Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4504 del 20/02/2020

Cassazione civile sez. VI, 20/02/2020, (ud. 12/11/2019, dep. 20/02/2020), n.4504

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Presidente –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 25710-2017 proposto da:

P.O., S.R., elettivamente domiciliati in ROMA,

VIA AUGUSTO RIBOTY 28, presso lo studio dell’avvocato DOMENICO

PAVONI, rappresentati e difesi dall’avvocato ANNA CUCCHIARINI giusta

procura in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

P.E.M., elettivamente domiciliato in ROMA, V.GIUSEPPE

SISCO 8, presso lo studio dell’avvocato ISABELLA NELLI,

rappresentato e difeso dall’avvocato MICHELE GIUSEPPE AMBROSINI

giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1177/2017 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,

depositata il 08/08/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

12/11/2019 dal Consigliere Dott. CRISCUOLO MAURO.

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

P.E.M. conveniva in giudizio P.O. e S.R. al fine di procedere allo scioglimento della comunione costituita da terreni e fabbricati in Urbino.

I convenuti si costituivano in giudizio evidenziando che i terreni erano stati concessi in affitto alla S. e che l’attore sin dal 2000 si era disinteressato dei fondi, la cui manutenzione era stata assicurata dal solo P.O. che a sue spese aveva apportato delle migliorie di cui chiedeva anche il rimborso.

Il Tribunale di Urbino con la sentenza n. 369/2011 dichiarava lo scioglimento della comunione con la sola esclusione della particella n. 183, assegnando i beni di cui al lotto 1 all’attore ed ai convenuti quelli di cui al lotto 2, determinando anche i conguagli reciprocamente dovuti.

La Corte d’Appello di Ancona con la sentenza n. 1177 dell’8 agosto 2017 rigettava l’appello proposto dai convenuti.

Quanto al primo motivo, con il quale si contestava che il Tribunale non avesse fissato l’udienza di discussione del progetto di divisione, facendo proprio il progetto redatto dal CTU, riteneva che tale passaggio procedimentale poteva essere saltato nel momento in cui si palesava l’impossibilità che le parti potessero accordarsi sul progetto stesso.

In ordine alla critica secondo cui il giudice aveva fatto riferimento ad un accordo delle parti sul progetto, la sentenza chiariva che in realtà il Tribunale aveva fatto riferimento all’adesione dei consulenti di parte al criterio suggerito dall’ausiliario d’ufficio per l’assegnazione dei beni a favore di ciascun condividente, mancando una volontà delle parti di procedere al sorteggio, sicchè l’attribuzione era avvenuta tenuto conto delle osservazioni delle parti ed in relazione al pregresso godimento dei beni.

Quanto alla dedotta nullità della CTU per non essersi tenuto conto delle spese sostenute dai convenuti per i beni comuni, la decisione di appello escludeva che ricorresse un’ipotesi di nullità, e che in realtà il consulente aveva espresso la propria opinione circa il fatto che non vi fosse prova adeguata circa l’effettivo esborso delle somme per la manutenzione dei beni. A tale valutazione si era poi sovrapposta quella del giudice che aveva ritenuto che effettivamente le fatture versate in atti dal convenuto non comprovassero che si trattava di acquisti di merce effettivamente destinata ai beni oggetto di causa, atteso anche che il convenuto svolgeva attività imprenditoriale nel mondo dell’edilizia.

Quanto alla deduzione secondo cui le risposte del CTU erano state insufficienti, ad avviso dei giudici di appello non poteva ritenersi che ciò implicasse la nullità della CTU, occorrendo ricordare che la prova circa l’esecuzione degli interventi sui beni, con la quantificazione dei relativi costi, incombeva sempre sui convenuti, che non avevano assolto al relativo onere.

Quanto poi alla deduzione secondo cui il CTU non aveva verificato il preteso pagamento effettuato dall’attore con assegni circolari, si osservava che le matrici degli assegni facevano riferimento ad assegni circolari emessi all’ordine di P.O., dovendo quindi ritenersi provato che gli stessi fossero stati incassati, mancando invece la prova dell’esistenza di diversi rapporti di debito ai quali imputare il pagamento.

Infine era confermata la correttezza dell’assegnazione dei lotti, senza ricorso al criterio del sorteggio, atteso anche che i lotti presentavano valore presso che eguale.

Avverso tale sentenza hanno proposto ricorso per cassazione P.O. e S.R. sulla base di quattro motivi.

P.E.M. ha resistito con controricorso.

Con il primo motivo di ricorso si denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 785 e 789 c.p.c. nonchè la nullità della sentenza per vizio di motivazione.

Assumono i ricorrenti che il giudice di primo grado ha deciso con sentenza la controversia senza però previamente fare proprio il progetto di divisione e fissare l’apposita udienza di discussione ex art. 789 c.p.c.

Inoltre il giudice di appello avrebbe fatto riferimento, nel confermare la decisione di primo grado, ad un dissenso delle parti che però era relativo alle spese sostenute per la manutenzione dei beni comuni, e non alla formazione delle quote.

Il motivo è infondato avendo la sentenza impugnata deciso conformemente alla giurisprudenza di questa Corte secondo cui (cfr. Cass. n. 13621/2017) nel procedimento per lo scioglimento di una comunione, non occorre una formale osservanza delle disposizioni previste dall’art. 789 c.p.c. ovvero la predisposizione di un progetto di divisione da parte del giudice istruttore, il suo deposito in cancelleria e la fissazione dell’udienza di discussione dello stesso – essendo sufficiente che il medesimo giudice istruttore faccia proprio, sia pure implicitamente, il progetto approntato e depositato dal c.t.u., così come non è necessaria la fissazione dell’apposita udienza di discussione del progetto quando le parti abbiano già escluso, con il loro comportamento processuale, la possibilità di una chiusura del procedimento mediante accettazione consensuale della proposta divisione, in tal modo giustificandosi la diretta rimessione del giudizio alla fase decisoria (conf. Cass. n. 242/2010).

Nella fattispecie, e rilevato che la decisione della controversia con sentenza anzichè con ordinanza, previa fissazione dell’udienza di cui all’art. 789 c.p.c., non risulta avere pregiudicato alcuna specifica facoltà processuale delle parti, deve ritenersi che correttamente il giudice di prime cure, tenuto conto dell’acceso contrasto esistente tra le parti, sebbene occasionato dalle pretese di rimborso di spese asseritamente sostenute per la manutenzione dei beni comuni, ha ritenuto che fosse implausibile una definizione concordata della controversia ai sensi dell’art. 789 c.p.c., come peraltro confermato anche dal contrasto rimasto anche in appello circa la deroga al criterio del sorteggio, ed all’individuazione degli assegnatari delle singole quote, in difformità dal diverso criterio suggerito dall’ausiliario d’ufficio.

Il secondo motivo denuncia la violazione dell’art. 194 c.p.c. per le valutazioni espresse dal CTU stante l’assenza di prova in ordine alle eccezioni sollevate da parte attrice.

Si rileva che il giudice di appello, condividendo quanto rilevato dal CTU, ha escluso che fosse stato dimostrato l’esborso di somme da parte dei convenuti per la manutenzione e cura dei beni comuni, e ciò sulla base di accertamenti autonomi compiuti dall’ausiliario eccedendo i limiti del mandato.

Inoltre poichè si trattava di eccezioni sollevate dall’attore, era onere di quest’ultimo dimostrare che in realtà le somme non erano state impiegate.

Il terzo motivo denuncia sempre la violazione dell’art. 194 c.p.c. nonchè l’omessa motivazione su di un fatto controverso e decisivo per il giudizio, per non avere l’ausiliario fornito risposta al quesito relativo alla determinazione dei costi sostenuti dai ricorrenti per i beni in comunione.

I due motivi che possono essere congiuntamente esaminati sono infondati.

In primo luogo il ragionamento dei ricorrenti è frutto di una palese ed erronea inversione dell’onere della prova, nella parte in cui addiviene a sostenere che fosse onere dell’attore dimostrare che in realtà i convenuti non avevano sostenuto le spese di cui chiedevano il rimborso.

La domanda di rendiconto delle spese sostenute nell’interesse della comunione è stata appunto formulata dai convenuti, sui quali conseguentemente incombeva l’onere della prova dei fatti costitutivi, e quindi la dimostrazione di quali fossero le spese sostenute, non potendosi quindi addebitare all’attore l’onere della prova negativa. Va poi ricordato che costituisce principio altrettanto consolidato quello secondo cui (cfr. Cass. n. 12921/2015) il consulente tecnico di ufficio ha il potere di acquisire ogni elemento necessario per espletare convenientemente il compito affidatogli, anche se risultanti da documenti non prodotti in giudizio, sempre che non si tratti di fatti che, in quanto posti direttamente a fondamento delle domande e delle eccezioni, debbono essere provati dalle parti, e ciò in ragione del fatto che (cfr. Cass. n. 21412/2006) la consulenza tecnica d’ufficio ha la funzione di fornire all’attività valutativa del giudice l’apporto di cognizioni tecniche che egli non possiede, ma non è certo destinata ad esonerare le parti dalla prova dei fatti dalle stesse dedotti e posti a base delle rispettive richieste, fatti che devono essere dimostrati dalle medesime parti alla stregua dei criteri di ripartizione dell’onere della prova previsti dall’art. 2697 c.c. (conf. Cass. n. 3130/2011; Cass. n. 10182/2007).

Non è possibile quindi individuare alcuna nullità nel non avere il CTU compiuto delle indagini volte a supplire alla carente iniziativa probatoria incombente sugli interessati, e cioè sui convenuti, atteso poi che, quanto alla valutazione della documentazione versata in atti dagli stessi convenuti, ed a loro dire idonea a comprovare la fondatezza della domanda, il CTU si è limitato ad esprimere un’opinione che ha poi avuto il conforto del giudice di merito, con apprezzamento in fatto non suscettibile di sindacato in sede di legittimità, secondo cui la genericità delle fatture di acquisto di materiali edili, peraltro intestate a soggetto che professionalmente opera nel settore dell’edilizia, non consentiva di riferirle con certezza ai beni oggetto di causa, essendosi quindi in ogni caso sovrapposta alla valutazione del CTU quella autonoma del giudice di appello, come appunto chiaramente esplicitato in motivazione a pag. 5.

Il quarto motivo, infine, lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. ed il difetto di motivazione in ordine ai vizi riscontrati sull’elaborato peritale. La doglianza investe in particolare la valutazione circa l’efficacia estintiva del credito vantato dai ricorrenti per effetto degli assegni circolari tratti all’ordine di P.O..

Si sostiene che i giudici di appello si sarebbero limitati a richiamare le motivazioni del giudice di primo grado, ma senza indagare se ed a quale titolo le somme di cui agli assegni fossero state corrisposte.

Il motivo è fondato.

La giurisprudenza di questa Corte (Cass. n. 26275/2017) ha affermato che In tema di prova del pagamento, soltanto a fronte della comprovata esistenza di un pagamento avente efficacia estintiva, ossia puntualmente eseguito con riferimento ad un determinato credito, l’onere della prova viene nuovamente a gravare sul creditore il quale controdeduca che il pagamento deve imputarsi ad un credito diverso. Ne consegue che tale principio non può trovare applicazione quando il pagamento venga eccepito mediante la produzione di assegni o cambiali, che per la loro natura presuppongono l’esistenza di un’obbligazione cartolare (e l’astrattezza della causa), così da ribaltare nuovamente l’onere probatorio in capo al debitore, che deve dimostrare il collegamento dei titoli di credito prodotti con i crediti azionati, ove ciò sia contestato dal creditore (conf. Cass. n. 3008/2012).

Ne deriva che essendo il pagamento avvenuto asseritamente con il rilascio di assegni circolari, era specifico onere del debitori dimostrare il puntuale collegamento tra l’emissione dei titoli di credito e le obbligazioni che si assumono estinte, non potendosi per converso far riferimento, come invece fatto dal giudice di appello ad elementi di carattere indiziario circa l’inesistenza di altri rapporti di debito.

La sentenza impugnata deve pertanto essere cassata in relazione a tale motivo.

Al giudice del rinvio che si designa nella Corte d’Appello di Ancona in diversa composizione, è devoluta anche la liquidazione delle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

Accoglie il quarto motivo di ricorso, rigetta gli altri motivi, e cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto, con rinvio, anche per le spese del presente giudizio, alla Corte d’Appello di Ancona in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 12 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 20 febbraio 2020

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