Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4325 del 10/02/2022

Cassazione civile sez. VI, 10/02/2022, (ud. 25/11/2021, dep. 10/02/2022), n.4325

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – rel. Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da

O.I., nato il 15 settembre 1993 in Edo State

(Nigeria), elettivamente domiciliato in Forlì, viale Matteotti n.

115, presso lo studio dell’avv. Rosaria Tassinari (P.E.C.

rosaria.tassinari.ordineavvocatifolricesena.eu) che lo rappresenta e

difende per procura speciale in calce al ricorso per cassazione;

– ricorrente –

nei confronti di:

Ministero dell’interno;

– resistente –

avverso il decreto n. 7653/2020 del ‘Tribunale di Bologna, depositato

in data 18 novembre 2020, R.G. n. 13434/2018;

sentita la relazione in camera di consiglio del relatore consigliere

Dott. Nazzicone Loredana.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

Con ricorso D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 35-bis, O.I., nato il (OMISSIS) a Ebuveme in Edo State (Nigeria), ha adito il Tribunale di Bologna impugnando il provvedimento con cui la competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale ha respinto la sua richiesta di protezione internazionale, nelle forme dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e della protezione umanitaria.

Il Tribunale ha ritenuto insussistenti i presupposti per il riconoscimento di ogni forma di protezione.

Avverso il predetto decreto il ricorrente con atto notificato il 9 dicembre 2020 ha proposto ricorso per cassazione, svolgendo 3 motivi.

L’intimata Amministrazione dell’Interno ha depositato atto di costituzione al fine di poter eventualmente partecipare alla discussione orale.

Il ricorso è stato assegnato all’adunanza in camera di consiglio non partecipata, ritenuto i presupposti ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c..

Diritto

RITENUTO

CHE:

1. – Il ricorso per cassazione svolge i seguenti motivi:

“I) Violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e 5, per non avere il Tribunale di Bologna applicato nella Specie il principio dell’onere della prova attenuato così come affermato dalle S. U. con la sentenza n. 27310 del 2008 e per non avere valutato la credibilità del richiedente alla luce dei parametri stabiliti dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, in relazione al punto 3 dell’art. 360 c.p.c. e per difetto di motivazione;

II) Violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c) per non avere il Tribunale di Bologna riconosciuto la sussistenza di una minaccia grave alla vita del cittadino straniero derivante da una situazione di violenza indiscriminata così come meglio definita nella sentenza della Corte di Giustizia C-465/07 meglio conosciuta come Elgafaji;

III) Violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, per non avere il Tribunale di Bologna esaminato compiutamente la ricorrenza dei requisiti per la protezione umanitaria, omettendo di verificare la sussistenza dell’obbligo costituzionale ed internazionale a fornire protezione in capo a persone che fuggono da paesi in cui vi siano sconvolgimenti tali da impedire una vita senza pericoli la propria vita ed incolumità”.

In particolare, con il primo motivo il ricorrente si duole che il Tribunale, in violazione del principio dell’onere della prova attenuato, abbia ritenuto il racconto del ricorrente non credibile: al contrario, il racconto sarebbe “lineare e privo di contraddizioni rappresentando una realtà dei fatti del tutto verosimile e supportata dalle fonti internazionali di studio sulla società nigeriana”; il Tribunale avrebbe condotto un’intervista sommaria, senza porre quesiti al fine di colmare lacune o chiarire le eventuali apparenti incongruenze nelle dichiarazioni del ricorrente e senza considerare il tempo trascorso e i traumi subiti, nonché in violazione del dovere di cooperazione istruttoria.

Con il secondo motivo, si deduce che la motivazione del Tribunale sia insufficiente, alla luce delle fonti COI, ai fini della valutazione della situazione attuale nel Paese di provenienza.

Con il terzo motivo, si lamenta che erroneamente il Tribunale non avrebbe riconosciuto la protezione umanitaria, sebbene sussista l’integrazione del ricorrente in Italia, dato che egli ha frequentato corsi di formazione e svolge attività lavorativa documentata con il contratto di lavoro e le buste paga.

2. – Nel richiedere il riconoscimento della protezione internazionale o ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, il ricorrente espose le seguenti ragioni: di appartenere all’etnia Edo; di professare la religione cristiana; di aver perso il padre all’età di un anno; a seguito della morte del padre, il ricorrente e la madre venivano cacciati dalla casa familiare dallo zio, persona influente in quanto politico del partito APC; di essersi trasferito insieme alla madre nella casa dei genitori della stessa a Benin City, mentre lo zio si era appropriato di tutte le proprietà del padre; nel 2016 il ricorrente si rivolgeva allo zio per rivendicare le proprietà e a seguito del suo rifiuto si rivolgeva agli anziani del villaggio per una mediazione; di aver subito minacce dallo zio; di essere stato sequestrato a settembre 2016 da due persone mandate dallo zio e tenuto segregato per quattro giorni e di essere stato liberato da uno dei due uomini dopo avergli raccontato la propria storia; di aver lasciato la Nigeria il 9 settembre 2016; di essere giunto in Libia il 15 settembre 2019, dove sarebbe stato sequestrato per quattro mesi dal gruppo criminale degli Asma Boys; di essere riuscito a fuggire trasferendosi in un’altra città libica, lavorandovi per 6 mesi e di essere giunto in Italia il 29 giugno 2017.

Il Tribunale ha ritenuto il racconto del ricorrente non credibile, in

quanto generico, confuso e privo di dettagli qualificanti il pericolo, evidenziando altresì gli elementi contraddittori del racconto.

Esclusa la ricorrenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione internazionale in base al giudizio di non credibilità, il Tribunale ha anche escluso i requisiti per la protezione ai sensi dell’art. 14, lett. c), sulla base delle aggiornate COI consultate e menzionate.

Il Tribunale ha, altresì, escluso la ricorrenza dei requisiti per il rilascio del permesso di soggiorno, ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, in considerazione dell’inattendibilità della vicenda, della mancata allegazione di circostanze di particolare vulnerabilità soggettiva, della situazione nel Paese di origine del ricorrente e – sebbene il Tribunale ha dato atto della documentazione lavorativa prodotta dal ricorrente per attività lavorative stagionali in agricoltura ritenendo che “sicuramente dimostrata la seria intenzione del ricorrente di integrarsi nel nostro Paese” – ha ritenuto non raggiunta l’integrazione sociale in Italia.

3. – Il ricorso è inammissibile.

4. – Anzitutto, radicalmente la corte del merito ha ritenuto il ricorrente non credibile, sulla base di ampie e circostanziate argomentazioni: al riguardo, questa Corte ha chiarito come “In tema di proteione internnionale, l’attenuazione dell’onere probatorio a carico del richiedente non esclude l’onere di compiere ogni ragionevole sforzo per circostanziare la domanda D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. a), essendo possibile solo in tal caso considerare “veritieri” i fatti narrati; la valutazione di non credibilità del racconto, costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito il quale deve valutare se le dichiarazioni del richiedente siano coerenti e plausibili, D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c), ma pur sempre a fronte di dichiarazioni sufficientemente specifiche e circostanziate” (Cass. 30 ottobre 2018, n. 27503) e “In materia di protezione internazionale, l’accertamento del giudice di merito deve innanzi tutto avere ad oggetto la credibilità soggettiva della versione del richiedente circa l’esposizione a rischio grave alla vita o alla persona; qualora le dichiarazioni siano giudicate inattendibili alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, non occorre procedere ad un approfondimento istruttorio o icioso circa la prospettata situazione persecutoria nel Paese di origine, salvo che la mancanza di veridicità derivi esclusivamente dall’impossibilità di fornire riscontri probatori” (Cass. 27 giugno 2018, n. 16925; e v. Cass. 5 febbraio 2019, n. 3340).

In particolare, il decreto impugnato è pienamente conforme ai principi espressi da questa Corte (da ultimo, Cass. 24 febbraio 2021, n. 5043), laddove, da un lato, rispetta i canoni legalmente predisposti di valutazione della credibilità del dichiarante D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, e dall’altro lato, espone, all’esito di un esame completo dei fatti di rilievo, una motivazione congrua, effettiva e chiara sul punto, tanto da sottrarsi ad ogni critica, vuoi di violazione di legge ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, vuoi di omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Fermo restando che, in ogni caso, non è deducibile in sede di legittimità la eventuale mera insufficienza di motivazione o la prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito (e multis, Cass. 5 febbraio 2019, n. 3340, cit.).

5. – Per il resto, il giudice del merito ha ampiamente esaminato e citato le fonti a sostegno della decisione, né sussiste dunque alcuna motivazione apparente, al contrario esponendo il decreto argomenti diffusi e precisi.

A ciò si aggiunga che, nell’argomentazione del primo motivo di ricorso la difesa inammissibilmente fa riferimento al Tribunale di Roma (parag. 6 della pag. 8 del ricorso per cassazione), laddove il provvedimento impugnato è stato invece emesso dal Tribunale di Bologna.

Quanto alla protezione umanitaria, il Tribunale ha fatto corretta applicazione delle norme che la regolano, stigmatizzando la mancata allegazione e prova di circostanze concrete idonee a fondarla.

Ne’ il ricorso è specifico nella contestazione delle valutazioni del provvedimento impugnato circa la condizione del richiedente ed il suo difetto di integrazione lavorativa, senza tuttavia che il medesimo fornisca, al di là di generici richiami normativi, indicazioni specifiche che evidenzino una situazione particolare di vulnerabilità.

6. – In definitiva, il giudice del merito ha ritenuto il richiedente non credibile ed ha comunque proceduto ad approfondire la situazione del paese di origine sulla base di documentazione aggiornata, escludendo ogni pericolo per il medesimo, nonché ogni situazione di vulnerabilità anche astrattamente riconducibile nella fattispecie normativa.

Pertanto, da un lato il provvedimento impugnato ha compiutamente esaminato la situazione fattuale, dall’altro il ricorrente non fa che riproporre unicamente un giudizio sul fatto, onde il ricorso si palesa inammissibile, in quanto si chiede di ripetere attività preclusa in virtù della funzione di legittimità.

7. – Non occorre provvedere sulle spese di lite, non svolgendo difese

l’intimato.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, come modificato dalla L. n. 228 del 2012, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello richiesto, se dovuto, per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 25 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 febbraio 2022

 

 

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