Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 440 del 11/01/2017

Cassazione civile, sez. II, 11/01/2017, (ud. 15/09/2016, dep.11/01/2017),  n. 440

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PARZIALE Ippolisto – Presidente –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 12437-2012 proposto da

LA KLISMAR SPLIT DOO, elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE DELLE

MILIZIE 48, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO CORVASCE, che

lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato ROMOLO FREDDI;

– ricorrente –

contro

M.F., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE REGINA

MARGHERITA 216, presso lo studio dell’avvocato ALDO PORTAVIA,

rappresentato e difeso dall’avvocato VITTORIO MICUCCI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1002/2011 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,

depositata il 26/11/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

15/09/2016 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE GRASSO;

udito l’Avvocato CORVASCE Francesco, difensore del ricorrente che ha

chiesto l’accoglimento del ricorso;

E’ presente l’Avvocato Stefano SANGUINETTI che si è costituito con

procura non notarile e non viene ammesso a parlare;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SGROI CARMELO che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il Tribunale di Ancona, con sentenza depositata l’8/11/2006, revocò il decreto con il quale era stato ingiunto a M.F. il pagamento della somma Lire 143.788.150, imputato a corrispettivo di forniture ittiche, in favore della s.r.l. Klismar Split, con sede in (OMISSIS), cessionaria del credito vantato dalla (OMISSIS) s.p.a., poi fallita.

La Corte d’appello di Ancona, con sentenza depositata il 26/11/2011, rigettò l’impugnazione proposta dalla Klismar.

Con ricorso del 9/5/2012 la Klismar chiede l’annullamento della sentenza d’appello.

Resiste il M. con controricorso del 13/6/2012, in seno al quale deduce, quale questione preliminare in rito, l’omessa sottoscrizione di uno dei due legali (avv. C.) mandatari, come da procura a margine dell’atto.

La ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

L’eccezione in rito proposta dal resistente non ha pregio.

La firma che appone il difensore in fine della procura non ha valore negoziale, trattandosi di atto unilaterale con il quale l’assistito delega per la difesa e la rappresentanza giudiziaria il legale, con la conseguenza che la mancanza d’essa, seppure procura la conseguenza della mancata certificazione della veridicità della firma del rappresentato, non rileva ai fini del perfezione dell’atto, quando, come nel caso di specie, la veridicità della firma risulta attestata dall’altro difensore.

Con il primo motivo la società ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 2967 (rectius: 2697), 2730-2734 c.c., artt. 115 e 116 c.p.c., nonchè contraddittoria od omessa motivazione su un punto decisivo controverso.

Sotto un primo profilo La Corte territoriale, secondo l’assunto impugnatorio, aveva errato nell’applicazione del principio dell’onere della prova, non avendo considerato che laddove la difesa del convenuto non si limiti a negare genericamente la pretesa attorea, ma contrapponga ad essa una articolata versione dei fatti, introduce una vera e propria eccezione, assumendosi l’onere di provarne il contenuto. Nella specie, il M. aveva allegato di non aver effettuato acquisti a titolo personale dalla Klismar e che le fatture spiccate dalla odierna ricorrente andavano riferite alla M.F. s.r.l.; che egli era venuto meno dalla carica di amministratore e aveva dismesso la propria quota in epoca antecedente ai prospettati acquisti; che le dimensioni dell’impresa individuale di vendita al minuto di pescato era del tutto incompatibile con il consistente quantitativo di pesce per il quale erano state emesse le fatture di cui detto.

Ciò posto, il resistente avrebbe dovuto provare la dettagliata versione fornita, peraltro contraddette dalle risultanze emergenti dalla camera di commercio, compatibili con la sua posizione di socio e amministratore al tempo delle forniture. Inoltre, la lettera con la quale il M. aveva ricusato il pagamento costituiva una confessione, accompagnata da fatti diretti ad infirmarne la portata, che era suo onere dimostrare.

Sotto un secondo profilo veniva stigmatizzata l’insufficienza della motivazione.

Per la ricorrente la Corte di merito inspiegabilmente aveva omesso di apprezzare ai sensi dell’art. 116 c.c. le dichiarazioni del M.. Invero, negata valenza confessoria alla lettera di costui, la sentenza ha omesso di raccogliere gli argomenti di prova emergenti dalle stesse ammissioni del M.: il predetto, pur avendo dichiarato di essere uscito dalla vita della società da lui amministrata nel maggio del 1997, rispondendo alla diffida di pagamento del 31/7/2001 (priva di alcun specifico riferimento all’epoca delle forniture, della data di emissione delle fatture e financo del tipo di merce fornita), aveva, dimostrando piena conoscenza, financo nei dettagli, della transazione e, tuttavia, mai si era peritato di avanzare contestazione, nonostante il lungo lasso di tempo trascorso.

Il motivo non è fondato avuto riguardo ad entrambi i profili di doglianza illustrati.

Non è inutile ricordare, in primo luogo, che il giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo non patisce alcuna deroga al normale riparto dell’onere probatorio di cui all’art. 2697 c.c..

La difesa del convenuto (opponente) può limitarsi ad un mero diniego del rapporto. Come si è anticipato la ricorrente ritiene che il resistente abbia svolto una vera e propria eccezione, esponendo una contrapposta versione fattuale e, pertanto, sarebbe spettato a costui provarne il fondamento.

Non è così. L’ipotesi alla quale si riferisce la Klismar è stata riscontrata allorchè il convenuto non si limiti a contestare genericamente l’assunto attoreo, ma contrapponga una difesa articolata su fatti diversi da quelli posti a base della domanda, proponendo una eccezione in senso sostanziale di cui è tenuto a fornire la dimostrazione ai sensi dell’art. 2697 c.c.. Trattasi di casi in cui il convenuto proponga una dettagliata ricostruzione alternativa intranea al rapporto e che non ne sconfessi l’assunto di base (nella specie, esaminata dalla sentenza della Sez. Lav., n. 4622 del 06/03/2004, Rv. 570847, richiamata dalla ricorrente, davanti alla richiesta da parte del lavoratore di rimborsi spese per consegne a domicilio, il datore di lavoro aveva sostenuto, senza provarlo, che le consegne erano state effettuate “sulla strada” percorsa dalla lavoratrice per rientrare nella propria abitazione).

Qui, ben diversamente, il resistente si è limitato a negare di aver stipulato il contratto di fornitura ittica, per il quale furono emesse le fatture e chiesto il decreto ingiuntivo e la narrazione proposta colora e arricchisce una tale versione e non già ammette il rapporto o, comunque, pone una lettura alternativa dello stesso.

Con la lettera evocata il M., siccome correttamente ritenuto dalla Corte di merito, nega la debenza e colloca i rapporti commerciali a base della pretesa in un “periodo successivo alla data della vendita delle quote sociali”, con la conseguenza che il medesimo non ha “inteso fondare la sua contestazione non sul mero, erroneo, dato formale della intestazione delle fatture ma sull’assenza dei rapporti negoziali con la società opposta”.

L’asserto della ricorrente, secondo la quale il resistente era rimasto socio dell’omonima s.r.l. fino al 26/8/1997, cioè fino a dopo la fornitura, ha trovato smentita puntuale, non contrastata, nella controparte, la quale ha specificato che la cessione delle quote sociali era intervenuta, per atto pubblico, il 9/5/1997, nel mentre la data indicata riguarda l’iscrizione successiva presso la Camera di commercio.

La osservazione, in fine, che fa leva sulla conoscenza degli intercorsi affari è, in sè, circostanza neutra e ben compatibile con la prospettazione del resistente, il quale, nonostante i rapporti non fossero riferibili alla sua persona fisica, era in condizioni fattuali di averne notizia. Nè, v’era ragione perchè costui, estraneo al rapporto, sollevasse eccezioni o richiedesse chiarimenti di sorta.

Con il secondo motivo, denunziante violazione e falsa applicazione degli artt. 2969, 2700, 2702, 1739 e 1510 c.c. e artt. 214, 115 e 116 c.p.c., nonchè motivazione perplessa ed insufficiente su un punto controverso e decisivo, la ricorrente deduce che le bollette doganali, tutte recanti come destinatario M.F., emesse dalla competente autorità croata, assumevano il valore di atto pubblico, non essendosi limitate a recepire le dichiarazioni del privato, ma avendo effettuato una specifica verifica di riscontro, contestabile solo attraverso querela di falso.

In ogni caso, prosegue la ricorrente, nella vendita di cose mobili il venditore si libera con la consegna allo spedizioniere, che qui agiva per conto del mandante M., con la conseguenza che quest’ultimo, ove avesse voluto paralizzare l’effetto delle dichiarazioni di esportazione, avrebbe dovuto disconoscere le dichiarazioni dello spedizioniere (Bard d.o.o.), ai sensi dell’art. 214 c.p.c..

Inoltre, la Corte di merito, nonostante l’univocità delle indicazioni probatorie (bolle doganali e dichiarazioni di Z.M.) omette di spiegare perchè le stesse erano da reputarsi inadeguate a provare il diritto della ricorrente.

Il motivo deve essere rigettato.

Coglie senz’altro nel segno il M. riprendendo la consolidata interpretazione di legittimità che assegna l’onere di produrre anche la traduzione giurata alla parte che intenda valersi di documenti redatti in lingua straniera, non essendo consentito al giudice, che conosca per scienza privata la detta lingua, disporre d’ufficio la traduzione (Sez. 1, n. 10268 del 21/11/1996, Rv. 500695; Sez. Lav., n. 10831 del 17/12/1994, Rv. 489259).

Escluso, poi, che documenti redatti da pubblico dipendente straniero, a prescindere da ogni altra considerazione, possano valere nel nostro ordinamento quale atto pubblico, mancando, a voler tacere d’altro, la riferibilità organica del redattore all’amministrazione statuale, deve, del pari, escludersi, che l’operatore doganale croato si sia assicurato che la merce era correttamente indirizzata al M., piuttosto che ad una società avente personalità giuridica omonima, invece, come appare logico e compatibile con la funzione, essersi limitato a registrare l’operazione di esportazione.

Infine, la ricorrente non ha provato che lo spedizioniere venne incaricato dal M., quale titolare di omonima impresa individuale, per la consegna delle partite di pesce. A tal fine, senza necessità di entrare nel merito del contenuto dell’atto, non poteva essere presa in considerazione la dichiarazione scritta di tale Z.M., il quale non è stato mai sentito dal giudice in qualità di testimone (la precipua eccezione, allegata dal resistente, non ha trovato smentita). Trattasi di una conclusione pacifica e non seriamente controvertibile, stante che la prova testimoniale – che consiste nel riferimento verbale di un avvenimento storico da parte di un soggetto che ne sia a conoscenza – è ammissibile solo secondo la sua specifica tipologia normativa, e quindi in quanto venga raccolta dal giudice con le garanzie, i limiti e l’assunzione di responsabilità stabiliti dall’ordinamento. Pertanto, l’attestazione verbale di un fatto non può essere effettuata nel processo mediante l’esibizione di un documento nel quale essa sia trasfusa – salvo che sia venuta meno la possibilità della diretta escussione del teste da parte del giudice (Sez. 3, n. 5267 del 16/9/1980, Rv. 409107).

Con il terzo motivo la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 2727 – 2729 c.c. e artt. 115 e 116 c.p.p., nonchè motivazione contraddittoria e insufficiente su un punto controverso e decisivo, criticando il vaglio probatorio operato dalla Corte anconetana. Questa, infatti, secondo l’assunto, aveva proceduto a screditare singolarmente i singoli elementi probatori, ignorando la forza inferenziale che dai medesimi derivava, ove considerati nel loro insieme. Al contrario, per soddisfare il precetto di legge, avrebbe dovuto procedere ad una indagine bifasica: prima evidenziando gli indizi aventi la qualità della precisione e della gravità e, successivamente, verificandone la complessiva concordanza. Se ciò avesse fatto, prosegue la ricorrente, avrebbe dovuto reputare provata la fornitura e, quindi, la domanda.

In tale univoca direzione si collocavano plurime evidenze: la emissione delle fatture; la missiva del 31/7/2001 del M.; le bollette doganali; l’attestazione del curatore del fallimento della (OMISSIS) s.p.a., che aveva effettuato l’esportazione del pesce e successivamente ceduto il rapporto alla Klismar; l’effettivo affidamento della merce allo spedizioniere Bard per essere consegnata al resistente, come confermato dal titolare della società di trasporti; l’autista dell’autocarro, che effettuò il trasporto, “già dipendente di M.F. quando era socio unico della uninominale M.F. s.r.l. non (era) invece dipendente della ceduta M.F. s.r.l.”; all’epoca il resistente era titolare di una omonima ditta individuale svolgente l’attività di commercio di prodotti ittici anche operando con l’estero; la merce era stata consegnata nel magazzino di (OMISSIS), del quale si avvaleva anche l’impresa individuale; sibbene il M. avesse ceduto le quote sociali nel maggio del 1997, l’iscrizione della cessazione della carica di amministratore risultava essere stata iscritta presso la competente C.C.I.A.A. solo il 26/8/1997.

La deduzione impugnatoria, pur dotata di una sua plausibilità e coerenza interna, si pone in contrasto con il principio più volte riaffermato in questa sede, secondo il quale il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito non dà luogo ad alcun vizio denunciabile con il ricorso per cassazione, non essendo inquadrabile nel paradigma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, (nel testo modificato dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 2 prima dell’ulteriore modifica di cui al D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, applicabile “ratione temporis”), il quale implica che la motivazione della “quaestio facti” sia affetta non da una mera contraddittorietà, insufficienza o mancata considerazione, ma che si presentasse tale da determinarne la logica insostenibilità (cfr., Sez. 3, n. 17037 del 20/8/2015, Rv. 636317). Con l’ulteriore corollario che il controllo di legittimità del giudizio di fatto non equivale alla revisione del ragionamento decisorio, ossia dell’opzione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che una simile revisione non sarebbe altro che un giudizio di fatto e si risolverebbe in una nuova formulazione, contrariamente alla funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità. Con la conseguenza che risulta del tutto estranea all’àmbito del vizio di motivazione ogni possibilità per la Corte di cassazione di procedere ad un nuovo giudizio di merito attraverso l’autonoma, propria valutazione delle risultanze degli atti di causa (cfr. Sez. 6, ord. n. 5024 del 28/3/2012, Rv. 622001). Da qui la necessità che il ricorrente specifichi il contenuto di ciascuna delle risultanze probatorie (mediante la loro sintetica, ma esauriente esposizione e, all’occorrenza integrale trascrizione nel ricorso) evidenziando, in relazione a tale contenuto, il vizio omissivo o logico nel quale sia incorso il giudice del merito e la diversa soluzione cui, in difetto di esso, sarebbe stato possibile pervenire sulla questione decisa (cfr. Sez. 5, n. 1170 del 23/1/2004, Rv. 569607).

La ricorrente, infatti, pur enunciando di volere denunziare l’erroneo vaglio di un fatto decisivo, lamenta, peraltro senza confrontarsi con la motivazione della sentenza censurata, la valutazione del materiale probatorio, così proponendo, in definitiva, una rilettura di fatto inammissibile in sede di legittimità.

Con il quarto ed ultimo motivo la Klismar si duole, denunziando violazione e falsa applicazione dell’art. 1362 c.c. e artt. 92 e 342 c.p.c., nonchè omessa o insufficiente motivazione su un punto controverso e decisivo, della declaratoria d’inammissibilità della censura d’appello con il quale si era doluta per l’addebito integrale delle spese legali. Censura che la Corte di merito aveva ingiustamente qualificato priva di concretezza e aspecifica.

Al contrario, deduce la Klismar, il motivo era da ritenersi ammissibile, in quanto rivolto a nuovo e diverso vaglio da parte del giudice d’appello, senza che fosse occorrente “una puntuale analisi critica delle valutazioni e delle conclusioni del giudice che ha emesso la sentenza impugnata ovvero l’espressa indicazione delle questioni decisive non esaminate o non correttamente esaminate”, nel mentre l’interpretazione degli atti giudiziari deve svolgersi nel rispetto delle regole poste dal codice civile (art. 1362 e ss.).

La condanna alle spese si mostrava ingiustamente punitiva per la ricorrente, proprio sulla scorta delle medesime emergenze istruttorie prima analizzate.

Inoltre il Giudice di secondo grado era venuto meno al dovere di spiegare perchè una diversa regolamentazione delle spese doveva ritenersi ingiustificata, “nonostante le istanze istruttorie deponessero (…) per un elevato grado di probabilità che il beneficiario della fornitura fosse effettivamente la ditta individuale M.F.”.

La censura è manifestamente infondata.

Tenuto conto del tenore dell’art. 92 c.p.c., comma 2, al tempo vigente, il giudice per procedere alla compensazione, anche solo parziale, delle spese, esclusa l’ipotesi della soccombenza reciproca, che qui non ricorre, deve rinvenire “altri giusti motivi”. La ricorrente, con l’atto d’appello si è limitata ad invocare “le risultanze istruttorie e la particolarità del caso”, di conseguenza, la Corte di Ancona, alla quale non era dato sapere quali fossero quelle risultanze e quella particolarità ai quali l’appellante aveva inteso far riferimento, ha valutato la doglianza aspecifica.

Col ricorso si pretende di assegnare al giudice d’appello il dovere di spiegare perchè non fosse da applicare l’eccezione (cioè la compensazione), piuttosto che la regola (la soccombenza), invertendo illogicamente i termini della questione, sulla base di una prospettazione criptica.

L’epilogo impone condannarsi parte ricorrente al rimborso delle spese legali in favore della resistente. Spese che, tenuto conto della natura e del valore della causa, possono liquidarsi siccome in dispositivo.

PQM

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese legali, che liquida nella complessiva somma di 4.200 Euro, di cui 200 Euro per spese, oltre accessori come per legge.

Così deciso in Roma,il 15 settembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 11 gennaio 2017

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