Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4376 del 21/02/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 21/02/2017, (ud. 10/01/2017, dep.21/02/2017),  n. 4376

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE SESTA CIVILE SOTTOSEZIONE 3 Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente – Dott. BARRECA Giuseppina Luciana – rel. Consigliere – Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere – Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere – Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere – ha pronunciato la seguente: ORDINANZA sul ricorso 15867/2015 proposto da: P.M.L., elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE MAZZINI 11 PAL H-3, presso lo studio dell’avvocato LUISA FONTI, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato FRANCESCO CARRICATO; giusta procura speciale a margine del ricorso; – ricorrente – contro EQUITALIA NORD SPA, (OMISSIS), in persona del procuratore speciale, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DELLE QUATTRO FONTANE 161, presso lo studio dell’avvocato SANTE RICCI, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato MAURIZIO CIMETTI, giusta procura in calce al controricorso; – controricorrente – avverso la sentenza n. 652/2014 del TRIBUNALE di ROVIGO, depositata il 16/12/2014; udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non partecipata del 10/01/2017 dal Consigliere Relatore Dott. GIUSEPPINA LUCIANA BARRECA.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che:

– 1. Con la sentenza impugnata il Tribunale di Rovigo, pronunciando sull’opposizione proposta dalla P. nei confronti di Equitalia Nord S.p.A. avverso diverse cartelle di pagamento notificate da quest’ultima, ha rigettato l’opposizione ed ha condannato l’opponente al pagamento delle spese del grado;

– il ricorso è proposto con quattro motivi;

– l’intimata si difende con controricorso;

– ricorrendo uno dei casi previsti dall’art. 375, comma 1, su proposta del relatore della sezione sesta, il presidente ha fissato con decreto l’adunanza della Corte, ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c.;

– il decreto è stato notificato come per legge;

– parte ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che:

2.- I primi tre motivi riguardano le modalità di notificazione delle cartelle di pagamento e vanno perciò trattati congiuntamente;

2.1.- col primo motivo è dedotta violazione e/o falsa applicazione del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 26, comma 1, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, assumendo la ricorrente l’invalidità della notificazione della cartella di pagamento n. (OMISSIS) (rispetto alla quale il giudice ha dichiarato l’inammissibilità dell’opposizione per mancato rispetto del termine dell’art. 617 c.p.c., decorrente appunto dal ricevimento della notificazione). Secondo la ricorrente la notificazione sarebbe inesistente perchè effettuata direttamente dall’Agente della riscossione a mezzo di raccomandata a/r col servizio postale universale;

2.2.- col secondo motivo è dedotta violazione e/o falsa applicazione del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 26 e del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 60, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, assumendo la ricorrente l’invalidità della notificazione delle cartelle di pagamento impugnate (diverse da quella di cui al primo motivo; comunque ritenute dal giudice a quo validamente notificate, rigettando l’opposizione) perchè effettuata direttamente dall’Agente della riscossione a mezzo di raccomandata a/r col servizio postale universale;

2.3.- col terzo motivo è dedotta violazione e/o falsa applicazione dell’art. 149 c.p.c., D.P.R. n. 600 del 1973, art. 60 e della L. n. 890 del 1982, art. 3, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, assumendo la ricorrente l’invalidità delle notificazioni delle cartelle di pagamento per omessa compilazione delle relate di notificazione;

3.- i motivi sono manifestamente infondati, attesi i seguenti principi di diritto, che qui si ribadiscono:

– “La notificazione della cartella di pagamento emessa per la riscossione di sanzioni amministrative, ai sensi della L. n. 689 del 1981 (e successive modificazioni), è disciplinata dal D.P.R. n. 602 del 1973, art. 26, anche dopo la modificazione apportata a quest’ultima norma con il D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 12, sicchè la notifica può essere eseguita direttamente da parte dell’esattore mediante raccomandata con avviso di ricevimento” (così da ultimo Cass. n. 12351/16);

– “In tema di riscossione delle imposte, la notifica della cartella esattoriale può avvenire anche mediante invio diretto, da parte del concessionario, di lettera raccomandata con avviso di ricevimento, in quanto la seconda parte del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, art. 26, comma 1, prevede una modalità di notifica, integralmente affidata al concessionario stesso ed all’ufficiale postale, alternativa rispetto a quella della prima parte della medesima disposizione e di competenza esclusiva dei soggetti ivi indicati. In tal caso, la notifica si perfeziona con la ricezione del destinatario, alla data risultante dall’avviso di ricevimento, senza necessità di un’apposita relata, visto che è l’ufficiale postale a garantirne, nel menzionato avviso, l’esecuzione effettuata su istanza del soggetto legittimato e l’effettiva coincidenza tra destinatario e consegnatario della cartella, come confermato implicitamente del citato art. 26, penultimo comma, secondo cui il concessionario è obbligato a conservare per cinque anni la matrice o la copia della cartella con la relazione dell’avvenuta notificazione o con l’avviso di ricevimento, in ragione della forma di notificazione prescelta, al fine di esibirla su richiesta del contribuente o dell’amministrazione” (così, tra le altre, Cass. n. 6395/14);

– contrariamente a quanto si assume nella memoria di parte ricorrente l’orientamento giurisprudenziale di cui sono espressione i principi sopra richiamati è oramai consolidato, tanto che in ossequio alla funzione nomofilattica riservata alla Corte di Cassazione i giudici ordinari e le commissioni tributarie (richiamate in senso contrario da parte ricorrente) dovrebbero uniformarsi, in mancanza di interventi normativi che inducano a superare il detto orientamento (già espresso, tra l’altro, come si nota nel controricorso, anche da Cass. n. 14327/09 e ord. n. 15948/10, nonchè da Cass. n. 11708/11, secondo cui “la cartella esattoriale può essere notificata, ai sensi del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, art. 26, anche direttamente da parte del Concessionario mediante raccomandata con avviso di ricevimento, nel qual caso, secondo la disciplina del D.M. 9 aprile 2001, artt. 32 e 39, è sufficiente, per il relativo perfezionamento, che la spedizione postale sia avvenuta con consegna del plico al domicilio del destinatario, senz’altro adempimento ad opera dell’ufficiale postale se non quello di curare che la persona da lui individuata come legittimata alla ricezione apponga la sua firma sul registro di consegna della corrispondenza, oltre che sull’avviso di ricevimento da restituire al mittente”; ed ancora da Cass. n. 1091/13, Cass. n. 4567/15 e ord. n. 12083/16);

– d’altronde, l’esame del motivo non offre elementi – che non siano stati già considerati nei citati precedenti ed in numerosi altri – per mutare l’orientamento giurisprudenziale di legittimità che va qui ribadito;

– i primi tre motivi vanno perciò rigettati.

4.- Col quarto motivo si deduce violazione e/o falsa applicazione della L. n. 241 del 1990, art. 3, perchè le cartelle di pagamento non avrebbero indicato le modalità di calcolo degli interessi di mora. La ricorrente censura la sentenza che ha rigettato il corrispondente motivo di opposizione, sostenendone il contrasto con la norma indicata in rubrica e con la giurisprudenza per la quale l’atto impositivo deve essere motivato e richiamando la sentenza di questa Corte n. 4516/2012, sulla quale si insiste anche con la memoria;

4.1.- il motivo non merita di essere accolto sia perchè inammissibile che perchè manifestamente infondato.

Va premesso che la cartella di pagamento non è un atto impositivo ma è un atto dell’Agente della riscossione ed è predisposta secondo un modello approvato con D.M. Finanze ai sensi del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 25, comma 2. L’emissione della cartella di pagamento presuppone l’iscrizione a ruolo della sanzione amministrativa con i relativi interessi, che sono applicati dall’ente impositore; inoltre, la cartella di pagamento contiene, secondo il modello ministeriale, anche l’indicazione dei riferimenti normativi per il calcolo degli interessi di mora, che sono dovuti all’Agente della Riscossione dopo la notificazione della cartella.

Dato ciò, va in primo luogo evidenziato che il motivo è privo di autosufficienza poichè non chiarisce a quale tipologia di interessi (interessi iscritti a ruolo ovvero interessi di mora) fosse riferito l’originario motivo di opposizione;

4.2.- la sentenza fa riferimento agli interessi applicati dall’ente impositore -nel caso di specie gli enti che notificarono i verbali di accertamento delle contravvenzioni per violazioni al codice della strada. Il giudice ha accertato che rispetto a questi verbali di accertamento, regolarmente notificati alla P., nulla è stato eccepito da quest’ultima, nemmeno in ordine alle modalità di calcolo degli interessi (cfr. pagg. 7-8 della sentenza).

Questa ratio decidendi non è specificamente impugnata ed anche per tale profilo il motivo è inammissibile;

4.3.- nell’illustrazione del motivo si parla di “interessi di mora” e si lamenta che le cartelle impugnate non avrebbero indicato “espressamente l’aliquota che verrà applicata ai fini del calcolo degli interessi di mora”, sostenendo che sarebbe insufficiente il richiamo del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 30, contenuto nelle cartelle, e che il contribuente deve conoscere quale sarà l'”ulteriore somma che dovrà eventualmente versare in caso di ritardo nel pagamento”, vale a dire nel caso di pagamento oltre i 60 giorni dalla notifica della cartella di pagamento (cfr. pag. 12 del ricorso).

La ricorrente sembra porre una questione nuova e diversa da quella esaminata dal giudice, che, come detto, riguardava gli interessi iscritti a ruolo, e non gli interessi di mora che sarebbero venuti a maturare dopo la notificazione della cartella di pagamento.

Peraltro, anche a voler prescindere dalla novità della questione, che lo rende inammissibile, il motivo è manifestamente infondato.

Gli interessi di mora sono dovuti per legge sulle somme iscritte a ruolo (esclusi interessi e sanzioni per i ruoli consegnati dopo il 25 luglio 2011), qualora – come indicato nelle cartelle di pagamento, secondo il modello approvato – il pagamento non sia effettuato entro sessanta giorni dalla notificazione della cartella ed il tasso di interesse applicato è definito ai sensi del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 30, mediante “D.M. Finanze con riguardo alla media dei tassi bancari attivi”. La data di decorrenza degli interessi è fissata dallo stesso articolo alla data di notifica della cartella e gli interessi sono dovuti fino alla data del pagamento.

Questo contenuto, mediante rinvio al D.P.R. n. 602 del 1973, art. 30, che detta i criteri di calcolo degli interessi di mora, dà luogo a motivazione chiara dell’atto dell’Agente della Riscossione, poichè richiama atti normativi (legge e Decreto Ministeriale) conoscibili dal destinatario della cartella di pagamento, anche quanto all’aliquota applicabile;

4.4.- in senso contrario non può certo argomentarsi dal precedente costituito dalla sentenza di questa Corte n. 4516/2012. Come è fatto palese dalla relativa motivazione, la contestazione riguardava, non il calcolo degli interessi di mora ai sensi dell’art. 30, bensì il calcolo degli interessi dovuti per ritardata iscrizione a ruolo ai sensi del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 20, vale a dire degli interessi pretesi dall’ente impositore (per di più in un caso del tutto peculiare di un accertamento, seguito da sentenza passata in giudicato, per tributi, con interessi di mora dovuti per ben ventitrè anni nel corso dei quali si erano succedute diverse aliquote).

Il motivo di ricorso, invece, come detto, non può che essere riferito al diverso art. 30 dello stesso D.P.R., che disciplina, direttamente o indirettamente, tempi, modalità ed aliquote di calcolo degli interessi;

– il ricorso va perciò rigettato;

– le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo;

– sussistono i presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 1.700,00, per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile – 3, della Corte Suprema di Cassazione, il 10 gennaio 2017.

Depositato in Cancelleria il 21 febbraio 2017

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