Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4391 del 10/02/2022

Cassazione civile sez. I, 10/02/2022, (ud. 04/02/2022, dep. 10/02/2022), n.4391

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCOTTI Umberto L. C. G. – Presidente –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – rel. Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 21707/2017 r.g. proposto da:

S.M., e G.N., entrambi rappresentati e difesi,

giusta procura speciale apposta a margine del ricorso, dall’Avvocato

Ernesto Biondo, con cui elettivamente domiciliano in Roma, alla via

Cucchiari n. 57, presso lo studio dell’Avvocato Camillo Toscano.

– ricorrenti –

contro

UNIONE DI BANCHE ITALIANE – UBI BANCA S.P.A. (incorporante per

fusione la Banca Carime s.p.a.), con sede legale in (OMISSIS), in

persona del suo procuratore speciale Avv. V.I.,

rappresentata e difesa, giusta procura speciale allegata in calce al

ricorso, dall’Avvocato Salvatore Perugini, presso il cui studio

elettivamente domicilia in Roma, alla Via dell’Orso n. 74.

– controricorrente –

avverso la sentenza parziale, n. cron. 2058/2016, della CORTE DI

APPELLO DI CATANZARO depositata in data 16/12/2016;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

giorno 04/02/2022 dal Consigliere Dott. Eduardo Campese.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. S.M. e G.N., rispettivamente titolare del conto corrente bancario n. (OMISSIS), da lui intrattenuto presso la Banca Carime s.p.a., filiale di (OMISSIS), e fideiussore del primo in relazione al fido di Lire 60.000.000 concessogli da quest’ultima, citarono in giudizio, innanzi al Tribunale di Paola, la menzionata banca onde ottenerne la condanna alla restituzione della somma di Lire 75.000.000, dalla stessa indebitamente trattenuta per effetto di illegittima capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi operata su quel conto, oltre che per l’applicazione di interessi superiori al tasso soglia usura.

1.1. L’adito tribunale, nel contraddittorio con la costituitasi convenuta, accertò l’illegittima capitalizzazione trimestrale degli interessi debitori nella misura di Euro 56.073,00 e, operatane la compensazione con il credito di Euro 37.274,00 invocato dalla banca quale saldo finale del conto corrente suddetto, condannò la stessa alla restituzione, in favore del S., di Euro 18.798,00 oltre interessi legali dalla domanda al saldo, nonché al pagamento delle spese di lite previa loro compensazione per la metà.

2. Con sentenza parziale del 16 dicembre 2016, n. 2058, la Corte di appello di Catanzaro, adita con gravami, principale ed incidentale, rispettivamente dagli originari attori e dalla banca convenuta: i) in applicazione dei principi resi da Cass., SU, n. 24418 del 2010, ha accolto il primo motivo dell’impugnazione principale con cui il S. ed il G. avevano denunciato l’erroneità della pronuncia di primo grado nella parte in cui, dopo aver dichiarato l’illegittimità della capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi, aveva sostituito ad essa la capitalizzazione annuale di questi ultimi; ii) ha rigettato il secondo motivo della medesima impugnazione con cui era stata denunciata l’abnormità della decisione di prime cure per avere il tribunale revocato l’ordine di esibizione dei documenti contabili impartito alla banca e dichiarato, conseguentemente, la nullità parziale della espletata c.t.u. nella parte in cui aveva utilizzato la documentazione così prodotta; iii) invocando i principi di Cass., SU, n. 26242 del 2014, ha dichiarato la nullità della clausola n. 7 del contratto di conto corrente, recante la pattuizione di interessi ultralegali da determinarsi “alle condizioni praticate usualmente dalle Aziende di credito su piazza”, per indeterminatezza; iv) ha disposto la prosecuzione del giudizio innanzi a sé, con separata ordinanza, per l’effettuazione di una c.t.u. contabile da effettuarsi tenendo conto che gli interessi si sarebbero dovuti calcolare al tasso legale, in luogo di quello convenzionale, e che la documentazione utilizzabile doveva essere rappresentata dagli estratti conto dal 1994 al 2000 (prodotti da parte attrice) e per l’annualità 2001 e fino al saldo (prodotti dalla banca).

3. Avverso questa decisione, ricorrono per cassazione il S. ed il G., affidandosi a cinque motivi, illustrati anche da memoria ex art. 380-bis.1 c.p.c.. Ha resistito, con controricorso, corredato anche da analoga memoria, Unione di Banche Italiane – UBI Banca s.p.a., incorporante per fusione la Banca Carime s.p.a..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Rileva, pregiudizialmente, il Collegio che il S. ed il G., con istanza datata 4 gennaio 2022, hanno evidenziato la pendenza, presso questa Corte, di altro giudizio, tra le stesse parti, n.r.g. 1607/2018, avente ad oggetto l’impugnazione della sentenza definitiva con cui la Corte di appello di Catanzaro, medio tempore, ha concluso la medesima controversia nel corso della quale aveva reso, precedentemente, quella non definitiva oggi impugnata. Hanno chiesto, pertanto, la riunione del giudizio suddetto a quello odierno, contestualmente disponendosi il rinvio in pubblica udienza per la trattazione di entrambi.

1.1. Una siffatta istanza non merita accoglimento, posto che: i) si è in presenza di una fattispecie affatto diversa da quella regolata dall’art. 335 c.p.c., che impone la riunione delle impugnazioni separatamente proposte contro la medesima sentenza; ii) nessuno dei due menzionati procedimenti verte su questioni aventi concreta valenza nomofilattica, necessitante la loro trattazione in pubblica udienza, prestandosi entrambi ad essere decisi alla stregua di principi già rinvenibili nella giurisprudenza di legittimità.

1.2. Non vi è ragione effettiva (tale non essendo la sola connessione soggettiva ed oggettiva tra detti giudizi dedotta dagli istanti), dunque, per differire la definizione dell’odierno procedimento.

2. Tanto premesso, il primo motivo di questo ricorso del S. e del G. denuncia la “Violazione e/o falsa applicazione degli artt. 112 c.p.c. e 2033 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Insufficienza e/o contraddittorietà della motivazione in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5”. Si assume che la Banca Carime s.p.a. mai aveva sollevato l’eccezione richiamata dalla corte distrettuale alla pagina 9 della sentenza impugnata, avendo sviluppato argomentazioni completamente diverse, quali quelle della violazione dell’onere della prova, della nullità della c.t.u. e della inattendibilità della stessa. Si ascrive, poi, al giudice di merito di non aver tenuto conto, nella sua motivazione, considerata insufficiente e/o contraddittoria, che il saldo negativo del conto era già noto (Lire 72.173.279), in quanto dedotto nell’atto introduttivo del giudizio e risultante dall’estratto conto in atti, sicché non necessitava di ulteriore indagine tecnica finalizzata alla sua rideterminazione.

2.1. Una siffatta doglianza è radicalmente inammissibile sotto il profilo del denunciato vizio di insufficiente e contraddittoria motivazione, perché fa riferimento ad una nozione di vizio motivazionale non riconducibile ad alcuna delle ipotesi previste dal codice di rito, ed in particolare non sussumibile nel vizio contemplato dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (nella formulazione disposta dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 134 del 2012, applicabile ratione temporis, risultando impugnata una sentenza resa il 16 dicembre 2016). Basta qui solo ricordare che: i) come ancora recentemente ribadito da questa Suprema Corte (cfr., pure nelle rispettive motivazioni, ex multis, Cass. n. 3246 del 2022; Cass. n. 593 del 2022, Cass. n. 11229 del 2021; Cass. n. 395 del 2021), è ormai denunciabile in Cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali; questa anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione (cfr. Cass., SU, n. 8053 del 2014; Cass. n. 7472 del 2017. Nello stesso senso anche le più recenti Cass. n. 20042 del 2020 e Cass. n. 23620 del 2020) o di sua contraddittorietà (cfr. Cass., n. 24395 del 2020); ii) lo specifico vizio denunciabile per cassazione alla stregua della nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, è relativo all’omesso esame di un fatto controverso e decisivo per il giudizio, da intendersi riferito ad un preciso accadimento o una precisa circostanza in senso storico-naturalistico, come tale non ricomprendente questioni o argomentazioni (cfr., anche nelle rispettive motivazioni, Cass. n. 2195 del 2022; Cass. n. 595 del 2022; Cass. n. 395 del 2021; Cass., SU, n. 16303 del 2018; Cass. n. 14802 del 2017; Cass. n. 21152 del 2015), sicché sono inammissibili le censure che irritualmente, estendano il paradigma normativo a quest’ultimo profilo (cfr., ex aliis, pure nelle loro motivazioni, Cass. n. 2195 del 2022; Cass. n. 595 del 2022; Cass. n. 4477 del 2021; Cass. n. 395 del 2021; Cass. n. 22397 del 2019; Cass. n. 26305 del 2018; Cass. n. 14802 del 2017).

2.2. Parimenti inammissibile è la prospettata violazione dell’art. 112 c.p.c., atteso il palese difetto di autosufficienza e l’assoluta genericità, in parte qua, del ricorso del S. e del G..

2.2.1. E’ sufficiente considerare, invero, che esso non descrive compiutamente l’effettivo contenuto, sullo specifico punto, della comparsa di costituzione in appello, con gravame incidentale, della Banca Carime s.p.a., rivelandosi affatto insufficiente la mera indicazione secondo cui sarebbero state ivi dedotte da quest’ultima la “violazione dell’onere della prova. Nullità della c.t.u.. Inattendibilità della stessa”, ovvero “l’omesso computo della somma risultante dall’ultimo estratto conto”.

2.2.2. A tanto deve aggiungersi, peraltro, che la Corte di cassazione, allorquando sia denunciato un error in procedendo ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 (tale essendo quello di violazione dell’art. 112 c.p.c., – cfr. Cass. n. 25359 del 2021 – indipendentemente dall’erroneo riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, erroneamente esistente nella rubrica del motivo in esame), è sì anche giudice del fatto processuale e ha il potere di esaminare direttamente gli atti di causa al fine di valutare la fondatezza del vizio denunciato, purché, però, lo stesso sia stato ritualmente indicato ed allegato nel rispetto delle disposizioni di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4; è perciò necessario, non essendo tale vizio rilevabile ex officio, che la parte ricorrente indichi gli elementi individuanti e caratterizzanti il fatto processuale di cui richiede il riesame e, quindi, che il corrispondente motivo sia ammissibile e contenga, per il principio di autosufficienza del ricorso, tutte le precisazioni ed i riferimenti necessari ad individuare la dedotta violazione processuale (cfr., ex multis, Cass. n. 28072 del 2021; Cass. n. 15807 del 2021Cass. n. 25432 del 2020, in motivazione; Cass., SU, n. 20181 del 2019; Cass. n. 7499 del 2019; Cass. n. 2771 del 2017; Cass. n. 19410 del 2015). Nella specie, come si è detto, un siffatto onere di allegazione non è stato puntualmente osservato dai ricorrenti.

2.3. Assolutamente inammissibile, infine, si rivela l’ulteriore contestazione, rinvenibile nella parte finale del motivo (pag. 8-9 del ricorso), circa la determinazione della corte distrettuale di disporre una consulenza tecnica di ufficio “per effettuare il ricalcolo del saldo” del conto de quo alla luce dei criteri dalla stessa indicati.

2.3.1. E’ noto, infatti, che la consulenza tecnica d’ufficio è un mezzo istruttorio diverso dalla prova vera e propria, sottratto alla disponibilità delle parti ed affidato al prudente apprezzamento del giudice di merito, rientrando nel suo potere discrezionale la valutazione di disporre la nomina dell’ausiliario (cfr. Cass. n. 326 del 2020; Cass. n. 15219 del 2007).

3. Il secondo motivo di ricorso prospetta la “Violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2909 e 2033 c.c. – Illegittima decisione sul punto della sentenza di primo grado passata in giudicato”. Si afferma che “il Giudice di merito, disponendo il ricalcolo per la determinazione del saldo, ha, di fatto, dato diversa qualificazione all’azione proposta dagli attori, ossia: ha effettuato una riqualificazione della fattispecie da azione di ripetizione di indebito ex art. 2033 c.c., ad azione di accertamento del credito. Infatti, la Banca aveva sostenuto solamente la legittimità della capitalizzazione trimestrale operata, ma senza domanda riconvenzionale, con riferimento al suo eventuale credito derivante dal saldo negativo risultante dall’ultimo estratto conto”.

3.1. Questa doglianza è inammissibile perché il giudice di primo grado aveva operato allo stesso modo, né risulta che, in appello, fosse stata formulata analoga censura dal S. e dal G.. Il tutto non senza rimarcare che, in ogni caso, onde pervenire alla corretta determinazione dell’importo del preteso indebito, si sarebbe comunque resa necessaria la rideterminazione del saldo del conto suddetto alla stregua delle contestazioni (avvenuta illegittima capitalizzazione trimestrale ivi degli interessi passivi; applicazione di interessi superiori al tasso soglia usura). mosse dagli attori/appellanti.

4. Il terzo motivo di ricorso lamenta la “Violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. e degli artt. 210 e 115 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5 per omessa motivazione circa un fatto decisivo per il giudizio”. Si critica la sentenza impugnata per aver condiviso l’operato del primo giudice circa la revoca del disposto ordine ex art. 210 c.p.c., con la conseguente impossibilità di utilizzare la documentazione prodotta dalla banca in esecuzione dello stesso.

4.1. Una siffatta censura è complessivamente infondata.

4.1.1. Invero, la recente pronuncia resa da Cass. n. 24641 del 2021, ha sancito che: i) “In tema di contenzioso tra istituto di credito e cliente, il diritto di quest’ultimo ad ottenere copia della documentazione bancaria relativa alle operazioni poste in essere negli ultimi dieci anni, previsto dal D.Lgs. n. 385 del 1993, art. 119, comma 4, non può essere soddisfatto in sede di consulenza tecnica d’ufficio contabile, se il cliente non ha precedentemente formulato la relativa richiesta alla banca e la documentazione riguarda fatti o situazioni che, essendo posti direttamente a fondamento di domande o eccezioni, devono necessariamente essere provati dalla parte che le ha formulate”; ii) “Il diritto spettante al cliente, a colui che gli succede a qualunque titolo o che subentra nell’amministrazione dei suoi beni, ad ottenere, a proprie spese, copia della documentazione inerente a singole operazioni poste in essere negli ultimi dieci anni, ivi compresi gli estratti conto, sancito dal D.Lgs. n. 385 del 1993, art. 119, comma 4, può essere esercitato in sede giudiziale attraverso l’istanza di cui all’art. 210 c.p.c., in concorso dei presupposti previsti da tale disposizione, a condizione che detta documentazione sia stata precedentemente richiesta alla banca e quest’ultima, senza giustificazione, non abbia ottemperato”.

4.2. L’operato di entrambi i giudici di merito si rivela essere stato assolutamente coerente con i suddetti principi (non risultando, in carenza di qualsivoglia allegazione sul punto, che gli odierni ricorrenti abbiano vanamente esperito la richiesta del D.Lgs. n. 385 del 1993, ex art. 119, comma 4, prima di intraprendere l’odierna controversia), che il Collegio condivide integralmente, sicché è qui sufficiente il richiamo alle argomentazioni spese, in parte qua, nella menzionata sentenza, da intendersi qui richiamate ai sensi dell’art. 118 disp. att. c.p.c..

5. Il quarto motivo di ricorso denuncia la “Violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1419 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”. Si deduce che, una volta sancita la nullità degli interessi ultralegali pattuiti, erroneamente la corte aveva ritenuto applicabile il tasso legale degli stessi.

5.1. Tale doglianza è destituita di fondamento.

5.1.1. Giova premettere, invero, che l’art. 1339 c.c., prevede un duplice congegno di inserzione automatica di clausole, tanto per via di integrazione del contratto, quanto per via di sostituzione delle clausole difformi. Si tratta di fenomeni alquanto diversi: i) nel primo caso, le parti si astengono dal disciplinare il profilo oggetto della norma, sicché si determina un’integrazione legale a mezzo dell’inserzione automatica di clausole, secondo un congegno assimilabile a quello operante tramite l’inserimento nel rapporto contrattuale, in via suppletiva, delle regole dispositive non derogate dalle parti, seppure astrattamente derogabili; ii) nel secondo, in cui le parti decidono per via contrattuale di regolare il rapporto in difformità da una norma imperativa conformativa, il contratto è parzialmente nullo ai sensi dell’art. 1419 c.c., comma 2, e la lacuna generatasi per effetto della nullità viene colmata dalla norma cogente.

5.1.2. Ne discende che il fenomeno della integrazione corre in sostegno dell’autonomia negoziale dei contraenti, il fenomeno della sostituzione la sacrifica al massimo grado, poiché lascia sopravvivere una pattuizione difforme da quella voluta.

5.1.3. Ebbene, il congegno cui rinvia all’art. 1284 c.c., comma 3 (“Gli interessi superiori alla misura legale devono essere determinati per iscritto; altrimenti sono dovuti nella misura legale”), nella specie evidentemente utilizzato dalla corte distrettuale e totalmente obliterato, invece, dal S. e dal G., è proprio quello della sostituzione, posto che l’intervento della norma predetta, ab externo, porta a sostituire, con applicazione del tasso legale, la misura degli interessi invalidamente pattuita dalle parti.

5.1.4. Va qui aggiunto soltanto che, come chiarito dalla giurisprudenza di legittimità, in tema di contratti bancari, la clausola che, per la pattuizione di interessi dovuti dalla clientela in misura superiore a quella legale, si limiti a fare riferimento alle condizioni praticate usualmente dalle aziende di credito sulla piazza (come quella concretamente verificata dalla corte distrettuale in relazione al rapporto di conto corrente di cui si discute), è priva del carattere della sufficiente univocità, per difetto di inequivoca determinabilità dell’ammontare del tasso sulla base del documento contrattuale, e non può quindi giustificare la pretesa della banca al pagamento di interessi in misura superiore a quella legale quando faccia riferimento a parametri locali, mutevoli e non riscontrabili con criteri di certezza (cfr. Cass. n. 24048 del 2019).

6. Il quinto motivo di ricorso, infine, prospetta la “Violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. – Erroneità e difetto di motivazione della sentenza in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5”. Si ascrive alla corte territoriale di aver stabilito che la rideterminazione del saldo del conto in questione dovesse avvenire partendo dal risultato (saldo negativo per Lire 65.974.765) del primo estratto conto disponibile (risalente al 1994), piuttosto che dal valore zero.

6.1. Una siffatta doglianza è inammissibile, per le ragioni già esposte disattendendosi l’analogo vizio prospettato nel primo motivo, laddove denuncia un vizio motivazionale fuori dal perimetro del novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

6.2. Circa la ivi denunciata violazione di legge, poi, la stessa è parimenti inammissibile, ex art. 360-bis c.p.c., n. 1, alla luce dei principi ripetutamente affermati dalla giurisprudenza di legittimità in tema di riparto degli oneri probatori in controversie come quella in esame (cfr., ex aliis, pure nelle rispettive motivazioni, Cass. nn. 41962, 37776, 22388, 22387, 20635, 19564, tutte del 2021; Cass. n. 23852 del 2020; Cass. nn. 33009, 31667 e 11543 del 2019).

6.2.1. Invero, come ripetutamente chiarito da questa Suprema Corte, il correntista che agisca giudizialmente per l’accertamento giudiziale del saldo e la ripetizione delle somme indebitamente riscosse dall’istituto di credito è gravato dell’onere di produrre l’intera serie degli estratti conto (in tema, cfr. anche Cass. n. 9201 del 2015; Cass. n. 20693 del 2016; Cass. n. 24948 del 2017; Cass. n. 30822 del 2018; Cass. n. 31187 del 2018). In tale evenienza, l’incompletezza documentale relativa agli estratti conto ridonda in danno del correntista, su cui grava l’onere di provare il fatto costituivo della propria domanda sicché, in assenza di diverse evidenze, il conteggio del dare ed avere deve essere effettuato partendo dal primo saldo a debito del cliente di cui si abbia evidenza (cfr. la già citata Cass. n. 11543 del 2019. Si veda pure la menzionata Cass. n. 30822 del 2018, nella cui motivazione si rileva la necessità di far luogo al ricalcolo dei rapporti di dare e avere “partendo dal primo saldo a debito del cliente documentalmente riscontrato”).

7. In definitiva, quindi, l’odierno ricorso va respinto, restando le spese di questo giudizio di legittimità, regolate dal principio di soccombenza, solidalmente a carico del S. e del G.. Deve darsi atto, altresì, in assenza di ogni discrezionalità al riguardo (cfr. Cass. n. 5955 del 2014; Cass., S.U., n. 24245 del 2015; Cass., S.U., n. 15279 del 2017) e giusta quanto recentemente precisato da Cass., SU, n. 4315 del 2020 – che, stante il tenore della pronuncia adottata, sussistono, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, i presupposti processuali per il versamento, da parte dei medesimi ricorrenti, in solido tra loro, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto, mentre “spetterà all’amministrazione giudiziaria verificare la debenza in concreto del contributo, per la inesistenza di cause originarie o sopravvenute di esenzione dal suo pagamento”.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna S.M. e G.N., in solido tra loro, al pagamento delle spese di questo giudizio di legittimità, che si liquidano in Euro 5.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei medesimi ricorrenti, in solido tra loro, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, giusta dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 4 febbraio 2022.

Depositato in Cancelleria il 10 febbraio 2022

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