Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4491 del 11/02/2022

Cassazione civile sez. VI, 11/02/2022, (ud. 12/01/2022, dep. 11/02/2022), n.4491

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MOCCI Mauro – Presidente –

Dott. CONTI Roberto Giovanni – Consigliere –

Dott. CAPRIOLI Maura – Consigliere –

Dott. LA TORRE Maria Enza – Consigliere –

Dott. FRACANZANI Marcello M. – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 17684-2021 proposto da:

B.V.M.A., elettivamente domiciliato in ROMA,

VIALE VENTUNO APRILE, 34, presso lo studio dell’avvocato JUAN CARLOS

GENTILE, che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE RISCOSSIONE, (C.F. (OMISSIS)), in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO

STATO, che la rappresenta e difende ope legis;

– resistente –

avverso l’ordinanza n. 29539/2020 della CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

di ROMA, depositata il 24/12/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 12/01/2022 dal Consigliere Relatore Dott. MARCELLO

MARIA FRACANZANI.

 

Fatto

RILEVATO

che il contribuente ricorre per la revocazione dell’ordinanza di questa Corte Suprema di Cassazione n. 29539/2020, con cui è stato rigettato il ricorso avverso la sentenza della CTR per la Toscana che ha confermato la pronuncia della CTP di Pisa ove è stato respinto il ricorso del contribuente avverso la liquidazione dell’imposta di successine, asseritamente notificata dopo il termine decadenziale; che l’Agenzia delle entrate – Riscossione si è riservata di spiegare difese in udienza;

che, in prossimità dell’udienza, la parte contribuente ha depositato memoria a sostegno delle proprie conclusioni.

Diritto

CONSIDERATO

che il ricorso è affidato a quattro motivi di doglianza;

che con il primo motivo si prospetta dolo di una parte rispetto all’altra; che con il secondo motivo si prospetta ritrovamento di documenti decisivi, quali l’archiviazione in sede penale;

che con il terzo motivo si afferma essersi giudicato su prove false e con errore di fatto risultante dagli atti;

che con il quarto motivo si afferma essersi giudicato con errore di fatto circa la portata dell’ordinanza di questa Corte Suprema di legittimità n. 28989/2017;

che, relativamente al primo motivo, il dolo processuale di una delle parti in danno dell’altra può costituire motivo di revocazione della sentenza, ai sensi dell’art. 395 c.p.c., n. 1, quando consista in un’attività deliberatamente fraudolenta, concretantesi in artifici o raggiri tali da paralizzare, o sviare, la difesa avversaria ed impedire al giudice l’accertamento della verità, facendo apparire una situazione diversa da quella reale. Ne consegue che non sono idonei a realizzare la suddetta fattispecie la semplice allegazione di fatti non veritieri favorevoli alla propria tesi, il silenzio su fatti decisivi della controversia o la mancata produzione di documenti, che possono configurare comportamenti censurabili sotto il diverso profilo della lealtà e correttezza processuale, ma non pregiudicano il diritto di difesa della controparte, la quale resta pienamente libera di avvalersi dei mezzi offerti dall’ordinamento al fine di pervenire all’accertamento della verità (Cass., 26078/2018; Cass., 1207/2020). Nella specie, il ricorrente ha ravvisato il dolo nella asserita falsità della notificazione di una cartella di pagamento, il cui procedimento penale era stato archiviato per l’impossibilità di individuare il reo (secondo la stessa prospettazione del ricorso per revocazione);

che il primo motivo è dunque inammissibile;

che, con riguardo al secondo motivo, per proporre l’impugnazione per revocazione, ai sensi dell’art. 395 c.p.c., comma 1, n. 3, deve ritenersi “decisivo” il documento che, oltre ad essere stato ritrovato dopo la sentenza, sia astrattamente idoneo, se acquisito agli atti, a formare un diverso convincimento del giudice, e perciò a condurre ad una decisione diversa da quella revocanda, attenendo a circostanze di fatto risolutive che il giudice non abbia potuto esaminare (Cass., 29385/2011; Cass., 3591/2017). Peraltro, il carattere di impugnazione eccezionale della revocazione, per i soli motivi tassativamente indicati nell’art. 395 c.p.c., comporta l’inammissibilità di ogni censura non compresa in detta tassativa elencazione ed esclude di conseguenza anche la deduzione di vizi e di nullità afferenti alle pregresse fasi processuali che restano deducibili con le ordinarie impugnazioni, se e nei modi in cui possano essere ancora proposte. In particolare, il presupposto della domanda di revocazione di cui all’art. 395 c.p.c., comma 3, è che il documento decisivo, non potuto produrre in giudizio per causa di forza maggiore o per fatto dell’avversario, preesista alla sentenza impugnata (Cass., Sez. Un., 16402/2007; Cass., 12530/2011). Nella specie, il documento era stato già prodotto dal ricorrente nel corso del giudizio di secondo grado, essendone valutata la natura non dirimente ai fini della decisione dell’appello (come si dà atto anche nella sentenza impugnata);

che, pertanto, anche il secondo motivo dev’essere dichiarato inammissibile;

che, con riguardo al terzo e quarto motivo, nel giudizio di cassazione, ove si adduca la falsità degli atti del procedimento di merito, la querela di falso va proposta in via principale, atteso che l’impugnazione per revocazione ex art. 395 c.p.c., comma 1, n. 2, costituisce, una volta accertata la falsità dell’atto in questione, il solo mezzo per rescindere la sentenza fondata su atti dichiarati falsi, non potendosi dare luogo, nello stesso giudizio di cassazione, ad una mera declaratoria di “invalidità e/o nullità dei precedenti gradi di merito”, laddove la nozione di prova, dovendosi correlare al tipo di vizio di cui si dimostri che la sentenza è risultata essere affetta, può essere costituita anche dalla relata di notificazione di un atto processuale, allorché il vizio della sentenza derivi dalla violazione della norma sul procedimento che prevede la notificazione dell’atto (Cass., 10402/2017; Cass., 24846/2020). Il giudizio civile di falso ed il procedimento penale di falso, pur conducendo entrambi ad un’eliminazione dell’efficacia rappresentativa del documento risultato falso, sono sostanzialmente differenti tra loro: il primo tende soltanto a dimostrare la totale o parziale non rispondenza al vero di un determinato documento nel suo contenuto obiettivo o nella sua sottoscrizione; il secondo, mira anche ad identificare l’autore, al fine di assoggettarlo alle pene stabilite dalla legge. La querela di falso di cui all’art. 221 c.p.c. e la denuncia in sede penale hanno, quindi, funzioni diverse, salvo l’obbligo del giudice civile di sospendere il giudizio civile sulla querela allorché sia iniziato il procedimento penale, in relazione al disposto di cui all’art. 295 c.p.c. e, considerata l’efficacia propria della sentenza penale sul giudizio civile, ai sensi dell’art. 654 c.p.p. (Cass., 2524/2006). L’errore di fatto rilevante ai fini della revocazione della sentenza, compresa quella della Corte di cassazione, presuppone l’esistenza di un contrasto fra due rappresentazioni dello stesso oggetto, risultanti una dalla sentenza impugnata e l’altra dagli atti processuali; il detto errore deve: a) consistere in un errore di percezione o in una mera svista materiale che abbia indotto, anche implicitamente, il giudice a supporre l’esistenza o l’inesistenza di un fatto che risulti incontestabilmente escluso o accertato alla stregua degli atti di causa, sempre che il fatto stesso non abbia costituito oggetto di un punto controverso sul quale il giudice si sìa pronunciato, b) risultare con immediatezza ed obiettività senza bisogno di particolari indagini ermeneutiche o argomentazioni induttive; c) essere essenziale e decisivo, nel senso che, in sua assenza, la decisione sarebbe stata diversa (Cass., 16439/2021). Nella specie, il ricorrente non ha mai proposto la querela di falso in via principale avverso la notifica della cartella di pagamento, essendo irrilevante a tal fine la mera denuncia su cui sia intervenuta l’archiviazione del procedimento penale. Inoltre, come si è detto, tale circostanza è stata valutata dal giudice di merito, il quale ha rigettato l’istanza di sospensione del processo tributario sul presupposto che tale decisione non fosse dirimente ai fini dell’eventuale annullamento della cartella di pagamento;

che, conseguentemente, il terzo ed il quarto motivo sono infondati; che, pertanto, il ricorso è infondato e dev’essere respinto; che non vi è luogo a pronunciare sulle spese, in assenza di attività difensiva dell’Ufficio.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Nulla per le spese in assenza di attività defensionale dell’Ufficio.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente principale dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 12 gennaio 2022.

Depositato in Cancelleria il 11 febbraio 2022

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