Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4503 del 24/02/2010

Cassazione civile sez. III, 24/02/2010, (ud. 03/02/2010, dep. 24/02/2010), n.4503

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MORELLI Mario Rosario – Presidente –

Dott. FEDERICO Giovanni – Consigliere –

Dott. UCCELLA Fulvio – Consigliere –

Dott. SPIRITO Angelo – Consigliere –

Dott. D’AMICO Paolo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 22047-2005 proposto da:

B.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE CARSO

77, presso lo studio dell’avvocato PONTECORVO EDOARDO, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato ALBERINI LUCIANO con

delega in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

S.F., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DI

SAN GIACOMO 22, presso lo studio dell’avvocato FLAUTI ALESSANDRA,

rappresentato e difeso dall’avvocato GATTI GERARDO con delega a

margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 177/2005 della CORTE D’APPELLO di PERUGIA,

emessa il 23/09/2004, depositata il 07/06/2005; R.G.N. 280/2001;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

03/02/2010 dal Consigliere Dott. PAOLO D’AMICO;

udito l’Avvocato PONTECORVO EDOARDO;

udito l’Avvocato GATTI GERARDO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

APICE Umberto che ha concluso per il rigetto.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEI PROCESSO

S.F. conveniva in giudizio davanti al Tribunale di Perugina B.G., suo ex genero, chiedendone la condanna: 1) alla restituzione della somma di L. 105.000.000, con interessi e maggior danno da svalutazione, che assumeva avergli mutuato nel corso degli anni 1981 e 1982 versando, su richiesta del convenuto, sei assegni per complessive lire 85.000.000 ed un assegno di L. 20.000.000 nelle mani della SEA di (OMISSIS); 2) alla restituzione di una serie di mobili di sua proprietà, che assumeva consegnati al convenuto a titolo di comodato senza determinazione di durata. Costituendosi in giudizio il convenuto chiedeva il rigetto delle domande attrici, eccependo: a) che l’attore non aveva provato la causa del mutuo dedotta a giustificazione dei pretesi versamenti, non bastando all’uopo il versamento di assegni in favore del convenuto, trattandosi di per se di atto estintivo di un debito; b) che i mobili gli erano stati consegnati non dall’attore, ma dalla ex moglie e che, trovandosi gli stessi in pessime condizioni, egli aveva provveduto a farli restaurare sostenendo spese elevate per le quali chiedeva in via riconvenzionale il rimborso. Con sentenza 693/2001 il Tribunale, riconosciuto il diritto dell’attore al rimborso della sola somma di L. 20.000.000, di cui all’assegno versato alla SEA, e riconosciuto al convenuto il diritto al rimborso della somma di L. 2.300.000 per il restauro dei mobilio, condannava il B. al pagamento, in favore del S., della somma di L. 17.700.000, oltre accessori, nonchè alla restituzione dei mobili, compensando integralmente fra le parti le spese dei giudizio. Avverso detta sentenza proponeva appello lo stesso S.. L’appellato resisteva all’appello principale e proponeva appello incidentale.

La Corte d’Appello di Perugia condannava il B. al pagamento, in favore del S., dell’equivalente in euro di L. 102.700.000, oltre accessori. Proponeva ricorso per cassazione B.G..

Resisteva con controricorso S.F.. Entrambe le parti presentavano memorie.

Diritto

MOTIVI DEL RICORSO

Con il primo motivo parte ricorrente denuncia “Violazione e falsa applicazione dell’art. 1813 c.c., art. 2697 c.c., comma 1, e art. 2724 c.c. n. 2), artt. 112 e 113 c.p.c., art. 115 c.p.c., comma 1 in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3); omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, prospettato dal convenuto e ribadito dall’appellato Sig. B.G., in relazione all’art. 350 c.p.c., n. 5)”.

Secondo l’attuale ricorrente, il S. non ha provato che il versamento dei sei assegni bancari nel conto B. è stato effettuato “per un titolo che obblighi quest’ultimo alla restituzione dei relativi importi di denaro” e pertanto l’impugnata sentenza è a suo avviso erronea nel punto in cui ha ritenuto sussistente il mutuo soltanto per il versamento dei suddetti titoli.

Il motivo non può essere accolto. Esso infatti, così come articolato, pur lamentando formalmente violazione di legge e difetto di motivazione, si risolve in realtà nella inammissibile richiesta di una nuova valutazione di fatti e circostanze ormai definitivamente accertati in sede di merito. Ed in tal senso il ricorrente, lungi dal prospettare a questa Corte un vizio della sentenza rilevante sotto il profilo di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3 e n. 5, si induce piuttosto ad invocare una diversa lettura delle risultanze processuali, così come accertate e ricostruite dalla Corte territoriale.

Inammissibile è in particolare la richiesta di rivisitazione delle risultanze probatorie e di riconsiderazione della scelta di quelle fra esse ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, operazioni queste che involgono apprezzamenti di fatto riservati in via esclusiva al Giudice di merito il quale, nel porre a fondamento del proprio convincimento e della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto ad affrontare e discutere ogni singola risultanza processuale, ovvero a confutare qualsiasi deduzione difensiva.

Nè fondate appaiono le critiche rivolte all’impugnata sentenza sotto il profilo della congruenza e logicità. La Corte d’Appello infatti ha sviluppato un coerente iter argomentativo ed ha congruamente motivato tutte le scelte operate.

Con il secondo e terzo motivo, che è opportuno esaminare congiuntamente, parte ricorrente rispettivamente denuncia 2) “Violazione e falsa applicazione dell’art. 345 c.p.c., comma 3, nella formulazione di cui alla L. 26 novembre 1990, n. 353, art. 52 nonchè degli artt. 112 e 113 c.p.c., art. 115 c.p.c., comma 1 in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3); omessa insufficiente e contraddittoria motivazione circa più punti decisivi della controversia, prospettati dal convenuto e ribaditi dall’appellato Sig. B.G.”;

3) “Violazione e falsa applicazione dell’art. 1813 c.c., art. 2967 c.c., comma 1 e art. 2724 c.c., n. 2), e degli artt. 100, 112 e 113 c.p.c., art. 115 c.p.c., comma 1 in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3); omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa più punti decisivi della controversia prospettati dal convenuto, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5)”.

Con il secondo motivo il B., richiamando giurisprudenza di questa Corte, sostiene in particolare che la produzione di nuovi documenti in appello non trova ostacolo, pur se essi siano stati menzionati e non prodotti in primo grado, indipendentemente dalla loro indispensabilità ai fini della decisione della causa e dalla circostanza che il ritardo nella produzione sia incolpevole. A suo avviso la Corte territoriale ha quindi errato per aver omesso, senza darne idonea motivazione, di valutare la copiosa documentazione prodotta e di decidere sulle istanze istruttorie proposte in primo grado del giudizio e riproposte nel secondo.

Con il terzo motivo si denuncia ancora l’errata valutazione del materiale probatorio e l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione al riguardo.

Entrambi i motivi non possono essere accolti. L’impugnata sentenza ha adeguatamente valutato il materiale probatorio mentre questa Corte non ha il potere di riesaminare il merito della causa, essendole consentito il solo controllo – sotto il profilo, logico-formale e della correttezza giuridica – delle valutazioni compiute dal giudice d’appello al quale soltanto spetta l’individuazione delle fonti del proprio convincimento, il giudizio sulle prove, il controllo sulla loro attendibilità e la concludenza, la scelta, fra esse, di quelle funzionali alla dimostrazione dei fatti in discussione. Il ricorrente, nella specie, pur denunciando apparentemente una deficiente motivazione della sentenza di secondo grado, inammissibilmente chiede a questa Corte una nuova valutazione di risultanze probatorie, si come emerse nei precedenti gradi del procedimento, mirando a trasformare il giudizio di legittimità in un nuovo, non consentito, giudizio di merito.

Con il quarto ed ultimo motivo parte ricorrente denuncia infine “Violazione e falsa applicazione dell’art. 1808 c.c., comma 2, art. 1809 c.c., comma 2, art. 2697 c.c., comma 2, e art. 2702 cod. civ., art. 112 c.p.c., art. 113 c.p.c., comma 1 e art. 115 c.p.c., comma 1, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3); omessa o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della causa prospettato dall’appellato-appellante incidentale Sig. B.G.”.

Sostiene parte ricorrente che l’impugnata sentenza ha confusamente motivato sul punto relativo alla restituzione dei mobili ed ha violato le norme indicate in rubrica omettendo di motivare e decidere in ordine alla richiesta da essa ricorrente formulata in appello.

Anche quest’ultimo motivo deve essere rigettato avendo la Corte d’appello congruamente motivato sul punto, in modo chiaro e con iter logico immune da vizi.

In conclusione, per tutte le ragioni che precedono, il ricorso deve essere rigettato e parte ricorrente condannata alle spese del processo di cassazione che si liquidano come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente alle spese del processo di cessazione che liquida in complessivi Euro 3.200,00, di cui Euro 3.000,00 per onorari, oltre rimborso forfettario delle spese generali ed accessori come per legge.

Così deciso in Roma, il 3 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 24 febbraio 2010

 

 

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA