Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4459 del 23/02/2018


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Civile Ord. Sez. 1 Num. 4459 Anno 2018
Presidente: TIRELLI FRANCESCO
Relatore: DI VIRGILIO ROSA MARIA

sul ricorso 12087/2014 proposto da:
Maffei Fabrizio, elettivamente domiciliato in Roma, Via Archimede n.
116, presso lo studio dell’avvocato Neri Fulvio, che lo rappresenta e
difende, giusta procura in calce al ricorso;
-ricorrente contro

Banca del Fucino, in persona del legale rappresentante pro tempore,
elettivamente domiciliata in Roma, Via Luigi Luciani n.1, presso lo
studio dell’avvocato Carleo Roberto, che la rappresenta e difende

4L”C)

Data pubblicazione: 23/02/2018

unitamente all’avvocato Boccanelli Valerio Mauro, giusta procura a
margine del controricorso;
-controricorrente avverso la sentenza n. 5322/2013 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
depositata il 09/10/2013;

13/10/2017 dal cons. DI VIRGILIO ROSA MARIA.

La Corte,
Rilevato che:
Con sentenza depositata il 9/1/2013, la Corte d’appello di Roma, in
accoglimento dell’appello proposto dalla Banca del Fucino s.p.a. nei
confronti di Lamberto Maffei, in totale riforma della sentenza del
Tribunale di Roma, di condanna della Banca al risarcimento dei danni
nell’importo pari al valore dei titoli acquistati(obbligazioni della
Repubblica Argentina 10,50% 99/04), oltre rivalutazione ed interessi,
ha respinto la domanda del Maffei.
Per quanto ancora specificamente interessa, va rilevato che la Corte
del merito ha motivato !a reiezinne della domanda, ritenendo nel caso
che la Banca non era incorsa in alcun inadempimento rispetto agli
obblighi normativi e regolamentari sulla stessa gravanti .e che non era
riscontrabile il nesso di causalità tra il danno e l’inadempimento
addebitato alla Banca, di non avere fornito informazioni sulle
caratteristiche dell’operazione, posto che alla data di acquisto delle
obbligazioni (1/6/1999) il rating attribuito al titolo in oggetto dalle
agenzie specializzate non era assolutamente ad alto rischio, pur
essendo speculativo, e che la situazione dell’Argentina era desumibile
solo dalla

circular offering del 31/12/99 e soprattutto dalla nota
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udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

integrativa ex art.57 comma 2 del reg. Consob 11971/99, successive
all’acquisto.
Propone ricorso il Maffei sulla base di cinque motivi.
La Banca del Fucino si difende con controricorso.
Ambedue le parti hanno depositato la memoria ex art. 380 bis.l. cod.

Considerato che:
Col primo motivo, il ricorrente fa valere i vizi ex art.360 nn.3 e 5 cod.
proc. civ., sostenendo che la Corte del merito ha male inteso il
principio di cui alla pronuncia del S.C. 22147/2010, ha qualificato
come corretto il comportamento della Banca nonostante la
riconosciuta assenza di informazioni.
Col secondo, denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt.21
d.lgs.58/98 e 29 del Reg.Consob 11522/98, per avere la Corte
capitolina rilevato che l’assenza di informazioni nel prospetto
informativo non avrebbe evitato l’investimento, dato che la banca non
disponeva di notizie sul futuro default.
Col terzo mezzo, si duole del vizio ex art.360 n.3 cod. proc. civ., per
la violazione degli artt.21 TUF, del Regolamento Consob 11522/1998,
degli artt.1175 e 1375, 1176, 1710, 1711 e 1856; sostiene che il
rispetto degli obblighi informativi va valutato nell’ambito dello
svolgimento del rapporto e che la Banca era tenuta a dare
all’investitore le informazioni rilevanti, anche sulla base delle regole
del mandato.
Col quarto mezzo, si duole della ritenuta assenza del nesso causale,
tra danno ed inadempimento; sostiene che la carenza informativa e
l’evidente inadempimento della Banca rispetto ai precisi obblighi di
legge verso gli investitori non istituzionali, come il ricorrente,
«determina il diritto di quest’ultimo, senza necessità di alcuna
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proc.civ.

ulteriore prova, al risarcimento dei danni che gli sono stati provocati,
correttamente quantificati nel valore dei titoli oggetto di
negoziazione»; e che a nulla vale il rilievo che all’epoca dell’acquisto il

rating fosse positivo, dato che dovevano essere date informazioni
anche in riferimento agli effetti negativi dell’eventuale abbassamento

Col quinto, si duole dell’omessa valutazione della mancata consegna
del prospetto informativo prima dell’acquisto dei bond mentre quello
a cui la Banca fa riferimento è quello generale; sostiene la
contraddittorietà della pronuncia impugnata che, VM] dopo avere
ritenuto l’inadempimento agli obblighi informativi, ha concluso per la
correttezza del comportamento dell’intermediario, sulla base di
circostanze tra l’altro generiche e superficiali.
Tutti i motivi di ricorso, in quanto collegati, possono essere valutati
unitariamente e presentano profili di inammissibilità ed infondatezza.
Occorre

in primis

evidenziare che la Corte d’appello, come

esplicitamente indicato a pag. 5 della pronuncia, ha respinto la
domanda del Maffei rilevando la mancanza nella specie
dell’inadempimento addebitato alla Banca sul piano degli obblighi
informativi e del nesso causale tra il danno lamentato, consistente
nella totale perdita di valore dei titoli, dato che all’atto dell’acquisto
del 1/6/1999, la Banca non disponeva di informazioni sulla natura di
rischio elevato, e quindi non avrebbe potuto segnalare al cliente detto
rischio, di cui non era ancora stata notiziata dall’organo di controllo.
E detto ultimo accertamento è un tipico accertamento di fatto.
Così argomentando, la Corte capitolina non è incorsa in alcuna
violazione di legge, posto che, come chiarito nella pronuncia del
17/2/2009, n. 3773, in materia di contratti di intermediazione
finanziaria, allorchè risulti necessario accertare la responsabilità
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del rating.

contrattuale per danni subiti dall’investitore, va accertato se
l’intermediario abbia diligentemente adempiuto alle obbligazioni
scaturenti dal contratto di negoziazione nonché, in ogni caso, a tutte
quelle obbligazioni specificamente poste a suo carico dal d.lgs. 24
febbraio 1998, n. 58 (T.U.F.) e prima ancora dal d.lgs. 23 luglio

così disciplinato, il riparto dell’onere della prova: l’investitore deve
allegare l’inadempimento delle citate obbligazioni da parte
dell’intermediario, nonchè fornire la prova del danno e del nesso di
causalità fra questo e l’inadempimento, anche sulla base di
prescrizioni; l’intermediario, a sua volta, deve provare l’avvenuto
adempimento delle specifiche obbligazioni poste a suo carico, allegate
come inadempiute dalla controparte, e, sotto il profilo soggettivo, di
avere agito “con la specifica diligenza richiesta”.
E la recente pronuncia 810/2016 ha ribadito che in tema di
intermediazione finanziaria, il riparto dell’onere probatorio nelle azioni
di responsabilità per danni subiti dall’investitore – in cui deve
accertarsi se l’intermediario abbia diligentemente adempiuto alle
obbligazioni scaturenti dal contratto di negoziazione, dal d.lgs. n. 58
del 1998 e dalla normativa secondaria – impone innanzitutto
all’investitore stesso di allegare l’inadempimento delle citate
obbligazioni da parte dell’intermediario, nonché di fornire la prova del
danno e del nesso di causalità fra questo e l’inadempimento, anche
sulla base di presunzioni, mentre l’intermediario deve provare
l’avvenuto adempimento delle specifiche obbligazioni poste a suo
carico, allegate come inadempiute dalla controparte, e, sotto il profilo
soggettivo, di avere agito “con la specifica diligenza richiesta”.
A fronte di detti principi, non possono ritenersi congruenti con la
pronuncia le doglianze di cui al primo, secondo, terzo e quinto
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1996, n. 415, nonché dalla normativa secondaria, risultando, quindi,

motivo, ed è inammissibile la deduzione secondo la quale la Banca
avrebbe dovuto monitorare l’andamento del titolo, che sarebbe stata
prospettabile ove fatto valere un contratto di gestione o di
consulenza, questione che non risulta trattata in sentenza né la parte
ha indicato quando e con quale atto avesse fatto valere detto profilo.

di legge e di motivazione, e che dovrebbe attaccare la vera ratio
decidendi della sentenza impugnata, è infondato come denuncia del
vizio ex art.360 n.3 cod. proc. civ., spettando alla parte che agisce
allegare l’inadempimento, provare il danno ed il nesso di causalità, ed
è inammissibile quale vizio motivazionale, non confrontandosi con la
specifica argomentazione della Corte del merito, limitandosi la parte,
a pag. 39 del ricorso, ad allegare del tutto genericamente di non
sapere che si trattava di titolo speculativo, legato ad un Paese il cui
rating era da tempo sotto osservazione, circostanza di fatto introdotta
in questo grado di giudizio e quindi inammissibile.
Né giova alla tesi del ricorrente il richiamo alla recente pronuncia
12544/2017, che ha affermato che in materia di intermediazione
finanziaria, gli obblighi d’informazione che gravano sull’intermediario,
dal cui inadempimento consegue in via presuntiva l’accertamento del
nesso di causalità del danno subito dall’investitore ( e sul punto,
conforme la pronuncia 25417/2016), impongono la comunicazione di
tutte le notizie conoscibili in base alla necessaria diligenza
professionale e l’indicazione, in modo puntuale, di tutte le specifiche
ragioni idonee a rendere un’operazione inadeguata rispetto al profilo
di rischio dell’investitore, ivi comprese quelle attinenti al rischio di
“default”

dell’emittente con conseguente mancato rimborso del

capitale investito, in quanto tali informazioni costituiscono reali fattori

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Il quarto motivo, prospettato sotto i due profili del vizio di violazione

per decidere, in modo effettivamente consapevole, se investire o
meno.
Ed infatti, nel presente giudizio, vi è l’accertamento di fatto della
Corte d’appello, che la Banca, alla data di acquisto delle obbligazione
da parte del Maffei, non avrebbe potuto informare dell’eventuale

né, in ogni caso, sussistente, dato che nel periodo indicato, il rating
attribuito ai titoli in oggetto dalle agenzie specializzate non era ancora
sfavorevole e l’acquisto degli stessi non era assolutamente ad alto
rischio, pur trattandosi di titoli speculativi.
Conclusivamente, va respinto il ricorso.
Le spese del giudizio, liquidate come in dispositivo,seguono la
soccombenza.
P.Q.M.
La Corte respinge il ricorso; condanna il ricorrente alle spese,
liquidate in euro 4000,00, oltre euro 200,00 per esborsi; oltre spese
forfettarie ed accessori di legge.
Ai sensi dell’art.13, comma 1 quater del d.p.r. 115 del 30/5/2002, dà
atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del
ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a
quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1 bis dello
stesso articolo 13.
Così deciso in Roma, in data 13 ottobre 2017

rischio elevato, perché non ancora segnalato dall’organo di controllo,

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