Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4325 del 20/02/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 20/02/2017, (ud. 23/11/2016, dep.20/02/2017),  n. 4325

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Presidente –

Dott. TORRICE Amelia – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

Dott. BOGHETICH Elena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 27912/2011 proposto da:

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE PREVIDENZA SOCIALE, C.F. (OMISSIS), in

persona del Presidente e legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso

l’Avvocatura Centrale dell’Istituto, rappresentato e difeso dagli

Avvocati ELISABETTA LANZETTA, LUCIA POLICASTRO, giusta delega in

atti;

– ricorrente –

contro

B.B., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, PIAZZA COLA DI RIENZO 69, presso lo studio dell’avvocato PAOLO

BOER, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato ANTONINO

RIZZO, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 497/2010 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA,

depositata il 19/11/2010 R.G.N. 201/2010;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

23/11/2016 dal Consigliere Dott. ELENA BOGHETICH;

udito l’Avvocato PISCHEDDA SAMUELA per delega verbale Avvocato

LANZETTA ELISABETTA;

udito l’Avvocato RIZZO ANTONINO;

udito l’Avvocato DE ANGELIS CARLO per delega verbale Avvocato BOER

PAOLO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MATERA Marcello, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

L’originario ricorrente, ex dipendente dell’Istituto nazionale della previdenza sociale, conseguiva – a decorrere dal 1 luglio 1990 e in esito a specifica procedura concorsuale – il 2^ livello differenziato di professionalità della 10^ qualifica funzionale, come disciplinato dal D.P.R. n. 43 del 1990. A seguito dell’annullamento da parte del T.A.R. Lazio della procedura concorsuale (sentenze n. 18982/1995 e n. 1636/1997, confermate dal Consiglio di Stato con decisione n. 868/1998), l’Inps procedeva – con provvedimento dell’8.4.2003 – alla rinnovazione della medesima, all’esito della quale l’odierno ricorrente non si collocava più in posizione utile per ottenere il 2^ livello di professionalità; l’ente procedeva, conseguentemente, a reinquadrarlo retroattivamente, con decorrenza dal 1 luglio 1990, nel 1^ livello differenziato, e – essendo nel frattempo cessato il rapporto di lavoro – provvedeva alla ricostituzione del trattamento di pensione ed alla rideterminazione dell’indennità di buonuscita e della pensione integrativa, sulla base di quanto dovuto in relazione all’inferiore inquadramento.

Con ricorso al Tribunale di Cremona, l’originario ricorrente chiedeva l’accertamento della illegittimità delle pretese avanzate dall’Inps ed il Tribunale ha accolto sia la domanda relativa al preteso indebito di natura retributiva sia le domande di accertamento negativo del credito di carattere pensionistico e relativo all’indennità di buonuscita. La Corte di appello di Brescia, con sentenza depositata il 19.11.2010, ha respinto l’appello dell’ente previdenziale confermando la irripetibilità sia delle differenze retributive corrisposte con riferimento al 2^ livello differenziato di professionalità, sia dell’indennità di buonuscita e della pensione integrativa. In ordine alle differenze retributive, la Corte territoriale ha richiamato i principi di buona fede dell’accipiens nonchè di pagamento delle prestazioni di fatto ex art. 2126 c.c., trattandosi di annullamento dell’atto di conferimento delle mansioni superiori equiparabile all’annullamento del contratto. In base al medesimo principio, il giudice di merito ha ritenuto correttamente liquidata sia l’indennità di buonuscita sia il trattamento pensionistico.

Per la cassazione della sentenza l’Inps ha proposto ricorso, affidato a due motivi, cui ha resistito con controricorso l’originario ricorrente. Entrambe le parti hanno depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo, l’Inps lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 2033 e 2126 c.c., T.U. n. 165 del 2001, art. 52, D.P.R. n. 43 del 1990, art. 14, come integrato dal D.I. 22 settembre 1990, n. 264, art. 12, sostituito dal D.I. 24 novembre 1990, n. 344, art. 13, convertito dalla L. n. 21 del 1991, nonchè violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 29 del 1993, art. 56, nel testo sostituito del D.Lgs. n. 80 del 1998, art. 25 e del D.Lgs. n. 387 del 1998, art. 15, ed omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso decisivo per il giudizio. Ribadisce che il trattamento retributivo provvisoriamente corrisposto al dipendente pubblico all’esito della selezione concorsuale non poteva assumere la natura di diritto quesito, dipendendo dall’esito finale del giudizio di fronte al giudice amministrativo. Le maggiori retribuzioni erano pertanto risultate sine titulo e conseguentemente ripetibili ex art. 2033 c.c.. Erroneamente inoltre la Corte di merito, in assenza di ogni supporto probatorio, aveva ritenuto che all’attribuzione del 2^ livello differenziato di professionalità corrispondesse l’attribuzione di mansioni superiori rispetto al 1^ livello, considerato che gli originari ricorrenti avevano continuato a svolgere le stesse mansioni. Inoltre, il conferimento del livello differenziato di professionalità introdotto dal D.I. n. 344 del 1990, art. 13, costituirebbe una mera modifica dell’assetto retributivo dei dipendenti, senza utilizzazione in mansioni diverse e superiori a quelle in precedenza espletate, circostanza, comunque, non accertata dalla Corte. In ogni caso, doveva applicarsi il D.Lgs. n. 29 del 1993, art. 56 (nel testo sostituito del D.Lgs. n. 80 del 1998, art. 25) che vietava il pagamento dei differenziali retributivi dovuti a seguito di svolgimento di mansioni superiori.

2. Con il secondo motivo l’Inps deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 5, 27 e 33 dei Regolamento per il trattamento di previdenza e di quiescenza del personale a rapporto di impiego dell’Inps e della L. n. 70 del 1975, art. 13, nonchè omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia. Lamenta che la soluzione adottata dalla Corte territoriale si pone in violazione delle norme regolamentari indicate, secondo le quali – in base alla più recente interpretazione della Corte di Cassazione sia la pensione integrativa che l’indennità di buonuscita vengono calcolati sulla base degli emolumenti spettanti al dipendente in base alla qualifica posseduta all’atto della cessazione dal servizio (ovvero, per la pensione integrativa, alla data di chiusura del fondo 30/9/1999), ritenuti utili a tale fine da norme regolamentari, contrattuali e di legge.

3. Il primo motivo del ricorso non è fondato.

Questa Corte ha già affermato (sentenza n. 7424/2016), proprio con riguardo alla progressione di carriera dei dipendenti dell’Inps, che il D.P.R. n. 43 del 1990, art. 14, comma 14 – nel condizionare l’accesso ai livelli differenziati di professionalità ad un concorso per titoli cui possono partecipare i dipendenti, appartenenti alla decima qualifica funzionale, in possesso di una data anzianità e che abbiano, per un determinato periodo, effettivamente prestato servizio nella predetta qualifica – ha inteso riconoscere l’aumento retributivo solo a coloro che si fossero dimostrati più meritevoli, correlando la progressione economica al maggior valore professionale della prestazione resa. Invero, tale normativa va letta in coerenza con i principi di perequazione retributiva – ricavabili dal combinato disposto dell’art. 3 Cost., comma 1 e art. 36 Cost., comma 1 e dalla normativa in materia di pubblico impiego (D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 45, che ha recepito il D.Lgs. n. 29 del 1993, art. 49, come sostituito dal D.Lgs. n. 546 del 1993, art. 23 – e di buon andamento e imparzialità dell’amministrazione pubblica (art. 97 Cost., comma 2), sicchè la progressione economica deve tradursi nel correlato maggior valore professionale della prestazione richiedibile, e quindi in un risultato del quale l’amministrazione possa effettivamente valersi, il quale solo giustifica l’incremento

patrimoniale. Lo stesso Istituto, d’altra parte, ha rilevato che la introduzione (ad opera del D.P.R. 13 gennaio 1990, n. 43, art. 14, aggiunto dal D.L. n. 344 del 1990, art. 13, convertito con modificazioni in L. n. 21 del 1991) dei concorsi per titoli rispetto alle precedenti mere progressioni automatiche di anzianità ha perseguito la finalità di correlare la progressione stipendiale al maggior impegno professionale manifestato ossia all’accertamento, mediante concorso per titolo, di una acquisita maggiore capacità professionale rispetto agli altri concorrenti che rappresentasse garanzia (come osservato anche dal Consiglio di Stato nella sentenza n. 3255 del 2004) di una “migliore organizzazione dell’amministrazione” ed una maggiore affidabilità al fine dell’assegnazione di mansioni più complesse.

Al riguardo la Corte di merito ha accertato che l’introduzione del livello differenziato di professionalità, da attribuire tramite concorso per titoli, ha presupposto – nel rispetto dei principi di efficienza e di buon andamento dell’amministrazione – una stretta correlazione tra aumenti retributivi e capacità professionali, rappresentando una verifica ex post dell’acquisizione di superiori livelli di capacità professionale di cui l’Istituto si è avvantaggiato mediante un’offerta di una maggiore qualità del servizio offerto sino alla cessazione del rapporto di lavoro, e ciò a prescindere da un successivo mutamento di mansioni.

Pertanto, l’utilizzo di tali capacità professionali da parte dell’Inps ha correttamente condotto la Corte di merito a riconoscere l’irripetibilità delle somme percepite durante il periodo di riconoscimento del livello superiore di professionalità – successivamente revocato a seguito delle sentenze di annullamento della graduatoria di concorso da parte del giudice amministrativo – in considerazione del lavoro effettivamente prestato, ai sensi dell’art. 2126 c.c. (e, tramite detta disposizione, dell’art. 36 Cost.), da reputarsi compatibile con il regime del lavoro pubblico contrattualizzato (Cass. nn. 22287/2014, 11248/2012, 10759/2009).

La Corte territoriale ha statuito la non ripetibilità, da parte dell’Inps, degli emolumenti retributivi percepiti dal suo ex dipendente a seguito di acquisizione (poi annullata) del livello superiore di professionalità e si è conformata ai principi innanzi esposti.

4. Il secondo motivo del ricorso va accolto.

4.1 Questa Corte ha affermato che l’art. 5 del Regolamento per il trattamento di previdenza e quiescenza del personale impiegatizio dell’INPS considera come retribuzione utile ai fini del calcolo delle prestazioni erogate dal fondo INPS di previdenza integrativa (c.d. “retribuzione spettante” ai fini del calcolo dell’indennità di buonuscita e della pensione integrativa) unicamente lo stipendio lordo, eventuali assegni personali ed altre competenze a carattere fisso e continuativo e non comprende, invece, tutte le indennità ed i compensi corrisposti a titolo di trattamento accessorio, quali le differenze retributive per mansioni superiori, che non sono emolumenti dipendenti dalla qualifica di appartenenza ed dall’anzianità ma costituiscono voci retributive collegate all’effettività ed alla durata della prestazione di fatto, priva di effetti, per il rapporto di lavoro pubblico contrattualizzato, ai fini dell’inquadramento del lavoratore nella superiore qualifica (ex plurimis Cass. nn. 27125/2014, 6768/2016). Invero, la pensione integrativa e l’indennità di buonuscita vengono calcolate sulla base degli emolumenti “spettanti” al dipendente in base alla qualifica posseduta all’atto della cessazione dal servizio ovvero, per la pensione integrativa, alla data di chiusura del Fondo (prevista dalla L. n. 144 del 1999, art. 64, con decorrenza 30.9.1999).

Il principio deve ritenersi includere altresì le differenze retributive percepite in esecuzione di un provvedimento di riconoscimento di un livello di professionalità superiore successivamente annullato da una sentenza emessa dalla giurisprudenza amministrativa.

Il computo dell’indennità di buonuscita e della pensione integrativa doveva, pertanto, essere effettuato senza tenere in considerazione gli emolumenti percepiti a seguito del riconoscimento (successivamente annullato) del livello superiore di professionalità.

4.2 In ordine al diritto dell’Inps di ripetere le somme differenziali erogate in eccesso sulla pensione integrativa, questa Corte, in tema di previdenza integrativa aziendale, ha già affermato (S.U. n. 2333/1997, e, da ultimo, ord. n. 3183/2014) che la previsione di irripetibilità sancita dalla L. 9 marzo 1989, n. 88, art. 52(interpretata autenticamente dalla L. 30 dicembre 1991, n. 492, art. 13), concerne somme indebitamente erogate nell’ambito delle sole gestioni obbligatorie, sostitutive o integrative dell’A.G.O., le quali sono regolate da specifiche norme di legge, e, pertanto non è applicabile con riguardo a ipotesi di indebito concernente forme integrative di previdenza aziendale, istituite e disciplinate dalla contrattazione collettiva o da norme regolamentari, come, appunto, il trattamento pensionistico integrativo a carico del

fondo di previdenza del personale dell’INPS. L’Inps può, pertanto, ripetere le somme erroneamente corrisposte secondo le normali regole civilistiche dell’art. 2033 c.c..

Le Sezioni Unite hanno precisato che tale disciplina risulta sostituita integralmente per i periodi anteriori al 1 gennaio 1996 dalla L. 23 dicembre 1996 n. 662, art. 1, commi 260, 261, 262, 263 e 265 (salvo che non sia avvenuto il recupero dell’indebito da parte dell’INPS). Il periodo è stato poi esteso sino al 10.1.2001 dalla L. n. 448 del 2001, art. 38, commi 6 – 8. In forza di tali norme, nei confronti degli assicurati cui indebitamente siano state erogate prestazioni “a carico degli enti pubblici di previdenza obbligatoria” (“a carico dell’Inps” secondo la L. n. 448) la ripetizione non è proponibile, qualora essi siano percettori di un reddito personale imponibile IRPEF per l’anno 1995 di importo pari o inferiore a Lire 16 milioni (L. n. 662, art. 1, comma 260), mentre (comma 261), qualora siano percettori di un reddito superiore, non è proponibile nei soli limiti di un quarto dell’importo riscosso. La ripetizione, ove proponibile e comunque mai nei confronti degli eredi del pensionato (comma 263), è attuata secondo le modalità e la rateazione di cui al comma 262. Risultano, quindi, rilevanti ai fini della ripetibilità degli indebiti previdenziali anteriori al primo gennaio 1996 (rectius anteriori al 10.1.2001 ex L. n. 448 del 2001) soltanto il requisito reddituale e quello soggettivo del pensionato, e, per quanto qui in particolare interessa, non più il riferimento al carattere obbligatorio o no della pensione integrativa (come necessario per l’applicazione della L. n. 88 del 1989, art. 52), bensì l’essere quest’ultima a carico dell’INPS, quale “ente pubblico di previdenza obbligatoria”. Affinchè operi il principio della soluti retentio è quindi richiesto, nei confronti del pensionato, il mancato superamento di una determinata soglia di reddito (il cui onere della prova è a carico del percettore).

La questione relativa all’onere probatorio nel giudizio promosso dall’assicurato nei confronti dell’ente previdenziale per contrastare la pretesa di quest’ultimo alla restituzione di somme erogate a titolo pensionistico è stata decisa dalle Sezioni unite con la sentenza n. 18046/2010, che ha composto il contrasto di giurisprudenza sorto al riguardo nella Sezione lavoro, nei sensi di cui al seguente principio di diritto: “In tema di indebito, anche previdenziale, ove l’accipiens chieda l’accertamento negativo della sussistenza del suo obbligo di restituire quanto percepito, egli deduce necessariamente in giudizio il diritto alla prestazione già ricevuta, ossia un titolo che consenta di qualificare come adempimento quanto corrispostogli dal convenuto, sicchè egli ha l’onere di provare i fatti costitutivi di tale diritto”. Principio ribadito da ultimo da Cass. n. 1228/2011.

La Corte territoriale, limitandosi all’affermazione di una diversa, non corretta, regola iuris, ha omesso tali accertamenti e pertanto la statuizione impugnata deve essere cassata con rinvio, rimettendosi al giudice di rinvio di verificare le posizioni della parte in base ai principi sopra richiamati.

5. In conclusione, la Corte accoglie il secondo motivo del ricorso, rigetta il primo motivo. Cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Corte di appello di Milano.

PQM

La Corte accoglie il secondo motivo del ricorso, rigetta il primo motivo. Cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Corte di appello di Milano.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 23 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 20 febbraio 2017

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