Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4351 del 23/02/2011

Cassazione civile sez. lav., 23/02/2011, (ud. 16/11/2010, dep. 23/02/2011), n.4351

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROSELLI Federico – Presidente –

Dott. LAMORGESE Antonio – rel. Consigliere –

Dott. IANNIELLO Antonio – Consigliere –

Dott. MORCAVALLO Ulpiano – Consigliere –

Dott. FILABOZZI Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

V.P.A., già elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

CUNFIDA 27, presso lo studio dell’avvocato ARMELISASSO MARINA,

rappresentato e difeso dall’avvocato SELMI LUCIANA, giusta delega in

atti e da ultimo domiciliato d’ufficio presso LA CANCELLERIA DELLA

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE;

– ricorrente –

contro

IL FORNO DI MARONE MICHELE & C. S.A.S., in persona del

legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

ORAZIO 3, presso lo studio dell’avvocato TAFURO FRANCESCO,

rappresentata e difesa dall’avvocato BIANCOLILLO MASSIMO, giusta

delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 350/2006 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 30/06/2006 R.G.N. 10167/04;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

16/11/2010 dal Consigliere Dott. ANTONIO LAMORGESE;

udito l’Avvocato BIANCOLILLO MASSIMO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

VELARDI Maurizio; che ha concluso per la dichiarazione di

inammissibilità.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO E MOTIVI DELLA DECISIONE

V.P.A. ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza depositata il 30 giugno 2006, con la quale la Corte di appello di Roma, in riforma della decisione di primo grado, ha rigettato la domanda da lui avanzata nei confronti della società “Il Forno di Marone Michele e C”, di impugnativa del licenziamento intimatogli da quest’ultima.

Il giudice del gravame ha ritenuto che il rapporto di lavoro si era risolto per mutuo consenso, avendo desunto dal loro comportamento una volontà delle parti in tal senso: dopo una richiesta da parte del datore di lavoro, di modifica delle condizioni di lavoro, non accettata dal lavoratore, il primo aveva affermato che “se non gli andava bene poteva andarsene”, e il secondo si era allontanato dal posto di lavoro, cessando poi di prestare la sua attività di pizzaiolo.

L’intimata ha resistito con controricorso.

Il ricorso è articolato in tre motivi.

Il primo denuncia violazione dell’art. 2697 cod. civ., sostenendo che il giudice del gravame non avrebbe tenuto conto della prova testimoniale espletata e di quella documentale acquisita.

Il secondo denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2118 cod. civ. e deduce che la sentenza impugnata avrebbe dovuto ritenere il datore di lavoro “parte recedente” dal rapporto, in considerazione dell’accertata circostanza della corresponsione al lavoratore dell’indennità sostitutiva del preavviso.

Il terzo motivo, nel denunciare violazione e falsa applicazione della L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 6, assume il licenziamento era stato intimato oralmente, per cui non era assoggettato, ai fini dell’impugnativa, al termine dei sessanta giorni previsto dalla norma denunciata.

Il ricorso è inammissibile.

Trattandosi di impugnazione proposta contro una sentenza pubblicata il 30 giugno 2006, si devono applicare le modifiche al processo di cassazione introdotte dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, e in particolare la disposizione dettata dall’art. 366 bis cod. proc. civ., senza che a nulla rilevi la sua abrogazione disposta dalla L. 18 giugno 2009 n. 69, che ha effetto – soltanto per i ricorsi per cassazione contro provvedimenti pronunciati dopo l’entrata in vigore della legge stessa.

Secondo quanto dispone il citato art. 366 bis cod. proc. civ., l’illustrazione di ciascun motivo di ricorso, nei casi di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 1), 2), 3) e 4), deve concludersi, a pena di inammissibilità, con la formulazione di un quesito di diritto, e nel caso previsto dall’art. 360, comma 1, n. 5, l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, sempre a pena di inammissibilità, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione.

Qui, però, come eccepito dalla resistente, per nessuno dei tre motivi innanzi esposti, è stato enunciato alcun quesito di diritto con riferimento alle violazioni di legge singolarmente dedotte e che in via esclusiva costituiscono le censure proposte.

Si deve perciò concludere per l’inammissibilità del ricorso, e il ricorrente, in applicazione del criterio della soccombenza, è tenuto alla rifusione, nei confronti della società “Il Forno di Marone Michele e C”, delle spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento, in favore della società resistente, delle spese del presente giudizio, liquidate in Euro 23,00 per esborsi e in Euro 1.500,00 (millecinquecento/00) per onorari, oltre spese generali, i.v.a. e c.p.a..

Così deciso in Roma, il 16 novembre 2010.

Depositato in Cancelleria il 23 febbraio 2011

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