Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4523 del 19/02/2021

Cassazione civile sez. II, 19/02/2021, (ud. 09/12/2020, dep. 19/02/2021), n.4523

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. CARRATO Aldo – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso iscritto al n. 26418/2018 R.G. proposto da:

CREDITO EMILIANO S.P.A., in persona del legale rappresentante p.t.,

rappresentato e difeso dall’avv. Roberto Sutich, e dall’avv. Andrea

Manzi, con domicilio eletto in Roma, Via Federico Confalonieri n. 5;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE, in persona del Ministro

p.t., rappresentato e difeso dall’Avvocatura Generale dello Stato,

con domicilio in Roma, alla Via dei Portoghesi n. 12;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Roma n. 630/2018,

depositata in data 14.2.2018;

Udita la relazione svolta nella pubblica udienza del 9.12.2020 dal

Consigliere Dott. Giuseppe Fortunato.

Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

generale Dott. Sgroi Carmelo, che ha concluso, chiedendo

l’accoglimento del ricorso.

Udito l’avv. Gaia Stivali.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con decreto n. 400118/A, emesso in data 21.1.2016, il Ministero delle finanze ha irrogato a G.G., quale responsabile diretto, e al Credito Emiliano s.p.a. (da ora Credem), quale coobbligato solidale, la sanzione pecuniaria di Euro 130.375,00, per omessa segnalazione di operazioni sospette ai sensi della L. n. 197 del 1991, art. 3 come modificato dal D.Lgs. n. 153 del 1997, art. 1 e del D.Lgs. n. 231 del 2007, art. 41.

All’esito di attività ispettiva svolta dall’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia (UIF) nel periodo 16.9.2010-1.10.2010, era stato contestato al G., direttore responsabile della filiale di (OMISSIS), di non aver segnalato le operazioni effettuate da due clienti, D.B.S. e R.A., per un importo complessivo di Euro 1.303.550,00.

L’opposizione proposta dal Credem è stata rigettata dal Tribunale di Roma, con sentenza confermata in appello.

La Corte capitolina ha respinto l’eccezione di tardività della contestazione, affermando che gli accertamenti dovevano considerarsi conclusi non in data 1.10.2010, in cui erano state esaurite le verifiche contabili, ma solo il 4.11.2010, allorquando erano pervenute le informazioni richieste dell’Unità di informazione finanziaria in modo da ottenere, per le singole posizioni esaminate, una valutazione di coerenza tra le operazioni annotate sui conti e il profilo soggettivo di ciascun cliente.

Quanto alla sussistenza degli addebiti, la Corte territoriale, dopo aver premesso che l’obbligo di segnalazione non richiede il delinearsi di un quadro indiziario di riciclaggio e che l’intermediario è chiamato a formulare un giudizio tecnico sull’idoneità delle operazioni quale strumento di elusione delle disposizioni dirette a prevenire e punire la conversione, il trasferimento, l’occultamento o l’utilizzazione di beni provenienti da un’attività criminosa, ha ritenuto che, nello specifico, l’anomala operatività dei due clienti di Credem dovesse portare all’immediata attivazione dell’iter di segnalazione poichè le movimentazioni dei conti erano conformi allo schema di comportamento concernente l’attività usuraria diffuso dall’UIF nel settembre 2009, riprendendo l’analogo schema diffuso nel 2003.

In particolare, era stati rilevati frequenti versamenti di contante e di assegni in cifra tonda emessi al portatore o a favore del traente, con sostanziale pareggiamento degli addebiti e degli accrediti e con flussi finanziari reciproci tra i due clienti, tutte operazioni non giustificabili dalla natura personale dei conti, nè coerenti con il profilo economico dei correntisti.

La Corte ha ritenuto congrua la sanzione applicata ed ha negato la possibilità di invocare la normativa sopravvenuta di cui al D.Lgs. n. 90 del 2017, sull’assunto che, ai sensi del novellato D.Lgs. n. 231 del 2007, art. 69 le nuove previsioni si applicano esclusivamente ai procedimenti amministrativi sanzionatori ancora in corso, non anche a quelli basati su presupposti maturati nel vigore della precedente normativa.

La cassazione della sentenza è chiesta dal Credem con ricorso in tre motivi, illustrati con memoria.

Il Ministero dell’economia e delle finanze resiste con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il primo motivo censura la violazione della L. n. 689 del 1981, art. 14, comma 2, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Secondo l’istituto ricorrente, il Ministero aveva acquisito tutti gli elementi utili per valutare la sussistenza della violazione già al momento in cui – in data 1.10.2010 – aveva esaurito le verifiche contabili e, pertanto, al momento della notifica della contestazione, in data 28.1.2011, era ormai decorso il termine di legge imposto a pena di estinzione della sanzione. Inoltre, le memorie inoltrate dalla banca e ricevute dall’UIF il 4.11.2010 non avevano apportato elementi conoscitivi ulteriori rispetto a quelli già in possesso dell’amministrazione, non potendo comportare alcun differimento del termine di legge, tanto che il tribunale di Roma aveva dichiarato estinte due diverse sanzioni relative alle medesime vicende e basate sul medesimo verbale oggetto di causa.

Il motivo è infondato.

E’ principio costante nella giurisprudenza di questa Corte che, qualora non sia avvenuta la contestazione immediata della violazione, il momento dell’accertamento – in relazione al quale collocare il “dies a quo” del termine previsto dalla L. n. 689 del 1981, art. 14, comma 2, non coincide con quello in cui viene acquisito il “fatto” nella sua materialità da parte dell’autorità cui sia stato trasmesso il rapporto, ma va individuato nel momento in cui detta autorità abbia acquisito e valutato tutti i dati indispensabili ai fini della verifica dell’esistenza della violazione segnalata, ovvero in quello in cui il tempo decorso non risulti ulteriormente giustificato dalla necessità di procedere a tale acquisizione e valutazione.

Il compito di individuare, secondo le caratteristiche e la complessità della situazione concreta, il momento in cui ragionevolmente la contestazione avrebbe potuto essere tradotta in accertamento e da cui deve farsi decorrere il termine per la contestazione, spetta al giudice del merito (Cass. 27702/2019; Cass. 3043/2009; Cass. 23608/2009; Cass. 7681/2014).

Nel caso in esame, la pronuncia ha ritenuto che l’emersione del carattere sospetto delle singole operazioni non potesse dipendere dalla rilevazione delle singole operazioni annotate sui conti, occorrendo una valutazione di coerenza delle movimentazioni bancarie con il profilo soggettivo dei clienti (tenendo conto della loro attività economica, della specifica capacità patrimoniale e dell’operatività bancaria normalmente svolta, con le accluse considerazioni del responsabile aziendale antiriciclaggio in merito al rispetto degli adempimenti di legge).

Su tali premesse, con accertamento logicamente motivato, la corte distrettuale ha stabilito che solo al momento in cui erano pervenute – il 4.11.2010 – le risposte ai chiarimenti sollecitati dall’UIF era stato possibile al Ministero confermare le proprie conclusioni, anche stralciando talune posizioni oggetto di approfondimento.

La mera acquisizione dei dati contabili non aveva – quindi – esaurito la fase di accertamento, in mancanza di elementi utilizzabili anche solo per confermare le valutazioni già provvisoriamente assunte dall’amministrazione competente e – peraltro – le ulteriori attività di verifica si erano esaurite entro un termine del tutto congruo, fermo comunque che la valutazione dell’utilità degli atti di indagine successivi andava compiuta con giudizio ex ante, sicchè non ha rilievo che, come propone la banca ricorrente, la loro inutilità sia emersa “ex post” (Cass. 21171/2019).

Quanto alla sentenza del Tribunale di Roma n. 8896/2018, allegata alla memoria difensiva del Credem, va rilevato che trattasi di pronuncia che ha definito l’opposizione ad una sanzione scaturita dagli esiti della medesima attività ispettiva che ha dato luogo a quella oggetto del presente giudizio, ma con riferimento a condotte e a vicende sostanziali del tutto autonome e non altrimenti correlate con i fatti imputati in questa sede al Credem, sicchè non può avere effetti di giudicato.

2. Il secondo motivo denuncia la violazione della L. n. 197 del 1971, art. 3 e D.Lgs. n. 231 del 2007, art. 41 ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si assume che l’obbligo di segnalazione poteva sorgere solo se le operazioni avessero avuto connotazioni tali da palesare la commissione di un reato non colposo, circostanza questa mai emersa nel corso degli accertamenti e non menzionata nè nel processo verbale, nè nel successivo decreto applicativo della sanzione. Anche alla luce delle istruzioni operative impartite dalla Banca d’Italia del 2001, l’analisi del grado di anomalia delle operazioni doveva esser rapportato alle caratteristiche del cliente e alle informazioni già in possesso dell’intermediario, non potendo esigersi ulteriori indagini, mentre, nello specifico, nessun elemento di sospetto era stato rilevato (o poteva esser rilevato), poichè i clienti erano regolarmente censiti, possedevano un buon profilo patrimoniale, operavano con strumenti tali da consentire la tracciabilità delle operazioni, dovendo escludersi che le movimentazioni, già coerenti con la normale operatività dei correntisti, fossero riconducibili allo schema dell’operatività usuraria come delineato dalla Circolare UIF 2009.

Difatti, d.B.S. era stato presentato dal R., aveva dichiarato di svolgere l’attività di geometra alle dipendenze di una società riconducibile a quest’ultimo, la sua situazione era stata monitorata presso la centrale rischi, non risultava protestato, aveva eseguito un numero limitato di movimenti di contante, per importi ridotti e su conti costantemente attivi. Quanto invece ad R.A., trattavasi di soggetto i cui familiari erano clienti della banca, aveva eseguito un numero ridotto di operazioni, tutte di importo modesto e coerenti con la sua attività imprenditoriale.

Il motivo è infondato.

Per le operazioni compiute fino al 28.12.2007, la pronuncia ha evidenziato che, a norma del D.L. n. 143 del 1991, art. 3 nel testo vigente ratione temporis, il responsabile della dipendenza, dell’ufficio o di altro punto operativo aveva l’obbligo di segnalare senza ritardo ogni operazione per la quale i mezzi impiegati potessero provenire dai delitti previsti dagli artt. 648-bis e 648-ter c.p., condizioni che il giudice distrettuale ha ritenuto sussistenti alla luce delle caratteristiche delle plurime movimentazioni annotate, ritenute non giustificabili in base all’attività svolta dai due correntisti.

Le operazioni successive soggiacevano all’analogo obbligo di segnalazione sancito dal D.Lgs. n. 231 del 2007, art. 41 che a sua volta dipendenza dall’esistenza di ragionevoli motivi per sospettare che fossero in corso o che fossero state compiute o tentate operazioni di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo. Anche in tal caso il sospetto di riciclaggio è stato desunto dalle caratteristiche ed entità delle operazioni alla luce della capacità economica e dell’attività svolta dai clienti.

Non era necessaria l’emersione di elementi che, in via indiziaria, palesassero la commissione del reato di riciclaggio.

L’art. 3 citato è volto a contrastare i fenomeni criminali, limitando l’uso del denaro contante e dei titoli al portatore nelle transazioni, in modo da prevenire l’utilizzazione del sistema finanziario a scopo di riciclaggio”, sanzionando condotte di pericolo (Cass. n. 6647/2007; Cass. 20647/2018), con riferimento a operazioni che “per caratteristiche, entità, natura, o per qualsivoglia altra circostanza, inducano a ritenere” possibile la provenienza di denaro, beni o utilità, oggetto di dette operazioni, da taluno dei reati contemplati dagli artt. 648 bis e 648 ter c.p..

L’intermediario – che non può comunque confidare sul proprio personale convincimento circa l’estraneità delle operazioni ad una attività delittuosa – è tenuto esclusivamente a formulare un giudizio obiettivo, tenendo conto degli indici sintomatici che di norma rivelano l’elusione delle disposizioni dirette a prevenire e punire l’attività di riciclaggio (Cass. 8699/2007; Cass. 9089/2007; Cass. 9312/2007; Cass. 9310/2007; 9353/2007), senza alcuna necessità di verificare la ricorrenza dei presupposti per la configurazione del reato presupposto.

Nello specifico, come ha spiegato la Corte distrettuale, le modalità di movimentazione adottate dai due clienti R. e D.B. apparivano coerenti con gli schemi tipici dell’operatività usuraria secondo le indicazioni dell’Ufficio italiano cambi, adottate nel 2003 e nel 2009, mostrando un effettivo carattere di anomalia anche in base alle indicazioni contenute nel Decalogo della Banca d’Italia, adottato sin dal 2001.

I due clienti avevano eseguito molteplici prelievi e versamenti di contanti o mediante assegni in cifra tonda (con pluralità di girate), pareggiando gli addebiti e gli accrediti e stabilendo flussi finanziari tra i due conti, con movimentazioni non giustificate dalla natura personale dei conti, nè coerenti con il profilo economico dei clienti stessi.

Le operazioni ricadevano nel perimetro delle attività sospette secondo la casistica elaborata dalla Banca di Italia e – perciò – erano tali da far sorgere l’obbligo di segnalazione, senza ulteriori margini di valutazione da parte del responsabile della filiale.

Va difatti ricordato che tenuto a segnalare le operazioni di cui si discute è “il responsabile della dipendenza”, il quale ne riferisce al “titolare dell’attività”; quest’ultimo “esamina le segnalazioni pervenutegli e qualora le ritenga fondate tenendo conto dell’insieme degli elementi a sua disposizione, le trasmette senza ritardo al questore del luogo dell’operazione, il quale ne informa l’Alto commissario e il nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza” (art. 3 cit., comma 2).

Nelle ipotesi contemplate dall’art. 3, la legge prevede – dunque – un duplice obbligo di segnalazione (cfr. Cass. 25134/2008): da parte del responsabile della dipendenza al titolare dell’attività, ossia all’organo direttivo della banca (art. 3, comma 1), e da parte di quest’ultimo al questore (comma 2).

Il potere di valutare le segnalazioni e di trasmetterle al questore solo se le ritenga fondate, in base all’insieme degli elementi a disposizione, spetta solo al titolare dell’attività, mentre il responsabile della dipendenza (nella specie il G., responsabile diretto della violazione), ha un margine di discrezionalità più ridotto, dovendo segnalare “ogni” operazione che lo “induca a ritenere” che l’oggetto di essa “possa provenire” da reati attinenti al riciclaggio (Cass. 23017/2009; Cass. 20647/2018).

3. Il terzo motivo deduce la violazione dell’art. 14 preleggi e D.Lgs. n. 231 del 2007, art. 69 come modificato dal D.Lgs. n. 90 del 2017 ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si espone che le disposizioni introdotte dal D.Lgs. n. 90 del 2017, comportando l’applicazione di una sanzione pecuniaria di Euro 30.000,00, notevolmente inferiore a quella irrogata (130.375,00), dovevano trovare applicazione anche alle violazioni di cui si discute, sebbene commesse nel vigore della normativa precedente, dato che, contrariamente a quanto sostenuto dalla Corte distrettuale, la disciplina transitoria non individua nella data di conclusione del procedimento amministrativo il limite di applicabilità della disciplina successiva, ove più favorevole.

Il motivo è fondato.

Secondo la Corte distrettuale, il regime transitorio di cui al D.Lgs. n. 90 del 2017, art. 69 renderebbe applicabile la legge sanzionatoria più favorevole solo alle sanzioni oggetto di procedimenti amministrativi non definiti, e ciò sia per effetto della natura eccezionale della norma, che andrebbe applicata in base al suo significato letterale, sia alla luce del carattere non penale della sanzione applicata.

Va premesso anzitutto che il D.Lgs. n. 90 del 2017, art. 5 ha riscritto il D.Lgs. n. 231 del 2007, art. 58 in tema di sanzioni, modificando il trattamento sanzionatorio in senso potenzialmente più favorevole all’incolpato. In ogni caso, l’art. 69 prevede attualmente che per le violazioni commesse anteriormente all’entrata in vigore del D.Lgs. n. 90 del 2017, sanzionate in via amministrativa, si applica la legge vigente all’epoca della commessa violazione, se più favorevole, ivi compresa l’applicabilità dell’istituto del pagamento in misura ridotta.

La disposizione ha quindi recepito nella specifica materia delle sanzioni volte alla prevenzione dell’uso del sistema finanziario a scopo di riciclaggio, il principio del favor rei, derogando alla diversa regola secondo cui la retroattività – previste per le sanzioni penali dall’art. 2 c.p., comma 3, – non opera comunque nella materia delle sanzioni amministrative (Cass. 20647/2018; Cass. 20697/2018).

Ritiene il Collegio che l’applicabilità della disciplina sopravvenuta non poteva esser negata a priori, senza valutare le possibili ricadute delle nuove disposizioni sull’entità della sanzione in concreto irrogabile. Nessun limite poteva derivare dal fatto che il provvedimento sanzionatorio fosse già stato adottato in fase amministrativa: l’elemento letterale della norma, destinato ad assumere carattere prevalente ex art. 12 preleggi, fa riferimento in generale alle violazioni commesse anteriormente alla data di entrata in vigore della novella, senza ulteriori condizioni restrittive.

Nè può deporre in senso contrario il richiamo alla diversa previsione di cui all’art. 11 sempre preleggi, essendo evidente che, a fronte di una norma chiaramente volta ad optare per l’applicazione dello ius superveniens più favorevole, la ratio legis è evidentemente improntata all’introduzione di norme destinate ad operare anche per il passato.

E’ parimenti inconferente il richiamo al D.Lgs. n. 472 del 1997, art. 3 e D.P.R. n. 148 del 1988, art. 23 bis (in tema di sanzioni amministrative di diritto tributario e in materia valutaria): entrambe le previsioni, deponendo a favore dell’immediata applicabilità della novella anche nel procedimento in esame, prevedono che l’unico limite alla regola del favor rei è rappresentato dal fatto che il provvedimento sanzionatorio abbia acquisito il carattere della definitività, carattere che – al pari di quelle in materia di antiriciclaggio – presuppone che sia esaurita l’eventuale fase di impugnazione in sede giurisdizionale (Cass. 20697/2018; Cass. 28888/2018; Cass. 20159/2019).

In definitiva è accolto il terzo motivo mentre sono respinte le prime due censure.

La sentenza impugnata è cassata in relazione al motivo accolto, con rinvio della causa alla Corte di appello di Roma, in diversa composizione, anche per la pronuncia sulle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

accoglie il terzo motivo di ricorso, respinge gli altri, cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa alla Corte d’appello di Roma, in diversa composizione, anche per la pronuncia sulle spese di legittimità.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione seconda civile, il 9 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 19 febbraio 2021

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