Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4517 del 21/02/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 21/02/2017, (ud. 26/10/2016, dep.21/02/2017),  n. 4517

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. IACOBELLIS Marcello – Presidente –

Dott. MOCCI Mauro – rel. Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. CRUCITTI Roberta – Consigliere –

Dott. CONTI Roberto Giovanni – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 10960-2013 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, C.F. (OMISSIS), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende ope legis;

– ricorrente –

contro

E.G.A., elettivamente domiciliato in ROMA,

LARGO A. FOCHETTI, 28 -TLS ST.PROFESS., presso lo studio

dell’avvocato CARLO ROMANO, che lo rappresenta e difende unitamente

all’avvocato FLAMINIA FERRUCCI giusta procura notarile allegata alla

memoria;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 28/2/2012 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE di POTENZA, emessa il 05/03/2012 e depositata il

20/03/2012;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

26/10/2016 dal Consigliere Relatore Dott. MOCCI MAURO.

Fatto

FATTO E DIRITTO

La Corte, costituito il contraddittorio camerale sulla relazione prevista dall’art. 380 bis c.p.c., delibera di procedere con motivazione sintetica ed osserva quanto segue.

L’Agenzia delle entrate propone ricorso per cassazione nei confronti della sentenza della Commissione Tributaria Regionale della Basilicata, che aveva rigettato l’appello dello stesso ufficio contro la decisione della Commissione Tributaria Provinciale di Potenza, la quale, in accoglimento del ricorso di E.A.G., ingegnere libero professionista, aveva disposto il rimborso dell’IRAP, da costui versato per gli anni 2001 – 2003, per un totale di Euro 6.353,93.

Nella decisione impugnata, la CTR ha affermato che, trattandosi di un ingegnere, le spese per la produzione del reddito non avrebbero deposto per un’attività di tipo imprenditoriale, mentre per i compensi pagati a terzi – apparentemente esorbitanti per un solo anno – avrebbe dovuto considerarsi come i lavori di progettazione e direzione fossero frequentemente affidati ad un pool di professionisti, del quale solo il capofila risponderebbe economicamente. Conseguentemente, il dato – fra l’altro incostante – dei compensi a terzi non sarebbe stato emblematico di un’attività diversa da quella professionale non imprenditoriale.

Il ricorso dell’Agenzia delle Entrate è affidato a due motivi.

Con la prima censura, la ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, art. 2, art. 3, comma 1, lett. c, e art. 4, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3. Assume che i compensi a terzi sarebbero indice di una responsabilità di staff in capo al contribuente, nonchè di un utilizzo di tecnologie avanzate. In tal senso, il professionista puro corrisponderebbe soltanto a chi fosse in possesso di uno studio in locazione, con un telefono e strumenti informatici di base.

Con la seconda censura, l’Agenzia denuncia difetto di motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio, ex art. 360 c.p.c., n. 5. Infatti, l’accertamento della carenza di autonoma organizzazione avrebbe erroneamente travisato l’influenza dei compensi ottenuti (334 milioni di Lire), relazionandoli con altre passività.

L’intimato ha resistito, negando, per un verso, che l’applicazione della legge fatta dalla CTR potesse debordare dalla tipica valutazione del giudice di merito e, per altro verso, richiamando il compiuto esame della sentenza impugnata su dati, informazioni e presupposti caratterizzanti la fattispecie.

Il primo motivo è fondato.

In tema di IRAP, l’impiego non occasionale di lavoro altrui, costituente una delle possibili condizioni che rende configurabile un’autonoma organizzazione, sussiste se il professionista eroga elevati compensi a terzi per prestazioni afferenti l’esercizio della propria attività, restando indifferente il mezzo giuridico utilizzato e, cioè, il ricorso a lavoratori dipendenti, a una società di servizi o un’associazione professionale. (Sez. 5, n. 22674 del 24/10/2014). Il principio è stato di recente ribadito da Sez. U, n. 9451 del 10/05/2016.

Nella specie, la CTR – oltre ad aver accertato compensi a favore di terzi (pur considerandoli come una “partita di giro”) – ha soprattutto posto in luce l’associazione di più professionisti, sia pur temporanea, per lo svolgimento di un progetto comune, il che deporrebbe per l’esistenza di una struttura organizzata, senza peraltro valutare l’occasionalità delle prestazioni e la tipologia dei lavori.

Il secondo motivo resta assorbito.

Pertanto, in accoglimento del ricorso, la sentenza va cassata ed il giudizio rinviato alla CTR Basilicata, in diversa composizione, affinchè accerti l’esistenza dei presupposti di cui al D.Lgs n. 446 del 1997, artt. 2 e 3, alla luce dei principi sopra riportati.

PQM

Accoglie il primo motivo, assorbito il secondo, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla CTR Basilicata, in diversa composizione, anche per le spese.

Così deciso in Roma, il 26 ottobre 2016.

Depositato in Cancelleria il 21 febbraio 2017

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