Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4489 del 24/02/2010

Cassazione civile sez. III, 24/02/2010, (ud. 16/12/2009, dep. 24/02/2010), n.4489

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SENESE Salvatore – Presidente –

Dott. TALEVI Alberto – Consigliere –

Dott. URBAN Giancarlo – Consigliere –

Dott. AMENDOLA Adelaide – rel. Consigliere –

Dott. D’AMICO Paolo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 10637/2005 proposto da:

P.D.F.M. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA CRESCENZIO 82, presso lo studio dell’avvocato PASANISI

MARCELLO, che lo rappresenta e difende giusta delega a margine del

ricorso;

– ricorrente –

contro

O.C. (OMISSIS), P.O.A., elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA G. PAISIELLO 40, presso lo studio

dell’avvocato MORGANTI DAVID, che li rappresenta e difende giusta

delega a margine del controricorso;

B.G. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

PIAZZA SANT’ANDREA DELLA VALLE 6, presso lo studio dell’avvocato

GARUTTI MASSIMO, che lo rappresenta e difende giusta delega a

margine del controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 4101/2004 della CORTE D’APPELLO di ROMA, 3^

SEZIONE CIVILE, emessa il 24/6/2004, depositata il 28/09/2004,

R.G.N. 2400/2001;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

16/12/2009 dal Consigliere Dott. ADELAIDE AMENDOLA;

udito l’Avvocato ANTONIO TESTA per delega dell’Avvocato MARCELLO

PASANISI;

udito l’Avvocato MASSIMO GARUTTI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. DE

NUNZIO Wladimiro, che ha concluso per la inammissibilità del

ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

L’iter processuale può essere così ricostruito sulla base della sentenza impugnata.

Con citazione notificata il 22 dicembre 1993 B.G. propose opposizione al decreto ingiuntivo col quale il Presidente del Tribunale di Roma, su istanza di P.d.F., gli aveva ingiunto il pagamento, in solido con O.C. e P.O.A., della somma di L. 155.228.460, oltre interessi, rivalutazione e spese, a titolo di compenso per la consulenza relativa ai bilanci degli anni 1987 e 1988 della s.p.a. Porto Riva di Traiano, finalizzata alla proposizione di un’azione giudiziaria da parte del B., quale procuratore degli altri due intimati, titolari di una partecipazione nella predetta società.

Dedusse di avere integralmente compensato l’ingiungente, segnatamente contestando l’avversa richiesta in quanto esosa e parametrata sul carattere di consulenza della prestazione professionale resa dal P.d.F., in realtà non pertinente.

Anche i coniugi O. proposero opposizione avverso il medesimo provvedimento monitorio, dichiarandosi estranei al rapporto professionale dedotto in giudizio.

Riunite le cause, il Tribunale, con sentenza del 19/28 febbraio 2000, accolse l’opposizione dei coniugi O., mentre, quanto al B., lo condannò al pagamento, in favore dell’opposto, dell’ulteriore somma di L. 3.755.045, oltre interessi e rivalutazione.

Proposto gravame dal P.d.F., la Corte d’appello di Roma, con sentenza depositata il 28 settembre 2004, riformò la decisione del giudice di prime cure solo in ordine alla misura delle spese di causa liquidate in favore degli opponenti.

Avverso detta pronuncia propone ricorso per cassazione P.d.F.M., articolando due motivi.

Resistono con due distinti controricorsi O.C. e P.O.A. nonchè B.G..

Tutte le parti hanno depositato memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.1 Col primo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 1703 c.c., ex art. 360 c.p.c., n. 3, per avere la Corte territoriale escluso la titolarità passiva del rapporto in capo ai coniugi O., laddove la consulenza redatta dal P.d.F. era finalizzata all’impugnativa dei bilanci di esercizio della società Riva Di Traiano s.p.a., proposta dall’avvocato B., quale difensore e procuratore dei coniugi O.. Questi dovevano pertanto essere considerati, insieme al loro legale, mandanti dell’incombente affidato al commercialista. Evidenzia segnatamente l’esponente che il mandato è un contratto a forma libera; che esso può essere anche tacito, in presenza di un comportamento concludente ed univoco, e che obbligato a versare il compenso non è necessariamente il legale che ha officiato il professionista, ben potendo essere anche il cliente nel cui interesse lo stesso ha agito (confr. Cass. n. 5336 del 1996).

1.2 La doglianza è, per certi aspetti inammissibile, per altri infondata.

A ben vedere, con essa l’impugnante ripropone le tesi difensive già formulate davanti ai giudici di merito, senza alcuna confutazione delle argomentazioni, assai puntuali, sul piano logico e giuridico, svolte dal decidente. E invece, secondo una giurisprudenza più che consolidata di questa Corte regolatrice, che va qui ulteriormente ribadita, il ricorso per cassazione deve contenere, a pena di inammissibilità, i motivi per i quali si richiede la cassazione, motivi che devono avere i caratteri di specificità, completezza e riferibilità alla decisione impugnata. In tale prospettiva si esclude segnatamente che l’impugnante possa limitarsi ad esporre un approdo ermeneutico alternativo rispetto a quello accolto dal giudice a quo, essendo invece necessario che egli espliciti le ragioni per le quali dissente da quest’ultimo, altresì indicando le affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata che si assumono in contrasto con le disposizioni normative asseritamente violate o con l’interpretazione fornitane dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina (Cass. 20 gennaio 2006, n. 1108; Cass. 29 novembre 2005, n. 26048; Cass. 8 novembre 2005, n. 21659; Cass. 18 ottobre 2005, n. 20145; Cass. 2 agosto 2005, n. 16132).

In ogni caso correttamente la Corte territoriale ha ritenuto che la questione della titolarità passiva del rapporto di prestazione d’opera di cui era parte il commercialista andasse affrontata, e risolta, in base al principio che soggetto dello stesso è colui che conferisce l’incarico in nome proprio ovvero colui che, munito di procura, agisca in nome e per conto del mandante, sicchè, ove difetti la rappresentanza, la persona nel cui interesse sia richiesta un’attività professionale non assume alcuna obbligazione nei confronti del professionista officiato.

Tale principio, costantemente affermato nella giurisprudenza di legittimità, trova certamente applicazione anche con riferimento agli incarichi conferiti dall’avvocato munito di procura ad litem, atteso che questa attribuisce lo us postulando, e cioè il potere di rappresentare la parte in giudizio, non certo di compiere in nome e per conto della stessa attività di tipo diverso da quelle strettamente processuali, ancorchè strumentali al positivo esito della controversia.

Nella fattispecie, pacifico che neppure è mai stata allegata l’esistenza di un rapporto, diretto o mediato, tra il commercialista e gli O., non essendo mai stato dedotto che la prestazione d’opera professionale era stata chiesta al commercialista direttamente da questi ovvero dal legale, in loro nome e per loro conto, non sussiste la denunciata violazione di legge.

2.1 Col secondo mezzo l’impugnante lamenta violazione e falsa applicazione di norme di diritto, nonchè erronea interpretazione del D.P.R. n. 309 del 1987, artt. 19 e 33.

Rileva che non poteva farsi applicazione della prima delle citate disposizioni, la quale riguarda espressamente “gli onorari graduali per prestazioni di concetto del professionista”, laddove l’attività svolta dal P.d.F., per il suo oggetto – esame dei bilanci degli esercizi 1987 e 1988 – e per essere funzionalmente collegata all’impugnativa delle delibere assembleari di approvazione degli stessi, rientrava nella previsione dell’art. 33 della Tariffa Professionale, come del resto ritenuto anche dal Consiglio dell’Ordine nel parere formulato sul punto. Avrebbe segnatamente errato la Corte territoriale nell’affermare che i criteri di liquidazione del compenso previsti nell’art. 33, del Decreto erano utilizzabili solo per le consulenze esperite nell’ambito di un giudizio già instaurato, laddove essi venivano usualmente applicati anche per le consulenze di parte e per le perizie prodromiche a un giudizio.

2.2 Anche tali critiche non hanno pregio.

Mette conto in proposito rilevare che il D.P.R. 22 ottobre 1973, n. 936, art. 33, all’epoca vigente e come tale applicabile alla fattispecie, prevede gli onorari per perizie e consulenze tecniche di parte, nonchè per memorie, davanti ad autorità giudiziarie, amministrative e finanziare.

L’attività che la norma mira a remunerare postula una interlocuzione diretta del professionista nel dialogo processuale, con quel che ne consegue in punto di studio delle allegazioni delle controparti e necessità di rapportarsi alle stesse nonchè all’autorità decidente.

Invece, nella fattispecie, l’incarico conferito al professionista aveva ad oggetto l’esame dei bilanci degli anni 1987 e 1988, al fine di verificare l’esistenza di eventuali errori e/o irregolarità nella loro predisposizione. Non a caso, come evidenziato dal giudice di merito, esso era stato espletato merce la redazione di due elaborati, in uno dei quali, attraverso la suddivisione in otto voci – da a) ad h) – erano state esposte le incongruenze emerse dall’esame dei documenti, mentre nel secondo, formulato come una lettera in cinque pagine, era evidenziata, in relazione a ciascuno dei punti elencati nell’altro promemoria, la norma codicistica di riferimento.

Pacìfico quanto sopra, la qualificazione di siffatta prestazione in termini di parere, riconducibile, in ordine al compenso, all’art. 19, della Tariffa di cui al D.P.R. 22 ottobre 1973, n. 936, è corretta e condivisibile.

Del resto il richiamo al D.P.R. 10 ottobre 1994, n. 645, art. 31, prova troppo, perchè il fatto che siano ivi state accorpate espressis verbis le attività professionali prima suddivise tra due diverse disposizioni, l’art. 19, e l’art. 33, conferma, semmai, che si tratta di prestazioni irriducibili.

In tale contesto il ricorso deve essere rigettato.

Segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio, liquidate in complessivi Euro 3.200,00, (di cui Euro 200,00 per spese), oltre IVA e CPA, come per legge.

Così deciso in Roma, il 16 dicembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 24 febbraio 2010

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