Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4346 del 20/02/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 20/02/2017, (ud. 23/11/2016, dep.20/02/2017),  n. 4346

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 19137-2014 proposto da:

M.A., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR

presso la CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato

M.D. giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

INPS – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso l’AVVOCATURA CENTRALE

DELL’ISTITUTO, rappresentato e difeso dagli avvocati LUIGI CALIULO,

LIDIA CARCAVALLO, SERGIO PREDEN, ANTONELLA PATTERI giusta procura

speciale a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2675/2013 della CORTE D’APPELLO di LECCE del

18/06/2013, depositata il 16/07/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

23/11/2016 dal Consigliere Relatore Dott. ANTONIETTA PAGETTA;

udito l’Avvocato M.D. difensore della ricorrente che ha

chiesto l’accoglimento del ricorso.

Fatto

FATTO E DIRITTO

Con la domanda di cui al ricorso di primo grado M.A., titolare, con decorrenza 1.5.1979 di pensione di reversibilità in regime di convenzione con la Svizzera sulla base della totalizzazione dei contributi italiani con quelli esteri, premesso che la somma del pro rata italiano e del pro rata svizzero dava un importo complessivo superiore al trattamento minimo, ha chiesto l’accertamento, sul pro rata italiano, del diritto alla perequazione in cifra fissa prevista dalla L. n. 160 del 1975, art. 10e la condanna dell’INPS alla relativa erogazione.

La domanda è stata accolta dal giudice di primo grado.

Con sentenza n 2675/2013 la Corte di appello di Lecce, in riforma della decisione, ha respinto la originaria domanda.

Il giudice di appello ha ritenuto infondata la pretesa azionata dalla M. sulla base delle seguenti considerazioni: gli aumenti in cifra fissa L. n. 160 del 1975, ex art. 10possono essere attribuiti ai superstiti in aliquota di reversibilità ove riconosciuti o concessi al dante causa, circostanza non verificatasi nel caso di specie per mancanza del presupposti del relativo diritto; in base ai dati esposti in ricorso la M. non avrebbe comunque avuto diritto a quanto richiesto posto che la somma dei due pro rata di pensione, italiana ed estera, al netto delle quote per figli, non superava il trattamento minimo stabilito all’epoca.

Per la cassazione della decisione ha proposto ricorso M.A. sulla base di due motivi. L’INPS ha resistito con tempestivo controricorso. Parte ricorrente ha depositato memoria.

Il Consigliere relatore ha formulato proposta di inammissibilità del secondo motivo di ricorso con effetto di assorbimento del primo.

Il Collegio condivide la proposta del relatore non inficiata dalle deduzioni articolate in memoria da parte ricorrente.

Si premette che con il primo motivo parte ricorrente ha dedotto violazione e falsa applicazione della L. n. 160 del 1975, art. 10 dolendosi del fatto che la Corte territoriale avesse negato il diritto ai benefici in controversia per non essere gli stessi stati riconosciuti sussistenti in capo al de cuius; a tal fine ha osservato che il marito della M. era deceduto prima di conseguire il diritto a pensione di talchè il trattamento di reversibilità non poteva considerarsi promanante da quello del coniuge deceduto.

Con il secondo motivo ha dedotto omessa ovvero apparente, insufficiente e contraddittoria motivazione. Ha censurato la decisione per avere ritenuto che la somma dei pro rata non superasse il trattamento minimo, con effetto preclusivo del diritto al beneficio oggetto di causa. Si è doluta del fatto che la Corte territoriale non aveva tenuto conto che lo stesso INPS aveva dato atto che nel corso del giudizio era stata raggiunta la prova del superamento del trattamento minimo e ciò al di là degli importi indicati in ricorso (dati che peraltro dimostravano anch’essi il superamento del trattamento minimo).

Il secondo motivo di ricorso, che per il principio della “ragione più liquida” (ex. plurimis Cass. n. 12002 del 2014) viene esaminato per primo, è inammissibile, conseguendone l’assorbimento dell’esame del primo motivo.

Si premette che, trovando applicazione ratione temporis il disposto dell’art. 360 c.p.c., n. 5 nel testo attualmente vigente, non possono trovare ingresso in sede di legittimità le censure con le quali si denunzia l’insufficienza e contraddittorietà della motivazione ma solo quelle con le quali si denunzia l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che abbia costituito oggetto di discussione e abbia carattere decisivo (vale a dire che se esaminato avrebbe determinato un esito diverso della controversia).

In conseguenza la parte ricorrente è tenuta ad indicare, nel rigoroso rispetto delle previsioni di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6), e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4), – il fatto storico, il cui esame sia stato omesso, il dato, testuale (emergente dalla sentenza) o extratestuale (emergente dagli atti processuali), da cui ne risulti l’esistenza, il come e il quando (nel quadro processuale). (Cass. ss.uu. n. 8053/2014.).

La censura con la quale parte ricorrente si duole della omessa considerazione da parte del giudice di appello del fatto che l’INPS aveva dato atto che nel corso del giudizio era stata raggiunta la prova del superamento del trattamento minimo e ciò al di là degli importi indicati in ricorso (dati che fra l’altro dimostravano anch’essi il superamento del trattamento minimo), non è articolata in termini conformi alle prescrizioni sopra richiamaste.

Parte ricorrente omette di riportare in maniera esaustiva, con riguardo alle fasi di merito di primo e secondo grado, le deduzioni svolte sul punto dalle parti e l’eventuale documentazione offerta a riscontro dell’assunto del superamento del trattamento minimo. Inidonea a tal fine risulta la riproduzione, a pagina 8 del ricorso per cassazione, di un brano dell’atto di appello dell’INPS, trattandosi di una frase estrapolata evidentemente dall’ambito di un più ampio contesto argomentativo; da essa risulta solo l’affermazione dell’INPS che i dati riportati in ricorso erano stai successivamente corretti ma non anche che la somma dei due pro rata determinava il superamento del trattamento minimo, deduzione quest’ultima che si sarebbe posta in palese contraddizione con lo specifico motivo di gravame dell’istituto previdenziale, quale ricostruito dalla decisione impugnata e dallo stesso ricorso per cassazione (v. ricorso, pag. 3).

Il rigetto del secondo motivo di ricorso che investiva una delle autonome rationes decidendi alla base della sentenza impugnata, rende ultroneo l’esame del primo motivo.

Le spese del giudizio sono irripetibili ai sensi dell’art. 152 disp. att. c.p.c..

PQM

La Corte dichiara inammissibile il secondo motivo di ricorso, assorbito il primo. Dichiara irripetibili le spese del giudizio.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 23 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 20 febbraio 2017

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