Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4451 del 11/02/2022

Cassazione civile sez. trib., 11/02/2022, (ud. 17/09/2021, dep. 11/02/2022), n.4451

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CIRILLO Ettore – Presidente –

Dott. GIUDICEPIETRO Andreina – Consigliere –

Dott. D’ANGIOLELLA Rosita – Consigliere –

Dott. CONDELLO Pasqualina Anna Piera – Consigliere –

Dott. PANDOLFI Catello – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

Sul ricorso iscritto al n. 14641/2015 proposto da:

M.F., L.F., V.D. rappresentati e

difesi dall’avv. Francesco Mancini, elettivamente domiciliati presso

lo studio dell’Avv. Vincenzo Iofredi, in Roma via della Giuliana n.

18.

– ricorrenti-

Contro

Agenzia delle Entrate, rappresentata e difesa dall’Avvocatura

Generale dello Stato domiciliata in Roma via dei Portoghesi 12;

– Resistente –

Avverso la decisione della Commissione tributaria regionale del

Molise n. 286/1/14 depositata il 2/12/2014;

Udita la relazione del Consigliere Dott. Catello Pandolfi nella

camera di consiglio del 17 settembre 2021.

 

Fatto

RILEVATO

che:

M.F., L.F. e V.D. hanno proposto ricorso per la cassazione della sentenza della Commissione tributaria regionale del Molise n. 286/1/14 depositata il 2/12/2014. La vicenda trae origine dalla notifica di tre avvisi di accertamento per maggior redditi ai fini IRPEF per l’anno 2006, derivante da indagini bancarie. I destinatari degli atti li opponevano e la CTP di Isernia accoglieva interamente il ricorso di V.D., parzialmente quello di M.F. e rigettava il ricorso di L.F..

Appellavano la decisione i contribuenti M. e L., ma non V.D., vittoriosa in primo grado.

Si costituiva l’Agenzia delle Entrate proponendo controricorso ed appello incidentale anche nei confronti di V.D..

La CTR respingeva l’appello principale ed accoglieva parzialmente l’appello incidentale. I sigg. M., L. e V., hanno impugnato la decisione deducendo quattro motivi.

Resiste l’Agenzia delle Entrate con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

M.F. (soccombente parzialmente in I grado) e L.F. (soccombente in toto nel primo giudizio), hanno, come detto, appellato la sentenza della CTP di Isernia. In tale giudizio, l’Agenzia si costituiva, proponendo appello incidentale sia nei confronti degli appellanti principali, che nei confronti di V.D.. I ricorrenti eccepiscono, come primo motivo, che l’Agenzia non avrebbe potuto proporre appello incidentale anche nei confronti della V., alla quale l’Ufficio avrebbe dovuto indirizzare un separato appello principale. La CTR sarebbe incorsa in error in procedendo nell’ammettere l’appello incidentale e nell’accoglierlo sia pure parzialmente, in violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 54.

La doglianza è infondata.

Questa Corte, infatti, ha già ricordato che “Nel processo tributario, in caso di litisconsorzio processuale, che determina l’inscindibilità delle cause anche ove non sussisterebbe il litisconsorzio necessario di natura sostanziale, l’omessa impugnazione della sentenza nei confronti di tutte le parti (..) determina (..) la necessità per il giudice d’ordinare l’integrazione del contraddittorio, ai sensi dell’art. 331 c.p.c., nei confronti della parte pretermessa, pena la nullità del procedimento di secondo grado e della sentenza che l’ha concluso, rilevabile d’ufficio anche in sede di legittimità. (Sez. 5 -, 27616 del La 30/10/2018).

La richiamata pronuncia, ai cui principi questo Collegio intende dare ulteriore corso, consegue alla considerazione che, ove ricorra l’ipotesi di litisconsorzio necessario processuale, il giudice deve disporre l’integrazione del contraddittorio nei confronti della parte del giudizio di primo grado. Infatti, il concetto di litisconsorzio necessario afferisce non solo all’ipotesi di litisconsorzio necessario sostanziale, ma anche a quella di litisconsorzio necessario processuale. Caso che si configura quando più parti hanno partecipato al medesimo giudizio di primo grado. E che, perciò stesso, debbono stare in giudizio anche in sede di impugnazione, al fine di evitare possibili giudicati contrastanti in ordine alla stessa materia e nei confronti dei soggetti che siano stati parti del primo giudizio.

Ciò posto, nel caso di specie, l’appello incidentale proposto dall’Agenzia dell’Entrate, anche nei confronti della parte in primo grado ( V.D.), litisconsorte necessaria processuale, dà luogo, in sostanza, ad una integrazione del contraddittorio anticipata, rispetto a quella che avrebbe disposto il giudice. Ne’ è ravvisabile un pregiudizio, ai fini della difesa, per la parte vittoriosa in primo grado, non appellante principale con le altre parti e destinataria dell’appello incidentale dell’appellato, in quanto la stessa potrà, ai sensi dell’art. 334 c.p.c., a sua volta, proporre appello incidentale anche quando per esso sia decoroso il termine.

Il motivo è pertanto da ritenere infondato.

Con il secondo, i ricorrenti lamentano violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32 per cui l’indagine bancaria avrebbe riguardato persone titolari di lavori dipendenti, di pensione o addirittura disoccupati. Ponendo in dubbio, i ricorrenti, che l’indagine bancaria potesse avere estensione sui loro conti correnti personali, ex art. 32 del citato decreto. Ora, gli stessi ricorrenti hanno evidenziato come l’accertamento in esame si poneva sullo sfondo di altra indagine “coeva”, nei confronti della società C.M.T.I. s.r.l. composta da componenti della stessa famiglia. Proprio per tale circostanza, il monitoraggio su conti personali, cioè non intestati alla società di famiglia, ma a soggetti ad essa collegati in quanto soci e/o uniti da vincoli parentali, è pacificamente legittimo.

Infatti, “In tema di accertamento dell’imposta sui redditi…. le verifiche fiscali finalizzate a provare, per presunzioni, la condotta evasiva possono anche indirizzarsi sui conti bancari intestati al coniuge o al familiare del contribuente, potendo desumersi la riferibilità a quest’ultimo da elementi sintomatici, quali: il rapporto di stretta familiarità, l’ingiustificata capacità reddituale dei prossimi congiunti nel periodo di imposta considerato, (..)” (Sez. 5 -, n. 549/2020; ma già n. 428/2015)).

La circostanza che l’accertamento riguardasse conti correnti personali di soggetti uniti da vincoli parentali non e’, peraltro, contestata.

Pertanto, non è ravvisabile da parte della CTR alcuna violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32. Il motivo è dunque da ritenersi infondato.

Con il terzo motivo, i ricorrenti contestano violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, comma 4. Premettono che le disponibilità sui conti correnti derivano da smobilizzi immobiliari anche risalenti nel tempo (a far data dal 2001), per cui non sarebbe possibile ricostruire una perfetta simmetria e corrispondenza tra le operazioni ed ogni singolo versamento, come la CTR ritiene dovesse avvenire.

La giustificazione dedotta dai ricorrenti, è stata considerata generica dalla CTR, che ha riaffermato il principio per cui la prova contraria a carico dei contribuenti, per superare la presunzione legale dell’Ufficio nascente da movimentazioni non giustificate, debba essere analitica riferita ai singoli versamenti, per dimostrare che ciascuno sia estraneo a fatti imponibili. Ed ha evidenziato, sul piano fattuale, la mancanza di prova circa il collegamento tra i risalenti smobilizzi immobiliari e le movimentazioni ingiustificate riscontrate dai verificatori.

Ora, l’accertamento ha riguardato le operazioni bancarie relative al solo anno 2006, per cui non è dato vedere quale difficoltà vi sarebbe stata nel darne conto, trattandosi di un unico periodo e di operazioni “ripercorribili “mediante gli “estratti” dei conti medesimi e, ove necessario, con l’ulteriore ausilio della documentazione bancaria relative alle singole operazioni di quell’anno.

I ricorrenti ritengono, invece, di poter superare la presunzione legale ex art. 32 del citato decreto, con il generico riferimento alle disponibilità frutto di non recenti operazioni di smobilizzo. Tesi che urta con la richiamata consolidata giurisprudenza, giacché si sostanzierebbe nel sostenere che l’originaria cospicua disponibilità di risorse – derivanti dalla vendita di immobili o dalle consistenti vincite mediante la fortunata partecipazione a “giochi” gestiti dalla stessa Amministrazione finanziaria giustificherebbe, anche per gli anni successivi, le movimentazioni bancarie sui conti correnti in verifica, sul presupposto indimostrato fossero alimentate da quella inziale disponibilità. Escludendo che, sui conti medesimi, potessero essere affluiti versamenti di somme di diversa provenienza.

Il motivo di ricorso e’, pertanto, infondato.

Con il quarto motivo, i ricorrenti lamentano, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, il mancato esame della copiosa documentazione prodotta. Ora, la documentazione prodotta era volta a giustificare la citata disponibilità, che se pur non contestata, è irrilevante ai fini della necessaria prova analitica della provenienza dei singoli versamenti e della loro estraneità a fatti imponibili.

Pertanto, il mancato esame non riguarda fatti decisivi per il superamento della presunzione legale derivante dall’art. 32 del citato decreto, in quanto la CTR non poteva trarre da quella documentazione l’unica prova contraria idonea, cioè quella analitica giustificativa dei singoli movimenti bancari.

Ne discende che non può configurarsi un omesso esame di fatti decisivi, in relazione alla prova dovuta.

I ricorrenti lamentano poi, in seno allo stesso motivo, la mancata considerazione da parte della CTR, del certificato del PRA, relativo all’acquisto di una vettura modello Hummer, prodotto come prova della destinazione della somma di Euro 20.000,00, rinvenuta nel c/c intestato a V.D.. Al riguardo non è ravvisabile alcuno omesso esame, posto che il Giudice regionale non ha mancato di valutare il versamento di Euro 20.000, sul c/c di V.D., rilevando, però, che non era stata prodotta alcun quietanza del venditore che provasse la destinazione di quella somma all’acquisto. La doglianza, pertanto, si traduce nella implicita richiesta di una inammissibile rivalutazione di quella espressa dal giudice d’appello.

Il quarto motivo e’, pertanto, anch’esso infondato.

Quanto al controricorso è da rilevare che l’Agenzia delle Entrate, nel costituirsi nel presente giudizio, pur indicando nell’oggetto dell’atto, esattamente i dati relativi alla sentenza della CTR Molise, qui impugnata, ha poi articolato, per evidente errore, il contenuto del controricorso stesso, riferendolo ad una sentenza della Commissione tributaria regionale della Campania, relativa ad una vicenda del tutto diversa. Pertanto, il controricorso per essere privo di ogni motivo pertinente al caso in esame, è da ritenere inammissibile per contrasto con il combinato disposto dell’art. 370 c.p.c. e art. 366 c.p.c., n. 4.

Il ricorso va, pertanto, rigettato. Va dichiarato inammissibile il controricorso. Nulla va definito sulle spese non avendo l’Agenzia delle Entrate svolto attività defensionale riferibile alla vicenda in esame. Ricorrono le condizioni per il versamento del c.d. doppio contributo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Dichiara inammissibile il controricorso.

Dà atto della sussistenza dei presupposti D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 13, comma 1 quater, per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 17 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 11 febbraio 2022

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