Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4450 del 11/02/2022

Cassazione civile sez. trib., 11/02/2022, (ud. 17/09/2021, dep. 11/02/2022), n.4450

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CIRILLO Ettore – Presidente –

Dott. GIUDICEPIETRO Andreina – Consigliere –

Dott. D’ANGIOLELLA Rosita – Consigliere –

Dott. CONDELLO Pasqualina Anna Piera – Consigliere –

Dott. PANDOLFI Catello – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 14621/2015 proposto da:

D.F.L., rappresentato e difeso dall’avv. prof. L. del

Federico e avv. Valeria D’Ilio, elettivamente domiciliato presso lo

studio loro e dell’Avv. Laura Rosa in Roma Via F. Denza, n. 20;

– Ricorrente –

Contro

Agenzia delle Entrate rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale

dello Stato domiciliata in Roma via dei Portoghesi 12;

– Controricorrente –

Avverso la decisione della Commissione tributaria regionale

dell’Abruzzo sezione di Pescara, n. 1344/07/14 depositata il

4/12/2014;

Udita la relazione del Consigliere Dott. Catello Pandolfi nella

camera di consiglio del 17 settembre 2021.

 

Fatto

RILEVATO

che:

Ricorre il contribuente D.F.L. per la cassazione della sentenza CTR Abruzzo – sezione di Pescara n. 1344/07/2014, depositata il 4.12.2014.

La vicenda tra origine dalla notifica di due avvisi di accertamento per maggior reddito, per gli anni 2007 e 2008, in esito ad accertamento sintetico, stante il rilevato possesso di beni indicanti un reddito superiore a quello dichiarato.

In particolare l’accertamento faceva emergere la disponibilità in capo al contribuente di un’abitazione principale, di una secondaria, di due autovetture acquistate l’una nel 2005 e l’altra nel 2007.

Il contribuente opponeva gli atti impositivi. La CTP di Pescara accoglieva solo parzialmente il ricorso del contribuente che perciò appellava.

La CTR respingeva il gravame. Si costituiva l’Ufficio.

Il contribuente deduce, a base dell’impugnativa, cinque motivi.

Resisteva l’Agenzia delle Entrate con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

Con il primo motivo, il ricorrente lamenta che, in violazione della L. n. 241 del 1990, art. 21 septies il funzionario delegato alla firma degli avvisi di accertamento non fosse in possesso della qualifica dirigenziale.

La doglianza è infondata dal momento che il funzionario che sottoscrive, su delega, gli avvisi, non deve rivestire qualifica dirigenziale, essendo solo necessario sia inquadrato nella III area, cioè nella ex carriera direttiva. Circostanza che nella specie non è contestata. L’unica figura dirigenziale, il cui ossesso è necessario nella vicenda, è quella del titolare dell’Ufficio, delegante, il Dott. Capaldi, mentre la sola condizione rilevante ai fini della legittimità della sottoscrizione degli avvisi di accertamento è quella che il delegato Dott. Ortolani, rivestisse, la suindicata qualifica (non dirigenziale) prevista.

E’ poi incongruo il riferimento alla L. n. 241 del 1990, art. 21 septies indicato nella rubrica del motivo di ricorso, posto che la disciplina in tema di delega di firma degli atti tributari e dei requisiti del funzionario delegato alla loro sottoscrizione, è dettata, semmai, dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 42. I cui termini, i cui termini eslcudono, per le ragioni suindicate, la doglianza di incompetenza del funzionario sottoscrittore.

Con il secondo motivo di censura, per violazione della L. n. 241 del 1990, art. 3, della L. n. 212 del 2000, art. 7, del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 42, il ricorrente deduce vizio di motivazione degli atti impositivi, in particolare, “per non aver indicato in ciascun avviso di accertamento la categoria di reddito per cui viene accertato il maggior reddito”.

Il motivo è infondato in considerazione della particolarità dell’accertamento sintetico, che si basa sulle spese effettuate, sintomatiche di una disponibilità di risorse economiche e di capacità di spesa, superiori a quella dichiarata.

Tale è il presupposto che legittima il ricorso a tale modalità di accertamento, senza che l’art. 38 comma 4, del decreto citato, costituente il parametro normativo di riferimento, faccia alcun cenno alla necessità di indicare, a pena di nullità, le categorie di reddito, dalla cui mancata indicazione discenderebbe l’invalidità dell’avviso.

Va anche esclusa la lamentata carenza motivazionale, dal momento che lo stesso articolato ricorso in esame, rende palese che il contribuente aveva potuto trarre, dagli atti notificatigli, piena conoscenza degli elementi per esporre le sue difese. Elementi salienti quali: il periodo d’imposta interessato, il reddito accertato in confronto a quello dichiarato, a lui ben noto per averlo egli stesso rappresentato all’Ufficio.

Il terzo motivo, censura la mancata applicazione della procedura prevista dal D.L. n. 78 del 2010, art. 22 prevedente il preventivo contraddittorio endoprocedimentale, ritenuto dal ricorrente obbligatorio perché gli avvisi impugnati erano stati notificati il 18.10 2012), cioè in data successiva all’entrata in vigore del citato decreto.

Al riguardo va rilevato essere erroneo il riferimento temporale, additato dal ricorrente per ritenere applicabile la riformulazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38. Va infatti evidenziato che è il D.L. n. 78 del 2010, stesso art. 22 che aveva apportato la modifica, a disporre, smentendo la tesi del ricorrente, che l’innovazione avrebbe riguardato gli accertamenti relativi ai redditi per quali il termine di dichiarazione non è ancora scaduto alla data di entrata in vigore del presente decreto.

Il termine non ancora scaduto, alla data del 31.5.2010, per la presentazione della dichiarazione, era, dunque, quello per l’anno d’imposta 2009. Lo ha ricordato anche la CTR laddove ha affermato “l’art. 38 citato, vigente ratione temporis non prevedeva per gli anni in questione l’obbligatorietà del contraddittorio preventivo”, proprio perché l’accertamento non riguardava il 2009.

Con il quarto motivo, il ricorrente lamenta violazione del D.Lgs. n. 548 del 1992, art. 53 perché la CTR aveva omesso di rilevare il difetto di contraddittorio, sostenendo il giudicante – a dire del D.F. erroneamente – che nell’atto di gravame, l’appellante non aveva specificato le ragioni della ritenuta erroneità della decisione del primo giudice sul punto.

Il motivo è assorbito dal terzo, dal momento che è stato comunque affermata, motivatamente, l’inapplicabilità al caso in esame dell’obbligo di contraddittorio preventivo, per cui la doglianza è priva d’interesse ad essere esaminata.

Il quinto motivo, censura la decisione impugnata, per aver la CTR, in violazione degli artt. 2728,2729 e 2687 c.c., ritenuto (ancora, errando) che l’accertamento sintetico si basi su di una presunzione legale di capacità contributiva.

Ora, la tesi del ricorrente, nel negare valenza legale alla presunzione, urta con la giurisprudenza di questa Corte secondo la quale “In tema di accertamento dei redditi con metodo sintetico D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 38 la disponibilità di un alloggio e di un autoveicolo integra, ai sensi del D.P.R. citato, art. 2 nella versione “ratione temporis” vigente, una presunzione di capacità contributiva “legale” ai sensi dell’art. 2728 c.c., imponendo la stessa legge di ritenere conseguente al fatto (certo) di tale disponibilità, l’esistenza di una “capacità contributiva”, sicché il giudice tributario, una volta accertata l’effettività fattuale degli specifici “elementi indicatori di capacità contributiva” esposti dall’Ufficio, non ha il potere di privarli del valore presuntivo connesso dal legislatore alla loro disponibilità, ma può soltanto valutare la prova che il contribuente offra in ordine alla provenienza non reddituale (e, quindi, non imponibile perché già sottoposta ad imposta o perché esente) delle somme necessarie per mantenere il possesso di tali beni. (Sez. 6 – 5, n. 17487/2016).

Anche tale motivo è da ritenere infondato.

Pertanto, il ricorso va rigettato. Alla soccombenza segue la condanna alle spese.

Ricorrono i presupposti per il versamento del c.d. doppio contributo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese di legittimità che liquida in Euro 5.600,00 oltre che delle spese prenotate a debito.

Dà atto della sussistenza dei presupposti, D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 13, comma 1 quater per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello fissato per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 17 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 11 febbraio 2022

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