata condannata al risarcimento dei danni patiti rispettivamente, da M.A. e I.A. a seguito del black out elettrico verificatosi nella notte tra il (OMISSIS), rigettava le domande per non imputabilità del danno all’Enel Distribuzione, e riteneva che il preteso danno esistenziale non fosse risarcibile.

Avverso la sentenza hanno proposto ricorso per cassazione M. A. e I.A..

Resiste con controricorso l’Enel Distribuzione s.p.a..

Con il primo complesso motivo le parti ricorrenti denunciano la violazione e falsa applicazione dell’art. 329 c.p.c., degli artt. 1175, 1176, 1375 e 2719 c.c., e degli artt. 1334 e 1335 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, e la omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio (acquiescenza alla sentenza) in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5.

Assumono che il tribunale avrebbe errato nell’affermare che il pagamento, da parte della convenuta, dell’importo liquidato dal primo giudice non costituisse acquiescenza alla sentenza emessa dallo stesso; che dalla documentazione esibita emergerebbe, invece, una definizione transattiva della lite, incompatibile con la volontà di impugnazione.

Il motivo è manifestamente infondato.

L’acquiescenza alla sentenza, preclusiva dell’impugnazione ai sensi dell’art. 329 c.p.c., consiste nell’accettazione della sentenza, ovverosia nella manifestazione, da parte del soccombente, della volontà di non impugnare, la quale può avvenire sia in forma espressa, sia tacita.

In quest’ultimo caso, l’acquiescenza può ritenersi sussistere soltanto quando l’interessato abbia posto in essere atti dai quali sia possibile desumere, in maniera precisa ed univoca, il proposito di non contrastare gli effetti giuridici della pronuncia; e, cioè, gli atti stessi siano assolutamente incompatibili con la volontà di avvalersi dell’impugnazione.

Ne consegue che la spontanea esecuzione della pronunzia di primo grado non comporta di per sè acquiescenza alla sentenza, preclusiva dell’impugnazione ai sensi del disposto di cui all’art. 329 c.p.c., e può risultare fondata anche sulla mera volontà di evitare le eventuali, ulteriori spese di precetto e dei successivi atti di esecuzione (ex multis, Cass 07/02/2008, n. 2826; Cass. 20/03/2006, n. 6086; Cass. 26/01/2006, n. 1551).

La valutazione di tali atti o comportamenti da parte del giudice di merito, al fine di desumere od escludere l’acquiescenza tacita, non è sindacabile in sede di legittimità se assistita da congrua motivazione (Cass. 19/04/2000, n. 5074; cfr. anche Cass. Sez. Unite, 13/10/1993, n. 10112).

Nella specie, il giudice di merito ha fatto corretta applicazione di tali principii, con motivazione esente da vizi logici e/o giuridici, come tale non censurabile in sede di legittimità.

Il tribunale, infatti, ha osservato che, dall’interpretazione degli atti prodotti, emergeva che l’Enel aveva pagato soltanto a seguito di sollecito e richiesta del difensore di parte attrice, che confermava il rischio, nell’ottica dell’Enel, di un procedimento esecutivo, e che la stessa parte appellata, nella comparsa di costituzione, escludeva che l’Enel avesse dato esecuzione spontanea alle sentenze di primo grado.

Ha anche rilevato che, nella missiva a firma di D.S.E., risultava che l’Enel aveva provveduto ai pagamenti con riserva di impugnazione.

Tale missiva risulta anche inserita in copia nel ricorso.

Le contrarie osservazioni sul punto delle parti ricorrenti si risolvono, quindi, in una diversa lettura delle risultanze processuali, che non può avere ingresso in sede di legittimità.

Con il secondo motivo le parti ricorrenti denunciano la violazione dell’art. 2059 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, ed il vizio di motivazione, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, in ordine ad un fatto controverso e decisivo, consistente nel mancato riconoscimento del danno esistenziale.

Il motivo è manifestamente infondato.

Come le S.U. hanno affermato con la nota sentenza n. 26972 del 2008, il danno esistenziale non costituisce un’autonoma categoria di danno non patrimoniale in quanto tale risarcibile e la gravità dell’offesa costituisce requisito ulteriore per la risarcibilità dei danni non patrimoniali alla persona conseguenti alla lesione di diritti inviolabili; con la conseguenza che il diritto deve essere inciso oltre una certa soglia minima, cagionando un pregiudizio serio.

Inoltre, il danno non patrimoniale, qualificato come danno conseguenza non può sussistere in re ipsa, ma deve essere allegato e provato.

Tali principii sono stati rispettati dal giudice del merito che, con motivazione corretta, ha ritenuto che, in mancanza di prova, tale voce di danno non fosse risarcibile.

Con il terzo motivo le parti ricorrenti denunciano la violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, ed il vizio di motivazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5.

Tale motivo è inammissibile.

L’adozione del provvedimento di compensazione, totale o parziale, delle spese processuali, a fronte di una insussistente violazione del principio per cui le spese non possono essere poste a carico della parte vittoriosa, non è sindacabile in questa sede, rientrando nel potere discrezionale del giudice del merito che, nella specie è stato correttamente – e con motivazione adeguata – esercitato (v.

anche Cass. 17.11.2006 n. 24495; Cass. 31.3.2007 n. 8059).

Conclusivamente il ricorso deve essere rigettato”.

La relazione è stata comunicata al Pubblico Ministero e notificata ai difensori delle parti.

Non sono state presentate conclusioni scritte, nè alcuna delle parti è stata ascoltata in Camera di consiglio.

Diritto

RITENUTO IN DIRITTO

A seguito della discussione sul ricorso, tenuta nella Camera di consiglio, il Collegio ha condiviso i motivi in fatto ed in diritto esposti nella relazione.

Conclusivamente, il ricorso deve essere rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e, liquidate come in dispositivo, vanno poste a carico solidale dei ricorrenti.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese che liquida in complessivi Euro 1.100,00, di cui Euro 900,00 per onorari, oltre spese generali ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 13 gennaio 2011.

Depositato in Cancelleria il 24 febbraio 2011

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