Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4389 del 20/02/2020

Cassazione civile sez. lav., 20/02/2020, (ud. 13/11/2019, dep. 20/02/2020), n.4389

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Presidente –

Dott. TORRICE Amelia – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – rel. Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 101/2014 proposto da:

S.R., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PARAGUAY n.

5, presso lo studio degli avvocati ROSARIO SICILIANO e ANNA LUCIA

TORRE, rappresentato e difeso dall’avvocato CARLO PICCIOLI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO;

– intimato –

avverso la sentenza n. 849/2013 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 20/06/2013 R.G.N. 997/2011.

Fatto

RILEVATO

che:

1. la Corte d’Appello di Firenze, in riforma della sentenza del Tribunale di Pistoia che aveva accolto la domanda, ha respinto il ricorso di S.R. il quale, nel convenire in giudizio il Ministero dell’Interno, aveva chiesto l’accertamento del suo diritto a vedersi valutare l’anzianità di servizio maturata presso amministrazioni diverse dal Ministero e la conseguente condanna di quest’ultimo a ripetere la procedura selettiva per il conferimento delle posizioni economiche super;

2. la Corte territoriale, premesso che l’appellato, dopo aver prestato servizio in vari Comuni fin dal 1987 era transitato presso la questura di Pistoia solo nel dicembre 2005, ha evidenziato che la procedura per il conferimento della posizione economica B3 super era stata bandita nel rispetto dei criteri fissati dal C.C.N.I., che all’art. 10 aveva previsto l’attribuzione del punteggio per la sola anzianità di servizio maturata nel comparto ministeri;

3. il giudice d’appello ha escluso l’ipotizzato contrasto della clausola contrattuale con le previsioni della contrattazione nazionale, perchè, da un lato, la definizione dei criteri per la progressione era stata rimessa al contratto collettivo integrativo di amministrazione, dall’altro l’art. 28 bis del c.c.n.l. 22/10/1997, nel prevedere che in caso di mobilità al dipendente dovessero essere garantite la continuità della posizione pensionistica e previdenziale nonchè la posizione retributiva maturata presso l’ente di provenienza, escludeva solo che il passaggio potesse comportare una modifica peggiorativa rispetto alla posizione originaria;

4. ha aggiunto che non si era verificata alcuna disparità di trattamento in quanto andava considerata la diversità delle due situazioni a confronto e non poteva essere ritenuta irrazionale la scelta delle parti collettive di valorizzare “una professionalità acquisita per così dire sul campo, con spendita di specifica professionalità”;

5. per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso S.R. sulla base di un unico motivo, al quale non ha opposto difese il Ministero, rimasto intimato.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. il ricorso denuncia, con un unico motivo formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, “violazione ed errata applicazione di norme dei contratti collettivi nazionali di lavoro di cui all’art. 28 bis, comma 9 c.c.n.l. Comparto Ministeri 22/10/1997 e art. 17, comma 2 c.c.n.l. Comparto Ministeri 1998/2001 in relazione all’art. 10 CCI 1998-2001 del Ministero dell’Interno nella parte relativa ai criteri per l’attribuzione dei punteggi per l’accesso alle posizioni economiche super”;

1.1. il ricorrente rileva, in sintesi, che la contrattazione nazionale impone, in caso di passaggio da un’amministrazione ad un’altra, di conservare al dipendente l’intera anzianità di servizio che pertanto non poteva essere svalutata ai fini della progressione in carriera, non potendo l’amministrazione operare disparità di trattamento rispetto ai dipendenti in servizio;

2. il ricorso è infondato, perchè non si ravvisa la denunciata violazione delle disposizioni contrattuali richiamate nella rubrica del motivo;

3. l’art. 28 bis del c.c.n.l. 16.5.1995 per il personale del comparto Ministeri, inserito dall’art. 5 del c.c.n.l. integrativo 22.10.1997, nel disciplinare gli accordi di mobilità fra le amministrazioni, prevede, al comma 9 che “il rapporto di lavoro continua, senza interruzioni, con l’amministrazione di destinazione e al dipendente sono garantite la continuità della posizione pensionistica e previdenziale nonchè la posizione retributiva maturata in base alle vigenti disposizioni” e, quindi, estende al trasferimento individuale il principio del divieto di reformatio in peius che opera nella diversa fattispecie della mobilità collettiva;

3.1. l’art. 17, comma 2, del c.c.n.l. 16.2.1999, quanto agli sviluppi economici all’interno dell’area, stabilisce che gli stessi devono essere “attribuiti sulla base di criteri – definiti nel contratto collettivo integrativo di amministrazione – ispirati alla valutazione dell’impegno, della prestazione e dell’arricchimento professionale acquisito, anche attraverso interventi formativi e di aggiornamento”;

3.2. le clausole richiamate, pertanto, non prevedono che dell’anzianità maturata presso l’amministrazione di provenienza si debba tener conto ai fini della progressione stipendiale, sicchè non si ravvisa alcun contrasto fra la contrattazione integrativa, che ha attribuito rilievo al solo servizio prestato nel comparto Ministeri, e quella nazionale;

3.3. questa Corte ha già affermato (Cass. nn. 10528 e 11164 del 2018) che le disposizioni normative e contrattuali finalizzate a garantire il mantenimento del trattamento economico e normativo acquisito, non implicano la totale parificazione del lavoratore trasferito ai dipendenti già in servizio presso il datore di lavoro di destinazione, perchè la prosecuzione giuridica del rapporto se, da un lato, rende operante il divieto di reformatio in peius, dall’altro non fa venir meno la diversità fra le due fasi di svolgimento del rapporto medesimo, diversità che può essere valorizzata dal nuovo datore di lavoro, sempre che il trattamento differenziato non implichi la mortificazione di un diritto già acquisito dal lavoratore;

3.4. muovendo da detta premessa si è evidenziato che l’anzianità di servizio, che di per sè non costituisce un diritto che il lavoratore possa fare valere nei confronti del nuovo datore, deve essere salvaguardata in modo assoluto solo nei casi in cui alla stessa si correlino benefici economici ed il mancato riconoscimento della pregressa anzianità comporterebbe un peggioramento del trattamento retributivo in precedenza goduto dal lavoratore trasferito (Cass. n. 18220/2015; Cass. n. 25021/2014; Cass. n. 22745/2011; Cass. n. 10933/2011; Cass. S.U. n. 22800/2010; Cass. n. 17081/2007);

3.5. l’anzianità pregressa, invece, non può essere fatta valere da quest’ultimo per rivendicare ricostruzioni di carriera sulla base della diversa disciplina applicabile al cessionario(Cass. S.U. n. 22800/2010 e Cass. n. 25021/2014 cit.), nè può essere opposta al nuovo datore per ottenere un miglioramento della posizione giuridica ed economica, perchè l’ordinamento garantisce solo la conservazione dei diritti, non delle aspettative, già entrati nel patrimonio del lavoratore alla data della cessione del contratto;

3.6. il nuovo datore, pertanto, ben può ai fini della progressione di carriera valorizzare l’esperienza professionale specifica maturata alle proprie dipendenze, differenziandola da quella riferibile alla pregressa fase del rapporto (Cass. n. 17081/2007; Cass. S.U. n. 22800/2010; Cass. n. 22745/2011 citate e, in relazione all’impiego privato, Cass. n. 7202/2009);

4. la sentenza impugnata non si è discostata dal principio di diritto sopra richiamato ed al quale va data continuità, sicchè il ricorso deve essere rigettato e conseguentemente occorre dare atto della sussistenza delle condizioni processuali di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater;

5. la mancata costituzione del Ministero, rimasto intimato, esime dal provvedere sulle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 13 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 20 febbraio 2020

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