Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4450 del 20/02/2020

Cassazione civile sez. II, 20/02/2020, (ud. 22/11/2019, dep. 20/02/2020), n.4450

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CARBONE Enrico – rel. Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso iscritto al n. 21988/2017 R.G. proposto da:

S.P., e L.G., rappresentati e difesi dall’Avv.

Massimo Basile per procura a margine del ricorso, elettivamente

domiciliati in Roma presso lo studio dell’Avv. Maria Pia Buccarelli

al Corso Trieste n. 37;

– ricorrenti –

contro

P.A., rappresentata e difesa dall’Avv. Luca Vianello per

procura speciale in forma notarile, elettivamente domiciliata in Roma

presso il suo studio alla via San Nicola dè Cesarini n. 3;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Messina, n. 802,

depositata il 19 luglio 2017.

Udita la relazione svolta dal Consigliere Dott. Enrico Carbone

nell’udienza pubblica del 22 novembre 2019;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

Generale Dott. PEPE Alessandro, che ha concluso per il rigetto del

ricorso;

uditi l’Avv. Maria Pia Buccarelli, per delega, e l’Avv. Luca

Vianello.

Fatto

FATTI DI CAUSA

La controversia riguarda la vendita per atto pubblico del 26 settembre 1996 con la quale P.A. ha trasferito a S.P. e alla moglie L.P., alcuni immobili (una casetta e due spezzoni di terreno) per il quietanzato prezzo di Lire 13.200.000, ad indiretta restituzione di un prestito di danaro dal S. concesso alla P..

All’atto pubblico si univano due coeve scritture private:

a) una scrittura, firmata dai coniugi S. – L., nella quale si indicava il prezzo reale di Lire 300.000.000, come già pagato per Lire 272.000.000, con residuo da versare di Lire 28.000.000 (d’ora in poi, “scrittura a”);

b) una scrittura, firmata dal S., con la quale egli si impegnava a versare alla P. l’ulteriore somma di L. 150.000.000 (d’ora in poi, “scrittura b”).

Inadempiente il S. a tale ultimo impegno, la P. ha ottenuto dalla Corte d’appello di Messina, in riforma della sentenza di prime cure, la declaratoria di risoluzione della vendita, l’ordine di rilascio degli immobili e la condanna generica dei compratori al risarcimento dei danni, con loro aggravio per le spese processuali del doppio grado.

S.P. e L.G. ricorrono per cassazione con quattro motivi, illustrati da memoria.

P.A. resiste con controricorso, illustrato da memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il primo motivo di ricorso denuncia, a norma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, omesso esame della scrittura recante l’indicazione di debito residuo in Lire 28.000.000 (“scrittura a”).

1.1. Il primo motivo è inammissibile.

L’omesso esame denunciabile a norma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, è solo quello che riguarda un fatto storico, sicchè il vizio di legittimità non è integrato dall’omesso esame di elementi istruttori, qualora il fatto storico sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (Cass., sez. un., 7 aprile 2014, n. 8053; Cass. 29 ottobre 2018, n. 27415).

Nella specie, riferendo la denuncia all’omesso esame di un elemento istruttorio documentale (“scrittura a”), i ricorrenti non hanno osservato il paradigma normativo della censura di legittimità.

Ove poi l’irritualità del motivo fosse da attribuirsi ad una formulazione assai ellittica, e la doglianza fosse da intendere come riferita all’omesso esame (non del documento, bensì) dei fatti storici dal documento sottesi, dovrebbe constatarsi che il giudice d’appello ha in realtà esaminato questi fatti, ponendoli all’interno di una ricostruzione logico-giuridica che ha visto prevalere quanto emerge da un altro documento (“scrittura b”).

Allora, non l’omesso esame del fatto viene in realtà stigmatizzato, ma quello che si ritiene essere stato un “cattivo” esame, ciò che tuttavia è, ancora, estraneo al paradigma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (Cass. 10 giugno 2016, n. 11892).

2. Il secondo motivo di ricorso denuncia violazione degli artt. 1362,1366 c.c., per aver il giudice d’appello stabilito un collegamento tra la vendita immobiliare e la promessa del S. di pagare l’ulteriore somma di Lire 150.000.000 (“scrittura b”).

2.1. Il secondo motivo è inammissibile.

Trattandosi di quaestio facti, l’accertamento della sussistenza del collegamento negoziale è compito esclusivo del giudice di merito, il cui motivato apprezzamento non è sindacabile in sede di legittimità (Cass. 28 giugno 2001, n. 8844; Cass. 12 luglio 2005, n. 14611; Cass. 5 giugno 2007, n. 13164; Cass. 10 luglio 2008, n. 18884; Cass. 17 maggio 2010, n. 11974; Cass. 22 settembre 2016, n. 18585); ciò anche per il collegamento c.d. eterogeneo, che astringe, cioè, atti giuridici di differente natura (Cass. 12 settembre 2018, n. 22216).

Nella specie, dall’osservazione documentale (la “scrittura b” richiama la minor somma indicata nella “scrittura a” come una parte del saldo-prezzo) e dall’analisi testimoniale (la deposizione di B.C. orienta verso un saldo-prezzo di ingente entità) il giudice d’appello ha logicamente desunto che il reale saldo del prezzo di vendita non fosse quello di appena Lire 28.000.000 (come da “scrittura a”), ma quello, ben più consistente, di Lire 150.000.000 (come da “scrittura b”).

L’odierna doglianza attinge questa complessiva lettura del materiale probatorio, e ne sollecita una revisione interna, non ammessa in sede di legittimità.

3. Il terzo motivo di ricorso denuncia violazione degli artt. 1453 c.c. e segg., art. 1458 c.c., per aver il giudice d’appello pronunciato la risoluzione della vendita a causa dell’inadempimento di un impegno (quello riveniente dalla “scrittura b”), in realtà alla vendita non collegato.

3.1. Il terzo motivo è infondato.

Con motivato e insindacabile accertamento, il giudice d’appello ha riconosciuto sussistere un collegamento c.d. eterogeneo, tra una dichiarazione unilaterale recettizia e un contratto sinallagmatico, nel senso che la promessa di pagamento contenuta nella “scrittura b” è risultata funzionale all’obbligo di saldare il prezzo reale della compravendita.

Dacchè l’essenza del collegamento risiede appunto nell’interdipendenza tra atti singoli, ciascuno dotato di propria individualità giuridica e ciascuno tuttavia esposto alle vicende di invalidità, inefficacia e risoluzione dell’altro (Cass. 28 giugno 2001, n. 8844; Cass. 1 ottobre 2014, n. 20726), tanto che la gravità dell’inadempimento ai fini della risoluzione non va apprezzata per ciascun atto, ma per la struttura complessiva (Cass. 26 giugno 2019, n. 17148), esattamente il giudice d’appello ha individuato nell’inadempimento della promessa di pagamento del saldo-prezzo di Lire 150.000.000 una causa di risoluzione della compravendita immobiliare, quale corollario del nesso teleologico tra l’una e l’altra.

4. Il quarto motivo di ricorso denuncia violazione degli artt. 91,96 c.p.c., per aver il giudice d’appello condannato i coniugi S. – L. alla rifusione delle spese dei gradi di merito, mentre avrebbe dovuto condannare la P. per la temerarietà della lite, i cui danni erano stati pure aggravati col sequestro giudiziario dalla P. stessa chiesto ed ottenuto sugli immobili di causa.

4.1. Il quarto motivo è infondato.

La responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c., postula la soccombenza totale (Cass. 2 marzo 2001, n. 3035; Cass. 12 ottobre 2009, n. 21590; Cass. 14 aprile 2016, n. 7409; Cass. 13 ottobre 2017, n. 24158).

All’opposto, la P. è stata totalmente vittoriosa per effetto della sentenza d’appello, che qui trova conferma.

5. Il ricorso deve essere respinto, con le conseguenze di legge in ordine al regolamento delle spese processuali e al raddoppio del contributo unificato.

PQM

Rigetta il ricorso.

Condanna i ricorrenti, in solido tra loro, a rifondere alla controricorrente le spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 7.000,00 per compensi, oltre Euro 200,00 per esborsi, spese generali al 15% e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte dei ricorrenti di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 22 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 20 febbraio 2020

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