Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4441 del 21/02/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 21/02/2017, (ud. 16/11/2016, dep.21/02/2017),  n. 4441

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI CERBO Vincenzo – Presidente –

Dott. BALESTRIERI Federico – rel. Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Federico – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Lucia – Consigliere –

Dott. GHINOY Paola – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 18361-2014 proposto da:

POSTE ITALIANE S.P.A. C.F. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

L.G. FARAVELLI 22, presso lo studio dell’avvocato ARTURO MARESCA,

che la rappresenta e difende, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

G.G. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

CORSO VITTORIO EMANUELE II 326 (STUDIO PROF.AVV. RENATO E CLAUDIO

SCOGNAMIGLIO), presso lo studio dell’avvocato STEFANO GUADAGNO,

rappresentato e difeso dall’avvocato VINCENZO MARINO, giusta delega

in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 577/2014 della CORTE D’APPELLO di GENOVA,

depositata il 16/01/2014 R.G.N. 530/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

16/11/2016 dal Consigliere Dott. BALESTRIERI FEDERICO;

udito l’Avvocato COSENTINO VALERIA per delega orale Avvocato MARESCA

ARTURO;

udito l’Avvocato MARINO VINCENZO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELESTE ALBERTO che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso ex art. 700 c.p.c., al Tribunale di Genova, G.G. impugnava il licenziamento disciplinare intimatogli da Poste Italiane s.p.a. il (OMISSIS) deducendone la illegittimità; chiedeva al giudice adito di condannare la datrice di lavoro a reintegrarlo nel posto di lavoro nonchè a risarcirgli il danno subito, da quantificarsi sulla base dei criteri di cui all’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori.

A sostegno della domanda rilevava che il licenziamento aveva fatto seguito ad una contestazione del 2 novembre 2010 del seguente tenore: “In data 30 settembre 2010 la struttura ALT – Nord Ovest Trasporti comunicava alla RAM4 il mancato pagamento di un pedaggio autostradale segnalato dalla Società Autostrade Ligure Toscana, avvenuto in data (OMISSIS) alle ore 13,14 presso il casello di La Spezia per la vettura aziendale Fiat Panda targata (OMISSIS) assegnata per l’utilizzo al CD Recco, dove Ella è applicata con mansioni di Responsabile. Considerato che il suddetto centro di Distribuzione effettua servizio di recapito nei comuni di Bogliasco, Sori, Camogli, Uscio e che al momento della rilevazione l’auto in questione si trovava in un territorio non di pertinenza, sono stati esaminati sia i fogli di marcia a decorrere da novembre 2009, sottoscritti dalla S.V. senza peraltro specificare nè la località di destinazione, nè l’esatto motivo della trasferta; che i tabulati Viacard relativi alla tessera n. (OMISSIS) assegnata all’automezzo in questione, evidenziavano che Ella, durante e fuori dall’orario di servizio, in numerose occasioni, si recava senza giustificato motivo con il mezzo aziendale di cui sopra, oltre il territorio di competenza sia nella provincia di Genova che in quella di La Spezia (Comune della sua residenza), nonostante Ella abbia dichiarato e sottoscritto sui fogli di marcia che il veicolo in argomento sia stato utilizzato esclusivamente nell’esercizio dell’impresa. Inoltre i chilometri effettuati dalla S.V., come si evince sempre dai fogli di marcia sottoscritti dalla S.V., superano di gran lunga la media di una vettura utilizzata nel territorio di un Centro di Distribuzione di dimensioni analoghe a quello di sua applicazione”.

Ciò premesso, il ricorrente faceva presente che, nella sua qualità di Quadro (livello A), egli non era tenuto ad osservare un orario di lavoro ma solo ad effettuare la timbratura giornaliera all’inizio della prestazione, cosicchè non si comprendeva il riferimento a condotte poste in essere “fuori dall’orario di servizio”. Aggiungeva che, quale responsabile di “CPD”, doveva recarsi, per lavoro, anche al di fuori dei comuni di competenza dell’ufficio; che la Fiat Panda indicata nella lettera di contestazione era nella disponibilità dell’intero CPD; che dalla richiesta di pagamento del pedaggio non si desumeva, in realtà, quale fosse il casello di entrata dell’autovettura. Affermava inoltre di essere stato autorizzato ad utilizzare il mezzo aziendale per recarsi dall’ufficio (sito in Comune di Recco) alla stazione ferroviaria di (OMISSIS) e viceversa, nonchè, in caso di necessità o urgenza, direttamente nell’abitazione sita a La Spezia. Precisava che tate autorizzazione gli era stata data dal proprio superiore Dott. Ge. (allora responsabile della RAM4) in considerazione del fatto che egli, viaggiando in treno, era spesso costretto a scendere alla stazione di Rapallo, trovandosi così in difficoltà a raggiungere l’ufficio con i mezzi pubblici.

Deduceva altresì la tardività della sanzione irrogatagli, giacchè l’azienda aveva svolto indagini circa l’utilizzo della Fiat Panda in questione molto tempo prima. Aggiungeva che sull’uso dei mezzi aziendali veniva esercitato un controllo incisivo, cosicchè non era ipotizzabile che l’azienda avesse avuto necessità di un così ampio lasso di tempo per accettare le circostanze di fatto poste a base della contestazione disciplinare.

Escludeva, in ogni caso, la sussistenza della giusta causa addotta dalla datrice di lavoro, non ravvisandosi la proporzionalità tra l’illecito contestato e la sanzione inflitta.

Il Tribunale rigettava il ricorso cautelare, confermando in sede di reclamo il provvedimento.

Proposto ricorso in via ordinaria, la domanda veniva respinta dal Tribunale con sentenza n. 367/2013.

Con sentenza depositata il 16 gennaio 2014, la Corte d’appello di Genova accoglieva il gravame proposto dal G., dichiarando l’illegittimità del licenziamento e la sua reintegra nel posto di lavoro. Ricostruiti analiticamente i fatti di causa, riteneva la Corte che la contestazione disciplinare fosse intempestiva, essendo l’azienda a conoscenza del particolare utilizzo dell’auto aziendale da parte del G. sin dal 2008.

Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso la società Poste Italiane, affidato a dodici motivi. Resiste il G. con controricorso.

Entrambe le parti hanno depositato memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. – Con i primi tre motivi la società Poste denuncia la violazione degli artt. 132, 115 e 116 c.p.c., artt. 2697 e 2727 c.c., lamentando un erroneo apprezzamento delle circostanze di causa e delle deposizioni testimoniali; col quarto motivo denuncia l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di contestazione tra le parti (circa l’utilizzo da parte del G. dell’auto aziendale e la relativa autorizzazione o meno); col quinto, sesto e settimo motivo denuncia la violazione della L. n. 300 del 1970, art. 7, l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, tutti con riferimento all’apprezzamento dei fatti (oltre all’omesso esame della documentazione versata in atti e delle prove testimoniali) contenuto nella sentenza impugnata circa la tempestività della contestazione; con l’ottavo motivo denuncia la violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., artt. 2697 e 2727 c.c., circa l’apprezzamento (di deposizioni testimoniali e di documentazione di causa, quali il Regolamento di utilizzo dei mezzi aziendali) della presunta tolleranza della società in ordine all’uso dell’auto aziendale da parte del G.; col nono motivo parimenti denuncia l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio con riferimento alle violazioni riscontrate nei fogli di marcia delle vetture aziendali; col decimo motivo denuncia la violazione dell’art. 2119 c.c., per avere la corte di merito ritenuto che dopo l’iniziale tolleranza del peculiare uso dell’auto aziendale da parte del G., la successiva dedotta volontà di porre fine a tale comportamento avrebbe dovuto manifestarsi con modalità diverse rispetto al recesso in tronco, lamentando in sostanza un erroneo apprezzamento della gravità del fatto contestato; con l’undicesimo motivo la società denuncia la violazione degli artt. 112, 132 e 118 disp. att. del codice di rito, oltre all’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, per avere omesso di pronunciarsi sulla richiesta subordinata svolta dalla società di qualificare il licenziamento come assistito da giustificato motivo soggettivo; col dodicesimo motivo la società denuncia la violazione dell’art. 112 c.p.c., per non essersi la sentenza impugnata pronunciata sulla domanda proposta dall’azienda di detrazione dell’aliunde perceptum e percipiendum.

2. – I primi dieci motivi di ricorso possono essere congiuntamente esaminati, stante la loro connessione, e sono inammissibili.

Deve infatti considerarsi che in tema di ricorso per cassazione, il vizio di violazione o falsa applicazione di norma di diritto, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, ricorre o non ricorre a prescindere dalla motivazione (che può concernere soltanto una questione di fatto e mai di diritto) posta dal giudice a fondamento della decisione (id est: del processo di sussunzione), sicchè quest’ultimo, nell’ambito del sindacato sulla violazione o falsa applicazione di una norma di diritto, presuppone la mediazione di una ricostruzione del fatto incontestata (ipotesi non ricorrente nella fattispecie); al contrario, il sindacato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, (oggetto della recente riformulazione interpretata quale riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione: Cass. sez. un. 7 aprile 2014, n. 8053), coinvolge un fatto ancora oggetto di contestazione tra le parti (ipotesi ricorrente nel caso in esame). Ne consegue che mentre la sussunzione del fatto incontroverso nell’ipotesi normativa è soggetta al controllo di legittimità, l’accertamento del fatto controverso e la sua valutazione (rimessi all’apprezzamento del giudice di merito, anche quanto alla proporzionalità della sanzione cfr. Cass. n. 8293/12, Cass. n. 144/08, Cass. n. 21965/07, Cass. n. 24349/06; quanto alla gravità dell’inadempimento, cfr. Cass. n. 1788/11, Cass. n. 7948/11, etc.) ineriscono ad un vizio motivo, pur qualificata la censura come violazione di norme di diritto, vizio oggi limitato all’omesso esame di un fatto storico decisivo, in base al novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, ratione temporis applicabile nella fattispecie.

Deve allora rimarcarsi che “…Il nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5), introduce nell’ordinamento un vizio specifico che concerne l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che se esaminato avrebbe determinato un esito diverso della controversia). L’omesso esame di elementi istruttori non integra di per sè vizio di omesso esame di un fatto decisivo, se il fatto storico rilevante in causa sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, benchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie. La parte ricorrente dovrà peraltro indicare – nel rigoroso rispetto delle previsioni di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6) e all’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4), – il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui ne risulti l’esistenza, il “come” e il “quando” (nel quadro processuale) tale fatto sia stato oggetto di discussione tra le parti, e la “decisività” del fatto stesso” (Cass. sez.un. 22 settembre 2014 n. 19881).

Il ricorso non rispetta il dettato di cui al novellato l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, limitandosi in sostanza a richiedere un mero ed inammissibile riesame delle circostanze di causa e delle risultanze processuali (testimoniali e documentali), ampiamente valutate dalla Corte di merito.

Quanto all’undicesimo motivo, inerente il mancato esame della richiesta di trasformazione della causale di licenziamento da giusta causa in giustificato motivo soggettivo, anche a voler prescindere dalla ritualità dell’eccezione formulata in appello (su cui cfr. Cass. 25.11.10 n. 23925), deve rilevarsene l’infondatezza, risultando implicitamente respinta dalla corte di merito, che ha accertato l’intempestività della sanzione disciplinare inflitta.

Il dodicesimo motivo, inerente la violazione dell’art. 112 c.p.c., per non essersi la sentenza impugnata pronunciata sulla domanda proposta dall’azienda in ordine alla detrazione dell’aliunde perceptum e pericpiendum, risulta parimenti infondato in quanto non suffragato da alcuna specifica deduzione circa le allegazioni e prove fornite in argomento (cfr. Cass. sez. un. n. 8077/12), deducendo la stessa odierna ricorrente di aver solo chiesto l’esibizione dei mod. 740/730/unico del G., oltre all’assunzione di informazioni presso la pubblica amministrazione, così da doversi ritenere implicitamente respinto dalla sentenza impugnata, che ha infatti affermato che restavano assorbite tutte le ulteriori questioni trattate col ricorso in appello.

3. – Il ricorso deve essere pertanto rigettato.

Le spese di lite seguono la soccombenza e, liquidate come da dispositivo, debbono distrarsi in favore del difensore del G., dichiaratosi antecipante.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in Euro 100,00 per esborsi, Euro 4.500,00 per compensi professionali, oltre spese generali nella misura del 15%, i.v.a. e c.p.a., da distrarsi in favore dell’avv. Marino V..

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo risultante dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 16 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 21 febbraio 2017

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