Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4515 del 26/02/2018


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Civile Ord. Sez. 1 Num. 4515 Anno 2018
Presidente: TIRELLI FRANCESCO
Relatore: SAMBITO MARIA GIOVANNA C.

Sui ricorsi riuniti iscritti ai nn. 11061/2013 R.G. e 24763/2013 R.G.
Il primo, avverso la sentenza n. 1994/2012 della CORTE D’APPELLO di
ROMA, depositata il 16/04/2012;
proposto da:
Teresi Elena, elettivamente domiciliata in Roma, Via di Campo Marzio
n.69, presso lo studio dell’avvocato D’Alessandro Vinicio, che la
rappresenta e difende, giusta procura a margine del ricorso;
-ricorrente contro

Bonn Giuliano, Teresi Giampietro, Teresi Giancarlo, Teresi Maurizio;
– intimati contro

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Data pubblicazione: 26/02/2018

Ministero dell’Economia e delle Finanze, in persona del Ministro pro
tempore, domiciliato in Roma, Via dei Portoghesi n.12, presso
l’Avvocatura Generale dello Stato, che lo rappresenta e difende ope
legis;
resistente

Bonn Giuliano, Teresi Giancarlo, Teresi Maurizio, elettivamente
domiciliati in Roma, Via Torquato Taramelli n.5, presso lo studio
dell’avvocato Paolino Maurizio, che li rappresenta e difende, giusta
procura in calce al controricorso e ricorso incidentale;
-controricorrenti e ricorrenti incidentali contro
Teresi Elena, Teresi Giampietro;
– intimati contro

Ministero dell’Economia e delle Finanze, in persona del Ministro pro
tempore, domiciliato in Roma, Via dei Portoghesi n.12, presso
l’Avvocatura Generale dello Stato, che lo rappresenta e difende ope
I eg is;
– resistente-

il secondo avverso la sentenza n. 3217/2013 della CORTE D’APPELLO
di ROMA, depositata il 31/05/2013;
proposto da:

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nonchè contro

Teresi Maurizio, Teresi Giancarlo, elettivamente domiciliati in Roma,
Viale Angelico n.70, presso lo studio dell’avvocato Pansini Giovanna,
che li rappresenta e difende, giusta procura a margine del ricorso;
-ricorrenti contro

n.69, presso lo studio dell’avvocato D’Alessandro Vinicio, che la
rappresenta e difende, giusta procura a margine del controricorso;
-controricorrente contro
Bonn Giuliano, Eredi di Norina Bonn, Teresi Giannpietro;
– intimati-

udite le relazioni delle cause svolte nella camera di consiglio del
12/12/2017 dal cons. SAMBITO MARIA GIOVANNA C.;
lette le conclusioni scritte del P.M., in persona del Sostituto
Procuratore Generale Capasso Lucio che ha chiesto il rigetto del
secondo ricorso
FATTI DI CAUSA
La Corte d’Appello di Roma, con sentenza del 16.4.2012, in
parziale riforma della decisione di primo grado e per quanto
d’interesse, rigettava la domanda proposta da Elena e Giampietro
Teresi volta al conseguimento dell’indennizzo ex lege n. 16 del 1980,
e successive modificazioni, in relazione ai beni perduti in Libia da “La
Misuratina Società di Costruzioni di Teresi Amelio-Borin Luigi S.a.s.”,
riconoscendone la spettanza in favore di Giuliano Bonn nonché di
Giancarlo e Maurizio Teresi, cessionari, in forza dell’atto in data
12.2.2002, del credito vantato dalla Società espropriata. I giudici
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Teresi Elena, elettivamente domiciliata in Roma, Via di Campo Marzio

d’appello escludevano che i predetti attori avessero titolo ad ottenere
quotedi siffatto indennizzo, evidenziando, tra l’altro, che la
declaratoria d’invalidità dell’atto di cessione era stata pronunciata dal
Tribunale di Roma, con sentenza n. 14855 del 2008 non ancora

dell’atto, ma a causa dell’inadempimento della liquidatrice (madre di
tutti i Teresi), vizio che era deducibile da parte della Società
rappresentata, quale atto posto in essere dalla rappresentante senza
potere, che non constava esser stato posto in essere in conflitto
d’interessi.
La medesima Corte d’Appello, con successiva sentenza in data
:31.5.2013, dichiarava inammissibile il gravame proposto da Norina e
Giuliano Bonn nonché da Giancarlo e Maurizio Teresi nei confronti di
Elena e Giampiero Teresi avverso la citata sentenza del Tribunale di
Roma n. 14855 del 2008, resa nella contumacia di detti appellanti,
rilevando che la dedotta nullità della citazione introduttiva per
violazione dei termini a comparire non costituiva un vizio che
c:omportava la rimessione al primo giudice ai sensi degli artt. 353 e
354 c.p.c., sicché, non essendo state dedotte questioni attinenti al
merito, non era ravvisabile alcun interesse all’impugnazione ed il
gravame non rispondeva al modello legale d’impugnazione.
Avverso la prima sentenza, che condannava il Ministero
dell’Economia e delle Finanze al pagamento del dovuto e rigettava la
domanda volta al pagamento degli interessi corrispettivi dalla data del
16.3.1976, del decreto di accertamento del valore dei beni, perché
privo della natura di titolo di spesa, hanno proposto ricorso per
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irrevocabile, non per un vizio che comportava la nullità o l’annullabilità

cassazione, in via principale, Elena Teresi con due motivi ed, in via
incidentale, Giuliano Bonn nonché Giancarlo e Maurizio Teresi, con due
motivi, successivamente illustrati da memoria. Il Ministero
dell’Economia e delle Finanze ha depositato un atto di costituzione,
mentre Giampietro Teresi non ha svolto difese.

Giancarlo Teresi con cinque motivi, illustrati da memoria, ai quali Elena
Teresi ha resistito con controricorso. Giampiero Teresi e Giuliano Bonn
non hanno svolto difese. Il ricorso è stato notificato anche agli eredi
di Norina Bonn.
Le parti hanno depositato memorie, indi le cause sono state
chiamate alla medesima adunanza.
RAGIONI DELLA DECISIONE
1.

Va, preliminarmente, disposta la riunione dei due

procedimenti tra loro connessi, in quanto la questione della validità
della scrittura privata in data 12.2.2002 di cessione pro soluto, e,
dunque, la titolarità del credito per indennizzo ex lege n. 16 del 1980,
e successive modificazioni, in relazione ai beni perduti in Libia dalla
Società “La Misuratina Società di Costruzioni di Teresi Amelio-Borin
Luigi S.a.s.”, è stata dibattuta tra le parti in entrambi i giudizi e definita
con statuizioni di opposto tenore, secondo quanto si è esposto in
narrativa.
2. Va, sempre in via preliminare, dichiarata l’inammissibilità
della memoria di Elena Teresi in data 5.12.2017, perché depositata
dopo la scadenza del termine previsto dall’art. 380-bis.1. c.p.c.

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Avverso la seconda sentenza, hanno proposto ricorso Maurizio e

3. Ragioni di ordine logico giuridico, impongono di procedere
all’esame del ricorso n. 24763 del 2013 RG, proposto avverso la
sentenza n. 3217 del 31.5.2013.
4. Con il primo motivo, Maurizio e Giancarlo Teresi deducono la
violazione e falsa applicazione dell’art. 164 c.p.c., la nullità della

163 bis c.p.c., evidenziando che l’atto introduttivo del giudizio, loro
notificato il 12-21.4.2006, fissava per la prima comparizione l’udienza
del 28.6.2006, senza il rispetto del termine di novanta giorni liberi ex
lege n. 51 del 2006. Poiché il primo giudice non si era avveduto della
nullità, ed aveva pronunciato in violazione del contraddittorio, la Corte
d’Appello, affermano i ricorrenti, avrebbe dovuto dichiararla ed
ordinare la rinnovazione degli atti nulli, tanto più che nelle more era
intervenuta la decisione n. 1994 del 2012 (oggetto dell’altro ricorso),
che aveva dato loro ragione.
5. Col secondo motivo, deducendo la violazione dell’art. 354
c:.p.c. in relazione agli artt. 101 e 162 c.p.c., i fratelli Teresi ribadiscono
c:he, non essendo il contraddittorio integro in prime cure, per la
violazione del termine a comparire, la Corte territoriale avrebbe
dovuto trattare la causa nel merito, o, comunque, prendere atto della
menzionata sentenza n. 1994 del 2012 di essa Corte, nelle more
intervenuta, e giudicare in modo ad essa conforme, e non limitarsi a
dichiarare l’inammissibilità dell’appello.
6. Col terzo motivo, si deduce il mancato esame della sentenza
n. 1994 del 2012, e l’omessa pronuncia sulla richiesta di statuire in

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citazione e del procedimento di primo grado per violazione dell’art.

conformità di tale sentenza, sotto il profilo di cui al numero cinque
dell’art. 360, co 1, c.p.c.
7.

Col quarto motivo, si denuncia la violazione e falsa

applicazione degli artt. 39, 273 e 274 c.p.c. Le domande proposte ex

medesime, tanto che il Tribunale aveva liquidato somme di denaro in
conformità delle percentuali determinate nell’altro giudizio, ed il nesso
tra loro esistente era stato riconosciuto dal difensore avversario che
aveva, inutilmente, chiesto al GI di accertare in via incidentale la
nullità dell’atto di cessione delle quote o di disporre la sospensione del
giudizio. Il caso, proseguono i ricorrenti, andava, dunque, inquadrato
nell’ambito dell’art. 39 c.p.c. ricorrendo un’ipotesi di continenza di
giudizi, talchè quello instaurato per secondo, avrebbe dovuto esser
cancellato dal ruolo e non poteva esser proposto senza incorrere nel
divieto del bis in idem.
8. Con il quinto motivo, i ricorrenti lamentano la violazione e
falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c. in riferimento all’art. 2697. La
mancata costituzione in giudizio di essi ricorrenti causata dalla nullità
dell’atto introduttivo ha travolto tutti gli atti compiuti prima della
proposizione del gravame, e poiché la controparte aveva prodotto i
documenti acquisiti in assenza di contraddittorio, la domanda avrebbe
dovuto esser rigettata perché non dimostrata.
9.

I motivi, da valutarsi congiuntamente, per la loro

connessione, presentano profili d’inammissibilità e d’infondatezza.
10. In base al costante orientamento di questa Corte (Cass. n.
2251 del 1997; S.U. n. 12541 del 1998; n. 19159 del 2005; n. 27296
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adverso nel corso dei due giudizi, affermano i ricorrenti, erano le

del 2005; 2053 del 2010; n. 3718 del 2011; n. 14167 del 2014; n.
24612 del 2015; n. 2302 del 2016), l’impugnazione con cui
l’appellante si limiti a dedurre soltanto vizi di rito avverso una
pronuncia a lui sfavorevole (anche) nel merito è ammissibile nei soli
limiti in cui i vizi denunciati, se fondati, imporrebbero una rimessione

anche nel caso in cui i vizi medesimi non rientrino nelle ipotesi
tassativamente elencate dalle norme predette, tenuto conto della
mancanza di una garanzia costituzionale del principio del doppio grado
di giudizio e del carattere eccezionale del potere del giudice di appello
di rimettere la causa al primo giudice, potere che costituisce, appunto,
una deroga al principio per il quale i motivi di nullità si convertono in
motivi di gravame. Ne consegue che qualora lamenti, con l’atto di
impugnazione, una nullità della citazione (nella specie quella relativa
alla violazione dei termini a comparire), l’appellante deve
necessariamente dolersi anche dell’ingiustizia della sentenza di primo
grado, deducendo questioni di merito; in caso contrario, ove la
doglianza per ragioni di rito costituisca l’unico motivo di censura
avverso la sentenza di primo grado, l’impugnazione va dichiarata
inammissibile sia per difetto di interesse, che per la sua non
rispondenza al modello legale di impugnazione.
11. Ad abundantiam, va rilevato che: a) se più cause connesse
per pregiudizialità pendano davanti al medesimo ufficio giudiziario, il
giudice della causa pregiudicata deve rimetterla al presidente del
tribunale ai sensi dell’art. 274 c.p.c., perché questi valuti l’opportunità
di assegnarla al giudice della causa pregiudicante, a nulla rilevando
8

del procedimento al primo giudice ex artt. 353 e 354 c.p.c., e non

che i due giudizi siano soggetti a riti diversi, soccorrendo in tal caso la
regola dettata dall’art. 40 c.p.c. (Cass. n. 17468 del 2010; n. 12741
del 2012; n. 13330 del 2012; n. 20149 del 2014; n. 18286 del 2015;
n. 22292 del 2015; n. 12441 del 2017). L’esigenza di evitare il pericolo
di un conflitto logico tra giudicati è, infatti, soddisfatta attraverso lo

principio vale anche in ipotesi d’identità di cause pendenti davanti allo
stesso giudice, che non dà luogo al rapporto di litispendenza governato
dall’articolo 39 c.p.c., ma solo ad una situazione riconducibile alla
fattispecie dell’articolo 274 c.p.c., che, in tal caso, ne prescrive,
appunto, la riunione (Cass. n. 11357 del 2006; n. 21761 del 2013; SU
n. 9935 del 2015). Ed, infatti, la disposizione dell’art. 39 c.p.c.
presuppone la pendenza di due cause davanti a giudici diversi, e pone
un criterio di spostamento della competenza di una delle due, sicchè
quando le due cause già pendano davanti lo stesso ufficio giudiziario
non si pone più alcuna questione in termini di spostamento della
competenza, ma in termini di riunione ai sensi degli artt. 273 e 274
c.p.c. (a seconda che si individui l’identità, sia pur parziale, di cause o
la connessione), per cui l’eventuale provvedimento del giudice, che
può essere assunto d’ufficio, ha carattere ordinatorio ed è
insuscettibile di gravame in sede di legittimità; c) non sussiste alcuna
preclusione da giudicato, né dunque, alcun obbligo per il giudice di
valutarlo, in riferimento alla sentenza della Corte d’Appello in data
:.6.4.2012, che è stata impugnata per cassazione, col ricorso riunito a
quello qui in esame.

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strumento della riunione delle cause offerto dall’art. 274 c.p.c.; b) il

12. Se la statuizione d’inammissibilità del gravame è dunque
corretta, va rilevato che secondo la giurisprudenza di questa Corte
(iCass. SU n. 16 del 2000, n. 18932 del 2016; n. 19118 del 2016),
l’inammissibilità non costituisce la sanzione per un vizio dell’atto

dell’appello (e del ricorso per cassazione) e non è comminata in ipotesi
tassative ma si verifica ogniqualvolta -essendo l’atto inidoneo al
raggiungimento del suo scopo- non operi un meccanismo di sanatoria.
ln concreto, solo l’atto conforme al modello legale della citazione di
appello è idoneo a impedire la decadenza dall’impugnazione ed il
passaggio in giudicato, sostanziale, della sentenza di primo grado, e
ciò in quanto all’appello è inapplicabile per incompatibilità l’art. 164,
co 2, c.p.c. (cfr. Cass. SU n. 16 del 2000 cit.).
13. Da tanto consegue che la sentenza di primo grado n. 14855
ciel 2008, che ha dichiarato invalida la scrittura del 12.2.2002, ed ha,
anche, accertato il diritto di Elena e di Giampietro Teresi al
conseguimento della percentuale, pari per ciascuno all’8,33°/0
dell’indennizzo relativo ai beni perduti in Libia dalla Società “La
Plisuratina”, condannando Giancarlo e Maurizio Teresi nonchè Giuliano
Borin alla restituzione degli importi ricevuti a tale titolo ma di
spettanza dei predetti Elena e Giampietro Teresi, è passata in
giudicato, in quanto l’atto d’appello dell’11.12.2008, per la sua non
conformità al modello legale, non era idoneo ad evitarlo. Consegue,
inoltre, che la Corte d’Appello di Roma, con la sentenza n. 1994 del 16
aprile 2012 non poteva ritenere (incidentalmente) produttiva d’effetti

10

diverso dalla nullità, ma la conseguenza di particolari nullità

la predetta scrittura e ritenere non preclusa la relativa questione, che,
invece, lo era.
14.

In conclusione, la ripartizione delle maggiori quote

d’indennizzo, liquidate in seno alla citata sentenza n. 1994 del 2012,
andranno ripartite dal giudice del rinvio in base alle statuizioni del

contrassegnato col n. 11061 del 2013 proposto da Elena Teresi con
cui la stessa ha censurato in parte qua (per violazione degli artt. 1418
cc in relazione agli artt. 2278, 2280 e 2625 c.c. nella numerazione
antecedente l’entrata in vigore del d.lgs. n. 61 del 2002; falsa
applicazione dell’art. 2289 e 2315 c.c. ed omessa decisione su un
punto essenziale della controversia) l’anzidetta sentenza, va accolto
in ragione del giudicato a favorevole.
15. Con i due motivi di ricorso incidentale proposto da Giuliano
Bonn e da Giancarlo e Maurizio Teresi nel procedimento iscritto al n.
:_1061 del 2013, rivolto nei confronti dell’Amministrazione debitrice, si
deduce, rispettivamente, la violazione e falsa applicazione del RD n.
827 del 1924 art. 270, e degli artt. 1282, 1173, 1176, 1218 e 1224
cc, per non avere la Corte ritenuto il credito per indennizzo liquido ed
esigibile alla data di emissione del decreto del Ministro del Tesoro del
29.9.1973 e per non aver riconosciuto da tale data gli interessi
corrispettivi, nonché per il vizio di motivazione in relazione alla negata
natura di titolo di spesa di tale decreto.
16. I motivi, da valutarsi congiuntamente, sono infondati: la
Corte territoriale si è attenuta, pure citandola, alla giurisprudenza di
questa Corte (Cass. n. 2071 del 2000; n. 11016 del 2005; n. 19492
11

giudicato di cui alla menzionata sentenza n. 14855 del 2008. Il ricorso

del 2012), che va qui ribadita, secondo cui la liquidità e l’esigibilità del
credito, necessarie perché questo produca interessi ai sensi dell’art.
1282 c.c. possono essere escluse anche da circostanze e modalità di
accertamento dell’obbligazione in ragione della natura pubblicistica del

interessi corrispettivi sia necessario stabilire il momento in cui il
credito pecuniario verso la pubblica amministrazione è divenuto
liquido ed esigibile, l’accertamento di tale duplice requisito non può
prescindere dal presupposto formale dell’emissione del titolo di spesa
che ricorre allorchè la relativa spesa sia stata ordinata con l’emissione
del mandato di pagamento, ai sensi dell’art. 270 del regolamento di
c:ontabilità generale dello stato che, sia pure alla stregua di una regola
di condotta interna della pubblica amministrazione (che da una norma
di legge ripete la sua efficacia vincolante interna), condiziona e
realizza il requisito suddetto.
17. Il giudice del rinvio, che si designa nella Corte d’Appello di
Roma in diversa composizione, provvederà, anche, a liquidare le spese
clel presente giudizio di legittimità.
P.Q.M.
riunisce i ricorsi, rigetta quello proposto da Maurizio e Giancarlo
Teresi avverso la sentenza n. 3217 del 31.5.2013; accoglie il ricorso
principale proposto da Elena Teresi avverso la sentenza n. 1994 del
16.4.2012, rigetta l’incidentale di Giuliano Bonn, di Giancarlo e
Maurizio Teresi, cassa e rinvia, anche per le spese, alla Corte d’Appello
di Roma in diversa composizione.
Così deciso in Roma, il 12 dicembre 2017
12

soggetto debitore, così che, qualora ai fini della decorrenza degli

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