Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4493 del 20/02/2020

Cassazione civile sez. VI, 20/02/2020, (ud. 07/11/2019, dep. 20/02/2020), n.4493

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCODITTI Enrico – Presidente –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – rel. Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 36552/2018 R.G. proposto da:

L.G., rappresentato e difeso dall’Avv. Paola Chiovelli, con

domicilio eletto presso il suo studio in Roma, via Cassiodoro, n.

1/A;

– ricorrente –

contro

D.G.S., rappresentato e difeso dall’Avv. Giuseppe Caputo,

con domicilio eletto presso il suo studio in Roma, via Valerio

Fiacco, n. 1;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Roma n. 3618/2018,

depositata il 29 maggio 2018;

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 7 novembre

2019 dal Consigliere Iannello Emilio.

Fatto

RILEVATO

che:

1. In totale riforma della decisione di primo grado, la Corte d’appello di Roma ha rigettato la domanda risarcitoria proposta da L.G. nei confronti di D.G.S.. Ha infatti ritenuto contraddittori gli elementi offerti a riprova dei fatti dedotti.

2. Avverso tale decisione L.G. propone ricorso per cassazione articolando sette motivi.

L’intimato deposita controricorso.

3. Essendo state ritenute sussistenti le condizioni per la trattazione del ricorso ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., il relatore designato ha redatto proposta, che è stata notificata alle parti unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza della Corte.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Va preliminarmente rilevata l’inammissibilità del controricorso in quanto tardivamente notificato a controparte in data 31/1/2019, al di là del termine a tal fine fissato dall’art. 370 c.p.c.: essendo stato infatti il ricorso notificato, a mezzo posta elettronica certificata, in data 19/12/2018, tale termine veniva a scadere il 28/1/2019.

2. Con il primo motivo il ricorrente deduce che “il provvedimento impugnato non ha affrontato e deciso le questioni di diritto in modo conforme alla giurisprudenza della Corte e l’esame dei motivi offre elementi per non confermare e mutare l’orientamento della Corte in tal senso”, con la precisazione che tanto viene detto “poichè si ritiene che l’impugnazione non sia inammissibile ed, anzi, superi le preclusioni del cosiddetto “filtro” previsto dall’art. 360 c.p.c. e possa accedere al giudizio di legittimità”.

3. Con il secondo motivo il ricorrente deduce che l’appello proposto dal resistente non rispettava i requisiti richiesti dall’art. 342 c.p.c..

4. Con il terzo denuncia vizio di carenza di motivazione e illogicità, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5; afferma che “il dettato della sentenza nelle sue poche righe non consente la comprensione delle ragioni poste a suo fondamento”.

5. Con il quarto motivo denuncia violazione dell’art. 345 c.p.c. per avere la Corte d’appello deciso sulla base di produzione documentale (giudicato penale) effettuata in appello dalla parte -l’appellante – che era rimasta contumace in primo grado.

6. Con il quinto motivo deduce ancora violazione dell’art. 345 c.p.c..

Sostiene che non possono considerarsi contrastanti le versioni fornite in sede penale e nel giudizio civile, essendo tale diversità giustificata dalle diverse regole che presiedono l’assunzione delle prove nei diversi ambiti giurisdizionali. Rileva inoltre che il decreto di archiviazione adottato in sede penale non riveste autorità di cosa giudicata nel giudizio civile per le restituzioni e il risarcimento del danno.

7. Con il sesto motivo si denuncia illogicità della motivazione in ordine alla asserita, da controparte, imputabilità della mancata costituzione in primo grado a disservizio postale.

8. Con il settimo motivo il ricorrente deduce l’infondatezza dell’assunto di controparte secondo cui il giudice di primo grado sarebbe incorso nella violazione dell’art. 116 c.p.c..

9. Il ricorso si espone ad un primo, di per sè assorbente, rilievo di inammissibilità, per inosservanza dell’onere imposto dall’art. 366 c.p.c., n. 3, di sommaria esposizione del fatto.

Il ricorrente infatti si limita a trascrivere (nella seconda pagina del ricorso e nelle prime sette righe della terza):

– le statuizioni contenute nel dispositivo della sentenza di primo grado;

– le conclusioni della comparsa di costituzione in appello della controparte;

– il dispositivo della sentenza d’appello.

Non vengono invece in alcun modo menzionate e sostanzialmente rimangono oscure anche all’esito della lettura dell’intero ricorso:

– le specifiche ragioni, in fatto e in diritto, della domanda e il contenuto delle difese spiegate dal convenuto in primo grado;

– le motivazioni della sentenza di primo grado;

– i motivi d’appello;

– gli argomenti difensivi spiegati in appello dalla controparte;

– le ragioni, in fatto e in diritto, poste a fondamento della sentenza d’appello.

Nè tali elementi sono desumibili dalla lettura dei motivi di ricorso, residuando, come detto, nel complesso, grande incertezza su quali fossero le questioni dibattute, specie in punto di fatto, e sul concreto svolgimento del processo.

Il ricorso, dunque, non rispetta il requisito della esposizione sommaria dei fatti, prescritto a pena di inammissibilità del ricorso per cassazione dall’art. 366 c.p.c., comma 1 n. 3, che, essendo considerato dalla norma come uno specifico requisito di contenuto-forma del ricorso, deve consistere in una esposizione che deve garantire alla Corte di cassazione, di avere una chiara e completa cognizione del fatto sostanziale che ha originato la controversia e del fatto processuale, senza dover ricorrere ad altre fonti o atti in suo possesso, compresa la stessa sentenza impugnata (Cass. Sez. U. 18/05/2006, n. 11653).

La prescrizione del requisito risponde non ad un’esigenza di mero formalismo, ma a quella di consentire una conoscenza chiara e completa dei fatti di causa, sostanziali e o processuali, che permetta di bene intendere il significato e la portata delle censure rivolte al provvedimento impugnato (Cass. sez. un. 2602 del 2003).

Stante tale funzione, per soddisfare il requisito imposto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, è necessario che il ricorso per cassazione contenga, sia pure in modo non analitico o particolareggiato, l’indicazione sommaria delle reciproche pretese delle parti, con i presupposti di fatto e le ragioni di diritto che le hanno giustificate, delle eccezioni, delle difese e delle deduzioni di ciascuna parte in relazione alla posizione avversaria, dello svolgersi della vicenda processuale nelle sue articolazioni e, dunque, delle argomentazioni essenziali, in fatto e in diritto, su cui si è fondata la sentenza di primo grado, delle difese svolte dalle parti in appello, ed in fine del tenore della sentenza impugnata.

Ma ulteriori rilievi di inammissibilità si prospettano con riferimento a ciascuno dei motivi.

10. Il primo di essi è in realtà un “non motivo”, alla stregua di quanto precisato dallo stesso ricorrente: l’affermazione che “il provvedimento impugnato non ha affrontato e deciso le questioni di diritto in modo conforme alla giurisprudenza della Corte” è evidentemente del tutto generica ed è anteposta alla esposizione dei restanti motivi quale mera anticipata contestazione (essa stessa meramente assertiva e generica) di eventuali rilievi di inammissibilità dei motivi ex art. 360-bis c.p.c., n. 1.

11. I motivi secondo, quarto e quinto, sono inammissibili per inosservanza dell’onere di specifica indicazione degli atti e documenti ex art. 366 c.p.c., n. 6.

Il ricorrente si limita invero a richiamare atti e documenti su cui poggiano le svolte argomentazioni critiche (e segnatamente l’atto d’appello di controparte del quale si lamenta con il secondo motivo l’omessa declaratoria di inammissibilità per aspecificità ex art. 342 c.p.c.; il “giudicato penale”, altri atti del processo penale, un decreto di archiviazione di cui lamenta, con il quarto e il quinto motivo, l’ammessa produzione in appello in asserita violazione dell’art. 345 c.p.c. ovvero l’erronea valutazione) senza debitamente riprodurne il contenuto nel ricorso – per la parte che interessa in questa sede – ovvero puntualmente indicare in quale sede processuale essi risultino prodotti, laddove è al riguardo necessario che si provveda anche alla relativa individuazione con riferimento alla sequenza dello svolgimento del processo inerente alla documentazione, come pervenuta alla Corte di Cassazione, al fine di renderne possibile l’esame (v. Cass. 16/03/2012, n. 4220), con precisazione (anche) dell’esatta collocazione nel fascicolo d’ufficio o in quello di parte, rispettivamente acquisito o prodotto in sede di giudizio di legittimità (v. Cass. 09/04/2013, n. 8569; 06/11/2012, n. 19157; 16/03/2012, n. 4220; 23/03/2010, n. 6937; Ma v. già, Con riferimento al regime processuale anteriore al D.Lgs. n. 40 del 2006, Cass. 25/05/2007, n. 12239), la mancanza anche di una sola di tali indicazioni rendendo il ricorso inammissibile (cfr. Cass. Sez. U 19/04/2016, n. 7701).

12. Il terzo motivo è parimenti inammissibile.

Il vizio di “carenza di motivazione” è dedotto in termini del tutto generici e, sostanzialmente, apodittici.

Non vi è come detto alcuna esposizione, neppure per meri sintetici cenni, delle ragioni della decisione impugnata, nè tanto meno sono illustrate le ragioni per cui, in raffronto ai motivi d’appello e alle questioni, in fatto e/o in diritto, dibattute (sulle quali pure assolutamente si tace in ricorso), quelle motivazioni dovrebbero ritenersi incomprensibili.

Viene inoltre dedotto (peraltro solo in rubrica e senza dunque alcuna relativa illustrazione) vizio di illogicità della motivazione non più ammesso, come noto, quale motivo di ricorso in cassazione, secondo il nuovo paradigma censorio di cui al novellato testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

13. Il sesto motivo è inammissibile per difetto di interesse, trattandosi di motivo di appello rigettato. Può peraltro notarsi che l’intera illustrazione del motivo appare frutto di un mero “copia incolla” di stralcio della comparsa di costituzione in appello, (vds., per tutte, l’affermazione contenuta a pag. 7 del ricorso, rigo 10, secondo la quale “quanto esposto nel merito esula dal giudizio in appello che qui occupa”).

14. Lo è parimenti, inammissibile, il settimo motivo con il quale, allo stesso modo, vengono riproposte considerazioni difensive svolte nel secondo grado del giudizio di merito per resistere all’altrui gravame.

Anche tali argomentazioni, non ponendosi in relazione alle motivazioni della sentenza d’appello (alle quali non si fa ancora una volta alcun riferimento), rimangono prive di intellegibile contenuto censorio in questa sede.

Senza dire che, comunque, anche tale motivo (nel far riferimento al contenuto di una denuncia-querela sporta dallo stesso odierno ricorrente) si appalesa irrispettoso dell’onere di specifica indicazione degli atti richiamati, imposto a pena di inammissibilità ex art. 366 c.p.c., n. 6.

15. Il ricorso deve essere pertanto dichiarato inammissibile.

Essendo il controricorso inammissibile per le ragioni dette, non v’è luogo a provvedere in ordine al regolamento delle spese.

Va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello previsto per il ricorso, ove dovuto, a norma degli stessi artt. 1-bis e 13.

PQM

dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello previsto per il ricorso, ove dovuto, a norma degli stessi artt. 1-bis e 13.

Così deciso in Roma, il 7 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 20 febbraio 2020

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