Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4334 del 10/02/2022

Cassazione civile sez. I, 10/02/2022, (ud. 25/11/2021, dep. 10/02/2022), n.4334

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. MACRI’ Ubalda – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – rel. Consigliere –

Dott. FRAULINI Paolo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 11961/2017 r.g. proposto da:

G.B.E., (cod. fisc. (OMISSIS)), e

D.R.A., (cod. fisc. (OMISSIS)), rappresentati e difesi, giusta

procura speciale apposta a margine del ricorso, dall’Avvocato Paolo

Biancato, e dall’Avvocato Maria Massano, elettivamente domiciliati

in Roma, Via Otranto n. 36, presso lo studio dell’Avvocato Massano.

– ricorrenti –

contro

REGOLA (comunione familiare) di Casamazzagno,(cod. fisc. P. Iva

(OMISSIS)), in persona del legale rappresentante pro tempore

M.B.G., rappresentata e difesa, giusta procura speciale

apposta in calce al controricorso, dagli Avvocati Maurizio Paniz, e

Domenico Sagui, con i quali elettivamente domicilia in Belluno,

Piazza Gondar n. 22, presso lo studio dell’Avvocato Maria Antonelli,

che la rappresenta e difende unitamente agli altri difensori.

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte di appello di Venezia, depositata in

data 24.2.2017;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

25/11/2021 dal Consigliere Dott. Roberto Amatore.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. Con atto di citazione notificato in data 24.12.2003 G.B.E. e D.R.A. convennero in giudizio innanzi al Tribunale di Belluno la REGOLA (comunione familiare) di Casamazzagno – Sezione distaccata di Pieve di Cadore, chiedendo la dichiarazione di nullità e inefficacia delle Delib. adottate dall’assemblea della Regola del 27 dicembre 1998, con le quali era stata approvata la mozione di sfiducia nei confronti della commissione amministrativa con conseguente revoca della stessa e nomina dell’amministratore unico, oltre al risarcimento dei danni.

2. Riunito il giudizio così radicato (n. 02/2004) con quello (n. 186/2003) di analogo contenuto promosso dal Regoliere M.D. e con quello incardinato da M.B.M. (n. 187/2003), il Tribunale di Belluno, con la sentenza n. 242/2010 del 14.6.2010, respingeva in toto le domande proposte nei confronti della Regola di Casamazzagno, ritenendo che gli attori fossero decaduti dal diritto di impugnare le predette delibere assembleari.

3. Proposto gravame avverso la predetta sentenza da parte di G.B.E. e D.R.A. e dagli altri attori soccombenti in primo grado e disposta la riunione tra i giudizi, la Corte di Appello di Venezia ha rigettato l’appello principale e accolto invece quello incidentale in punto di compensazione delle spese di lite in primo grado.

La corte del merito ha ritenuto che: a:) all’epoca dell’approvazione delle delibere impugnate sussisteva la competenza arbitrale, ai sensi degli artt. 30 e 38 dello statuto della Regola, per cui gli attori avrebbero avuto l’onere di proporre impugnazione nel termine di decadenza di venti giorni, mentre a seguito dell’approvazione delle modifiche statutarie del 17.2.2002, entrate in vigore il 12.3.2002, era comunque venuta meno la competenza arbitrale e nel frattempo si era anche consumato il potere di impugnativa per decorrenza del termine di decadenza; b) non era dunque fondata la doglianza articolata dai diversi appellanti che avevano distinto, sulla base delle norme statutarie del 1989 dettate negli artt. 38 e 30, in due categorie le controversie rimettibili agli arbitri: da un lato, quelle tra Regola e regolieri o aventi diritto e quelltattinenti al rapporto sociale e ai diritti dei regolieri (art. 38) e, dall’altro, quelle relative agli amministratori e ai rapporti tra questi e l’ente (art. 30), per le quali ultime la norma statutaria non si era limitata a prevedere la possibilità di ricorrere al collegio arbitrale ma anche la facoltà di adire l’autorità giudiziaria ordinaria; c) a norma dell’art. 24 dello statuto potevano rivestire la carica di amministratori solo gli stessi regolieri e la Delib. di sfiducia della commissione adottata in data 27 dicembre 1998 era stata deliberata sotto la vigenza dello statuto del 23 aprile 1989; d) la tesi degli appellanti negava, in realtà, la portata generale dell’art. 38 dello statuto, che era invece resa evidente dalla lettera della norma negoziale da ultimo citata, ponendosi in contrasto con le regole di funzionamento della Regola che prevedevano la coincidenza tra le persone degli amministratori e quelle dei soci regolatori; e) risultano inspiegabili, secondo la diversa tesi interpretativa perorata dagli appellanti, le ragioni per le quali occorresse fornire un’esegesi distinta dell’art. 30, comma 5, dello statuto rispetto alla previsione generale dell’art. 38, posto che quest’ultima prevedeva una competenza indefettibile degli arbitri nelle controversie riguardanti la Regola e che, nel contempo, gli amministratori non potevano che essere regolieri, non essendo comprensibile perché, per le controversie riguardanti gli amministratori, dovesse applicarsi la previsione di una clausola arbitrale solo facoltativa; f) risultava dunque evidente che dell’art. 30, comma 5 – laddove disponeva che “contro i provvedimenti di revoca di uno o più amministratori, questi possono ricorrere al collegio arbitrale anche per il risarcimento dei danni se la revoca avviene per giusta causa” – costituiva un’applicazione specifica della regola stabilita dall’art. 38, prevedendo espressamente l’operatività della clausola arbitrale anche in ordine alle controversie riguardanti la revoca degli amministratori e che pertanto il termine “possono” risultava solo espressivo della facoltà attribuita agli amministratori revocati di adire gli arbitri; g) le possibilità di difesa degli amministratori revocati dovevano essere vagliate e commisurate rispetto alla disciplina convenzionale vigente all’epoca della Delib. di revoca e etea, nel dicembre 1998, lo statuto prevedeva il ricorso alla giustizia arbitrale entro termini circoscritti i quali erano tutti ampiamente, consumati alla data della citazione in giudizio del 23 dicembre 2003 ed anche al momento della modifica dello statuto del 17.2.2002; h) era corretta l’affermazione del tribunale secondo cui la Delib. assembleare, approvata dall’assemblea il 27 dicembre 1998, era stata correttamente pubblicata sull’edificio della Regola il 3.1.1999, non potendosi applicare la diversa modalità di pubblicazione prevista più di recente dalla legge regionale, di talché doveva considerarsi maturata la prevista decadenza dall’impugnativa di cui all’art. 38 dello statuto secondo cui la nomina dell’arbitro deve essere notificata al presidente della commissione amministrativa entro 20 giorni dalla scadenza dell’esposizione all’albo ovvero dall’eventuale notifica; i) il predetto termine non poteva considerarsi neanche invalido ex art. 2965 c.c., in ragione della sua denunciata brevità, posto che alla parte impugnante era richiesto solo di approntare nel predetto termine la nomina dell’arbitro e non già le sue difese; h) era fondato l’appello incidentale sulla disposta compensazione delle spese di lite posto che la controversia non poneva questioni interpretative difficoltose.

2. La sentenza, pubblicata il 24.2.2017, è stata impugnata da G.B.E. e D.R.A. con ricorso per cassazione, affidato a sette motivi, cui la REGOLA (comunione familiare) di Casamazzagno ha resistito con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Con il primo motivo i ricorrenti lamentano, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione degli artt. 1362,1363 e 1367 c.c., in relazione all’interpretazione degli artt. 30 e 38 dello statuto del 23.4.1989 della Regola di Casamazzagno. I ricorrenti evidenziano che l’impugnata sentenza non avrebbe tenuto conto che nella fattispecie concreta l’arbitrato non avrebbe potuto essere promosso in quanto, essendo in discussione la legittimità della revoca dell’incarico di presidente e di vicepresidente della commissione amministrativa, non sarebbe stata applicabile la previsione statutaria di cui al previgente art. 38 bensì quella speciale di cui al previgente art. 30, comma 5, che – secondo la loro prospettazione – avrebbe introdotto un’ipotesi di arbitrato facoltativo.

2.1 Il motivo – per come articolato – è inammissibile.

2.1.1 Sul punto giova ricordare che, secondo la giurisprudenza espressa da questa Corte, la parte che, con il ricorso per cassazione, intenda denunciare un errore di diritto o un vizio di ragionamento nell’interpretazione di una clausola contrattuale, non può limitarsi a richiamare le regole di cui agli artt. 1362 c.c. e segg., avendo invece l’onere di specificare i canoni che in concreto assuma violati, ed in particolare il punto ed il modo in cui il giudice del merito si sia dagli stessi discostato, non potendo le censure risolversi nella mera contrapposizione tra l’interpretazione del ricorrente e quella accolta nella sentenza impugnata, poiché quest’ultima non deve essere l’unica astrattamente possibile ma solo una delle plausibili interpretazioni, sicché, quando di una clausola contrattuale sono possibili due o più interpretazioni, non è consentito, alla parte che aveva proposto l’interpretazione poi disattesa dal giudice di merito, dolersi in sede di legittimità del fatto che fosse stata privilegiata l’altra (cfr. Sez. 3, Sentenza n. 28319 del 28/11/2017; Sez. 1, Ordinanza n. 16987 del 27/06/2018; Sez. 1, Ordinanza n. 995 del 20/01/2021).

2.1.2 Ciò posto, risulta evidente come la parte ricorrente – nell’indicare le clausole statutarie (art. 38 e art. 30, comma 5) di cui aveva denunciato l’errata lettura da parte dei giudici del merito – si sia limitata invero a prospettare un’esegesi del contenuto degli articoli dello statuto alternativa a quella accolta nella sede dei giudizi di merito, così sollecitando questa Corte di legittimità ad un riesame del merito della decisione che invece è inibita in questo particolare contesto decisorio di ultima istanza. E ciò a fronte di una motivazione adeguata che ha prospettato una lettura ragionevole e conforme sia alla volontà negoziale delle parti sia al complessivo contenuto delle due clausole statutarie da ultimo ricordate. Non può essere infatti sottaciuto – come già evidenziato anche dalla corte territoriale – che l’impugnazione della decisione assembleare di sfiduciare i componenti del comitato amministrativo riguardasse comunque una controversia tra la Regola ed i regolieri, posto che gli amministratori del predetto ente dovevano necessariamente essere scelti tra i regolieri, con la conseguenza che non avrebbe potuto neanche negarsi la riconducibilità della lite nella disposizione generale dettata dall’art. 38, di cui il precedente art. 30, comma 5, rivestiva la natura di norma contrattuale di attuazione e di immediata applicazione per le controversie riguardanti più specificatamente gli amministratori.

2.1.3 Ma anche le ulteriori antinomie denunziate dai ricorrenti nel motivo in esame non sono affatto convincenti e comunque richiedono di nuovo una rivalutazione del merito della decisione quanto all’interpretazione del contenuto delle clausole negoziali qui in esame. I ricorrenti, infatti, evidenziano, da un lato, come l’art. 30, comma 5, non indichi in alcun modo le modalità di accesso all’arbitrato, in ciò cercando di trovare una conferma alla propria opzione esegetica sulla natura facoltativa dell’arbitrato e, dall’altro, come l’art. 38 non avrebbe potuto comunque applicarsi posto che lo stesso stabiliva la notifica della nomina dell’arbitro al presidente della commissiona amministrativa e, cioè, allo stesso amministratore revocato con la Delib. oggetto di impugnazione in sede arbitrare.

Ancora una volta non può non rilevarsi come i ricorrenti, lungi dallo specificare i canoni interpretativi che in concreto si assumono violati, ed in particolare il punto ed il modo in cui il giudice del merito si sia dagli stessi discostato, si limitano a prospettare un’interpretazione diversa ed alternativa a quella accolta dai giudici del merito. E ciò senza neanche considerare che alle predette obiezioni è facile replicare – senza voler qui accedere ad un nuovo scrutinio del contenuto delle clausole contrattuali impugnate (ma solo per replicare puntualmente alle doglianze prospettate nel motivo di ricorso in esame) – nel senso che, da un lato, la mancanza, nell’art. 30, comma 5, della specificazione delle modalità di accesso all’arbitrato è spiegabile con la riconducibilità di questa disposizione statutaria nella clausola generale di cui al successivo art. 38, della quale la previsione dell’art. 30 rappresentava un’applicazione esplicativa per le controversie riguardanti più specificatamente gli amministratori e che, dall’altro, la denunciata difficoltà nella procedura di notifica della nomina dell’arbitro (questione che, peraltro, non risulta essere stata discussa nel giudizio di merito) era comunque anch’essa superabile tramite l’avvio della notificazione all’amministratore unico, quello, cioè, nominato in sostituzione dei componenti del comitato amministrativo revocato.

2. Con il secondo mezzo si deduce violazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 2, del principio della determinazione della competenza sulla base della domanda, con ciò incorrendo nella violazione più specificatamente dell’art. 5 del codice di rito.

3. Con il terzo motivo si censura il provvedimento impugnato, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per violazione degli artt. 1372, 1322, in relazione all’art. 808 c.p.c., in relazione all’eliminazione della clausola arbitrale da parte del nuovo statuto del 2002.

3.1 I due motivi – che riguardano profili di doglianza strettamente connessi – sono in realtà inammissibili.

3.1.1 Ritengono i ricorrenti, nella seconda censura, che la corte di appello, pur decidendo nel merito della controversia (ritenendo maturata la decadenza), avrebbe erroneamente ritenuto che l’eliminazione della clausola arbitrale inserita nello statuto del 1989 da parte del nuovo statuto del 2002 aveva comunque determinato la sopravvivenza della clausola arbitrale, senza invece considerare che, essendo stata proposta la domanda giudiziale nella vigenza del nuovo statuto del 2002, sarebbe stato invece corretto affermare la competenza del giudice ordinario ex art. 5 c.p.c..

3.1.2 Con la terza censura si evidenzia che la corte territoriale avrebbe erroneamente ritenuto che l’eliminazione della clausola arbitrale inserita nello statuto del 1989 da parte del nuovo statuto avrebbe determinato la sopravvivenza della clausola arbitrale pur a fronte di una volontà negoziale che aveva voluto ridisciplinare integralmente i rapporti associativi, senza prevedere nuovamente la deroga alla competenza del giudice ordinario.

3.2 Le doglianze, così articolate dai ricorrenti, sono invero inammissibili perché non colgono la ratio decidendi dei provvedimento impugnato, in quanto i giudici del merito non hanno pronunciato sulla competenza, decidendo invece nel merito e dichiarando, così, l’inammissibilità delle domande proposte per la consumazione del potere di impugnativa sulla base delle clausole statutarie sopra ricordate.

3.3 Le censure proposte dai ricorrenti non tengono infatti in considerazione la circostanza – pur valorizzata nella motivazione impugnata – secondo cui, nonostante l’intervenuta modificazione dello statuto dell’ente avvenuto nel 2002, quattro anni dopo i fatti di causa, nel frattempo era tuttavia intervenuta l’irrimediabile maturazione del termine decadenziale, di cui al sopra ricordato art. 38 dello statuto originario, per l’esercizio del potere di impugnativa delle contestate deliberazioni assembleari, di talché risultava contraria alla volontà negoziale delle parti proprio ritenere possibile una generalizzata “remissione in termini” in relazione a tutte le possibili controversie ricadenti sotto l’egida applicativa del primo statuto societario.

4. Con il quarto mezzo si denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione degli artt. 1361,1362,2936,2964 e 23 c.c., in relazione all’art. 810 c.p.c., in riferimento all’insussistenza di un termine decadenziale nell’art. 30 e nell’art. 38 dello statuto del 1989. Si evidenzia da parte dei ricorrenti che la corte di appello avrebbe erroneamente attribuito natura decadenziale al termine di venti giorni contemplato nell’art. 38 dello statuto per la designazione dell’arbitro nonostante la norma statutaria non prevedesse alcun effetto preclusivo derivante dall’inosservanza di tale termine in ordine al diritto di impugnare la deliberazione, osservando che, in primis, la previsione arbitrale speciale di cui all’art. 30, comma 5, non avrebbe stabilito alcun termine e che, inoltre, la previsione arbitrale generale di cui all’art. 38 avrebbe fatto riferimento al termine per la notifica della nomina dell’arbitro e non già a quello per l’impugnativa, senza contare che le norme codicistiche non ammetterebbero comunque una deroga convenzionale al regime prescrizionale.

4.1 La doglianza – per come prospettata – è anch’essa inammissibile.

Possono qui essere richiamate le riflessioni già spese in riferimento al primo motivo di censura, posto che le censure prospettate dai ricorrenti tentato di sollecitare ancora una volta questa Corte ad una inammissibile rivalutazione del contenuto della clausola compromissoria per approdare ad un diverso esito decisorio.

Del resto sul punto qui in discussione la motivazione impugnata è chiara nell’evidenziare che, secondo la lettera dell’art. 38, comma 2, dello statuto 1989, le delibere assembleari avrebbero dovuto essere impugnate con atto di avvio del giudizio arbitrale nel termine di 20 giorni dalla scadenza della loro esposizione nell’albo ovvero della loro eventuale notifica.

5. Con il quinto motivo i ricorrenti articolano, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, vizio di violazione e falsa applicazione dell’art. 105 c.p.c., in relazione agli artt. 99 e 163 c.p.c., per l’erronea attribuzione della qualità di parte intervenuta al G.B. che invece avrebbe rivestito la qualità di attore.

5.1 Il motivo è anch’esso inammissibile.

Non può infatti essere dimenticato che, secondo l’uniforme giurisprudenza espressa da questa Corte, la denuncia di vizi fondati sulla pretesa violazione di norme processuali non tutela l’interesse all’astratta regolarità dell’attività giudiziaria, ma garantisce solo l’eliminazione del pregiudizio subito dal diritto di difesa della parte in conseguenza della denunciata violazione; ne consegue che è inammissibile l’impugnazione con la quale si lamenti un mero vizio del processo, senza prospettare anche le ragioni per le quali l’erronea applicazione della regola processuale abbia comportato, per la parte, una lesione del diritto di difesa o altro pregiudizio per la decisione di merito (cfr. Cass. Sez. 3, Ordinanza n. 26419 del 20/11/2020; Cass. 26831/2014; Sez. 1, Sentenza n. 19759 del 09/08/2017).

Ciò detto, risulta evidente l’inammissibilità della doglianza prospettata dai ricorrenti posto che quest’ultimi si sono limitati solo ad evidenziare la violazione della norma processuale, senza specificare il concreto pregiudizio derivante all’esercizio del diritto di difesa ovvero altro pregiudizio per la più corretta adozione della decisione.

6. Il sesto mezzo denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, vizio di omesso esame di fatto decisivo oggetto di discussione tra le parti in relazione all’estinzione per inattività delle parti del giudizio arbitrale avviato dal G.B.. Evidenziano i ricorrenti l’erroneità della decisione della corte di appello laddove avrebbe ritenuto l’inammissibilità della domanda proposta da G. per essere già pendente la lite arbitrale senza considerare la questione relativa all’intervenuta estinzione del giudizio per inattività delle parti.

7. Con il settimo motivo si deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la nullità della sentenza e del procedimento per violazione degli artt. 50 e 122 c.p.c. e degli artt. 3,24 e 111 Cost..

7.1 Gli ultimi due motivi – che possono essere trattati congiuntamente, in ragione della connessione delle questioni prospettate – sono anch’essi inammissibili.

7.1.1 Le censure non superano il vaglio di ammissibilità sia perché denunciano un error in procedendo (omessa o erronea valutazione di un fatto processuale) sotto l’egida applicativa dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, anziché attraverso la prospettazione ed allegazione della conseguente nullità processuale (posto che in tal caso il vizio di motivazione non rileva: cfr. Cass. n. 8077/2012), sia perché, a tutto voler concedere, non emerge neanche dalla prospettazione dei ricorrenti la concreta rilevanza del vizio processuale denunciato.

7.1.2 Anche in relazione al settimo motivo occorre evidenziare che, da un lato, si denuncia solo astrattamente la violazione della norma processuale senza indicare il concreto pregiudizio derivante dal dedotto error in procedendo e che, dall’altro, la censura non tiene in considerazione la sopra ricordata ratio decidendi, risultando non pertinente la prospettata questione della competenza.

Ne consegue la declaratoria di inammissibilità del ricorso.

Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e vengono liquidate come da dispositivo.

Sussistono i presupposti processuali per il versamento da parte dei ricorrenti dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis (Cass. Sez. Un. 23535 del 2019).

PQM

dichiara inammissibile il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 7.000 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13 comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, se dovuto, dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 25 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 febbraio 2022

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