Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4375 del 10/02/2022

Cassazione civile sez. VI, 10/02/2022, (ud. 14/01/2022, dep. 10/02/2022), n.4375

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – rel. Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 4251/2020 R.G. proposto da:

(OMISSIS) S.R.L., in persona del legale rappresentante p.t.

F.C., rappresentata e difesa dall’Avv. Gianfranco Trullu, con

domicilio eletto in Roma, via G. Bazzoni, n. 1, presso lo studio

dell’Avv. Francesco Asciano;

– ricorrente –

contro

FALLIMENTO DELLA (OMISSIS) S.R.L. e P.P.;

– intimati –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Cagliari n. 33/19,

depositata il 3 dicembre 2019;

Udita la relazione svolta nella Camera di Consiglio del 14 gennaio

2021 dal Consigliere Mercolino Guido.

 

Fatto

RILEVATO

che la (OMISSIS) S.r.l. ha proposto ricorso per cassazione, per due motivi, avverso la sentenza del 3 dicembre 2019, con cui la Corte d’appello di Cagliari ha rigettato il reclamo da essa interposto avverso la sentenza emessa il 27 giugno 2019, con cui il Tribunale di Cagliari aveva dichiarato il fallimento della ricorrente;

che gl’intimati non hanno svolto attività difensiva.

Diritto

CONSIDERATO

che con il primo motivo d’impugnazione la ricorrente denuncia la violazione o la falsa applicazione del R.D. 16 marzo 1942, n. 267, art. 1, comma 1, rilevando che, nell’escludere che essa ricorrente fosse un piccolo imprenditore, la sentenza impugnata non ha considerato che l’impresa si avvaleva di un’unica dipendente, in quanto il resto del lavoro era svolto dall’unico socio ed amministratore della società, ed ha omesso di prendere in esame una relazione di stima del patrimonio sociale prodotta in giudizio, da cui emergeva che le dimensioni dell’impresa e la sua organizzazione erano riconducibili a quelle di un’impresa artigiana, con utili assai limitati;

che il motivo è infondato;

che, come ripetutamente affermato dalla giurisprudenza di legittimità, la L. Fall., art. 1, nel testo riformulato dal D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5, art. 1, e successivamente sostituito dal D.Lgs. 12 settembre 2007, n. 169, art. 1, subordinando l’esenzione dal fallimento alla prova del mancato superamento congiunto dei requisiti dimensionali di cui al comma 2, ha delineato la figura dell’imprenditore assoggettabile a fallimento con esclusivo riferimento a parametri soggettivi di tipo quantitativo, prescindendo da quello, canonizzato nella nozione civilistica di piccolo imprenditore, della prevalenza del lavoro personale rispetto all’organizzazione aziendale fondata sul capitale e sul lavoro altrui, e rendendo pertanto inutilizzabile, per le finalità che interessano in questa sede, il criterio di cui all’art. 2083 c.c., il cui richiamo da parte dell’art. 2221 c.c. non spiega più alcuna rilevanza (cfr. Cass., Sez. I, 15/11/2010, n. 23052; 28/05/2010, n. 13086);

che correttamente, pertanto, la sentenza impugnata ha ritenuto del tutto inconferente l’invocazione da parte della reclamante della propria qualità d’imprenditore artigiano, in ordine alla quale ha peraltro evidenziato, soltanto ad abundantiam e conformemente all’orientamento della giurisprudenza di legittimità in tema di riconoscimento del privilegio di cui all’art. 2751-bis c.c., n. 5, l’irrilevanza dell’iscrizione nell’albo previsto dalla L. 8 agosto 1985, n. 443, art. 5, in quanto finalizzata esclusivamente alla fruizione delle provvidenze previste dalla legislazione regionale di sostegno, e quindi inidonea ad identificare l’impresa artigiana nei rapporti interprivati (cfr. Cass., Sez. I, 13/07/2018, n. 18723; 1/06/2017, n. 13887; 20/03/2015, n. 5685);

che la sentenza impugnata non merita censura neppure per aver omesso di esaminare la relazione di stima prodotta in giudizio, avendo la Corte di merito correttamente rilevato il carattere risalente della stessa, predisposta circa sei anni prima della dichiarazione di fallimento, e non emergendo dal suo contenuto, così come rappresentato nel ricorso, elementi idonei ad orientare in senso diverso la decisione;

che la descrizione delle dimensioni e dell’organizzazione dell’impresa deve considerarsi infatti ininfluente ai fini dell’accertamento dei requisiti indicati dalla L. Fall., art. 1, comma 2, mentre l’ammontare dei ricavi risulta imprecisato, e quindi non suscettibile di comparazione con quello indicato dalla lett. b) della medesima disposizione, e quello dell’esposizione debitoria è di per sé solo insufficiente ad escludere l’assoggettabilità al fallimento, ai fini della quale è necessario che nessuno dei tre parametri prescritti sia stato superato;

che con il secondo motivo la ricorrente deduce la violazione o la falsa applicazione della L. Fall., art. 1, comma 2, art. 15 e art. 18, comma 10, sostenendo che, nel dare atto della mancata produzione dei bilanci, la sentenza impugnata non ha considerato che l’inadempimento dell’onere probatorio non era imputabile ad essa ricorrente, ma all’incompletezza della documentazione consegnatale dalla SF Arcardia S.r.l., cui era stata affidata la tenuta della contabilità, la quale aveva impedito la predisposizione del bilancio relativo all’anno 2018 da parte del nuovo contabile incaricato di provvedervi;

che, a fronte dell’impossibilità di assolvere l’onere probatorio, l’accertamento della sussistenza delle condizioni prescritte per la dichiarazione di fallimento avrebbe dovuto aver luogo, ad avviso della ricorrente, mediante l’esercizio dei poteri istruttori ufficiosi spettanti al giudice di merito, da essa espressamente sollecitato con il reclamo;

che il motivo è infondato;

che, ai fini dell’esclusione della sussistenza dei requisiti di cui alla L. Fall., art. 1, comma 2, la sentenza impugnata non si è infatti limitata a dare atto della mancata approvazione e registrazione dei bilanci prodotti dalla società debitrice, ma ha evidenziato anche la mancata produzione di altri documenti idonei a colmare tale lacuna probatoria, nonché della situazione patrimoniale, economica e finanziaria aggiornata prescritta dalla L. Fall., art. 15, comma 4;

che tali rilievi si pongono perfettamente in linea con il principio, ribadito anche recentemente dalla giurisprudenza di legittimità, secondo cui i bilanci degli ultimi tre esercizi, da depositarsi ai sensi della L. Fall., art. 15, comma 4, non assurgono a prova legale, potendo il debitore assolvere l’onere posto a suo carico mediante il ricorso a strumenti probatori alternativi, e segnatamente avvalendosi delle scritture contabili dell’impresa o di qualunque altro documento, anche formato da terzi, suscettibile di fornire la rappresentazione storica dei fatti e dei dati economici e patrimoniali dell’impresa (cfr. Cass., Sez. I, 9/11/2020, n. 25025; 23/11/2018, n. 30516; Cass., Sez. VI, 27/09/2019, n. 24138);

che, in quest’ottica, anche a voler ritenere giustificata la mancata produzione dei bilanci e della situazione patrimoniale, in considerazione del comportamento inadempiente della società incaricata di tenere la contabilità della società debitrice, dovrebbe ugualmente escludersi che l’incompletezza della documentazione a quest’ultima consegnata comportasse un’assoluta impossibilità di fornire la prova richiesta ai fini dell’esclusione dell’assoggettabilità al fallimento, ben potendosi fare ricorso, a tal fine, ad altri mezzi istruttori, ivi compreso l’esercizio dei poteri officiosi riconosciuti al tribunale ed alla corte d’appello dalla L. Fall., art. 15, comma 6, e art. 18, comma 10;

che, in quanto volto esclusivamente a colmare le lacune probatorie, l’esercizio dei predetti poteri, avente un ruolo di supplenza, risulta peraltro subordinato ad una valutazione discrezionale del giudice di merito avente ad oggetto l’incompletezza degli elementi acquisiti e l’individuazione di quelli utili ai fini della decisione, nonché la loro reperibilità e rilevanza, ed è comunque limitato necessariamente ai fatti che abbiano costituito oggetto delle allegazioni difensive delle parti, la cui mancata specificazione, in questa sede, esclude la sindacabilità della scelta di non farvi ricorso, compiuta nella specie dalla Corte territoriale (cfr. Cass., Sez. I, 11/03/2019, n. 6991; 30/05/2013, n. 13643; 23/07/2010, n. 17281);

che il ricorso va pertanto rigettato, senza che occorra provvedere al regolamento delle spese processuali, avuto riguardo alla mancata costituzione degl’intimati.

P.Q.M.

rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso dallo stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 14 gennaio 2022.

Depositato in Cancelleria il 10 febbraio 2022

 

 

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