Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4534 del 11/02/2022

Cassazione civile sez. lav., 11/02/2022, (ud. 08/10/2020, dep. 11/02/2022), n.4534

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1803-2020 proposto da:

K.M., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato FRANCESCA CAMPOSTRINI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO – COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL

RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE DI VERONA, in persona

del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso dall’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia in ROMA, ALLA VIA

DEI PORTOGHESI 12, ope legis;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 2916/2019 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 12/07/2019 R.G.N. 3283/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

08/10/2020 dal Consigliere Dott.ssa LEO GIUSEPPINA.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. la Corte territoriale di Venezia, con sentenza pubblicata in data 12.7.2019, ha rigettato l’appello proposto da K.M., cittadino senegalese, avverso l’ordinanza del Tribunale della stessa sede depositata il 3.8.2018, che aveva respinto il ricorso del medesimo avverso il provvedimento emesso dal Ministero dell’Interno-Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Verona, con il quale erano state disattese le domande del richiedente, dirette ad ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato o, in subordine, del diritto alla protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2017, ovvero del diritto al rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari del D.Lgs. n. 286 del 1998, ex art. 5, comma 6;

2. la Corte di merito ha osservato che le ragioni addotte dall’appellante a sostegno del gravame, con il quale il medesimo ha limitato la propria domanda alla protezione sussidiaria ed a quella umanitaria, si incentrano sulla “insufficiente motivazione”, da parte del primo giudice, “circa la situazione del Senegal e sulla mancata considerazione del rischio di grave danno in caso di rimpatrio per le possibili torture o trattamenti inumani da parte degli abitanti del villaggio a causa della sua fede religiosa e della sua appartenenza etnica”; che “l’appellante ha affermato di essersi allontanato dal proprio Paese – dove era da sempre stato discriminato ed emarginato dalla gente del villaggio per la sua appartenenza all’etnia minoritaria Basari e per la sua fede cristiana – essendo invece nel villaggio prevalente l’etnia mandinga e la religione musulmana – per aver subito minacce di morte dalla famiglia di una ragazza con la quale aveva avuto una relazione, osteggiata dalla famiglia per la sua etnia e casta”;

3. circa la richiesta di protezione sussidiaria, la Corte ha evidenziato che l’appellante, che ha dichiarato di provenire dal Senegal (in particolare, dalla regione del Casamance, nella parte meridionale del Paese), non ha espresso timori in ordine a possibili conflitti armati interni e, comunque, l’evoluzione attuale della situazione socio-politica del Paese di provenienza esclude l’ipotesi del conflitto armato interno; pertanto, ha ritenuto che non sussistessero i presupposti per il riconoscimento del diritto alla protezione sussidiaria del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. a), b) e c);

4. infine, i giudici di appello hanno negato che, nella fattispecie, potessero configurarsi particolari profili di vulnerabilità atti a giustificare il rilascio del permesso di soggiorno previsto dal D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, perché la storia personale del ricorrente non consente di ritrovare riferimenti ad una condizione di menomata dignità vissuta in patria, né ad una personale situazione di vulnerabilità da proteggere;

5. per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso K.M. articolando quattro motivi; il Ministero dell’Interno ha depositato tardivamente un “Atto di costituzione” al solo fine “di una eventuale partecipazione all’udienza di discussione”;

6. il P.G. non ha formulato richieste.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. con il primo motivo si lamenta, la violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 1, 2 e 3, “in relazione alle norme sulla competenza per materia, all’art. 25 Cost. e al D.L. n. 13 del 2017, art. 2 convertito in L. n. 46 del 2017” perché “il procedimento del sig. Prodan Halim, che era stato originariamente assegnato alla Terza Sezione con nomina di un giudice relatore tra i componenti della Terza Sezione, e che aveva già celebrato innanzi a quel collegio una prima udienza in data 17.12.2018, rinviata per la discussione, veniva riassegnato alla Nona sezione e veniva nominato relatore un nuovo giudice”;

2. con il secondo motivo si deduce, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la violazione e falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, per carenza di motivazione e/o motivazione apparente in merito alla valutazione di credibilità del ricorrente perché i giudici di appello hanno ritenuto non ammissibile il primo motivo di gravame reputando che il ricorrente si fosse limitato a ripercorrere la versione fornita dinanzi al Tribunale senza contestare la motivazione dell’ordinanza impugnata;

3. con il terzo motivo si denunzia, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione dell’art. 116 c.p.c., comma 1; del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5; del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, per mancata valutazione della situazione del Paese di origine del richiedente ai fini del riconoscimento della sussistenza dei presupposti per il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari, ed altresì per mancata valutazione del materiale allegato in relazione alla pericolosità del Senegal ed all’assenza di tutela dei diritti fondamentali;

4. con il quarto motivo si deduce, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), per l’impiego di fonti normative non idonee;

5. il primo motivo non è meritevole di accoglimento, perché palesemente attinente a tale “sig. P.H.” (v. pag. 8 del ricorso); peraltro, questa Corte si è già pronunziata in merito al fatto che il mutamento della composizione dell’organo giudicante nel corso del giudizio non comporti la nullità del provvedimento (v., tra le altre, da ultimo, Cass. n. 10410/2020); e questo Collegio non ravvisa ragioni per discostarsi dal predetto orientamento;

6. il secondo motivo è inammissibile, in quanto il vizio ex art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, sussiste solo quando la pronuncia evidenzi una obiettiva carenza nella indicazione del criterio logico che ha condotto il giudice al proprio convincimento, come, ad esempio, accade, quando non vi sia alcuna esplicitazione del quadro probatorio, né alcuna disamina logico-giuridica che lasci trasparire il percorso argomentativo seguito: ipotesi, queste, che non si ravvisano nella fattispecie;

7. il terzo ed il quarto motivo, che per la loro interferenza possono essere esaminati congiuntamente, sono inammissibili perché generici ed altresì, in quanto, sotto l’apparente deduzione di vizi di violazione o falsa applicazione di legge, mirano, in realtà, ad una rivalutazione dei fatti storici operata dai giudici di merito (al riguardo, v. Cass., SS.UU. n. 34476/2019). Inoltre, le dedotte violazioni di legge non appaiono configurabili (arg. ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4) in difetto degli appropriati requisiti di erronea sussunzione della fattispecie concreta in quella astratta regolata dalle norme pretesamente incise, mediante la specificazione delle affermazioni in diritto contenute nel provvedimento impugnato che, motivatamente, si assumono in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina (cfr., ex plurimis, Cass. nn. 16038/2013; 3010/2012);

8. ed e’, altresì, da rilevare che i motivi sono tutti fondati su presupposti di fatto che attengono alla credibilità del racconto del Kone; credibilità che è stata negata dalla Corte di Appello, con un apprezzamento che non può essere rivisitato in questa sede in mancanza di censure appropriate;

9. infine, in ordine al rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari, i giudici di seconda istanza hanno sottolineato che l’appellante non ha evidenziato elementi significativi di integrazione, né ulteriori condizioni di vulnerabilità, oggettiva e soggettiva; la decisione impugnata, pertanto, appare in linea con gli arresti giurisprudenziali di questa Corte, secondo cui, in materia di protezione umanitaria, il riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari al cittadino straniero che abbia realizzato un grado adeguato di integrazione in Italia “deve fondarsi su una effettiva valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione di integrazione raggiunta nel Paese di accoglienza” (cfr., tra le altre, Cass. nn. 29857/2020; 4455/2018);

10. per tutto quanto in precedenza esposto, il ricorso va dichiarato respinto;

11. nulla va disposto in ordine alle spese del presente giudizio, non essendo stata svolta attività difensiva dal Ministero intimato;

12. avuto riguardo all’esito del giudizio ed alla data di proposizione del ricorso, sussistono i presupposti processuali (cfr. Cass., SS.UU. n. 4315/2020) di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, secondo quanto specificato in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; nulla per le spese.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 8 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 11 febbraio 2022

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