Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4324 del 10/02/2022

Cassazione civile sez. VI, 10/02/2022, (ud. 25/11/2021, dep. 10/02/2022), n.4324

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – rel. Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da

J.A., cittadino gambiano, nato il (OMISSIS), elettivamente

domiciliato in Vicenza, via Napoli n. 4, presso lo studio dell’avv.

Massimo Rizzato (p.e.c. massimo.rizzato.ordineavvocativicenza.it)

che lo rappresenta e difende per procura speciale in calce al

ricorso per cassazione;

– ricorrente –

Ministero dell’Interno;

– resistente –

avverso il decreto del Tribunale di Venezia depositato in data 17

settembre 2020, R.G. n. 2304/19;

sentita la relazione in camera di consiglio del relatore cons.

Loredana Nazzicone.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

Con ricorso ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 35-bis, J.A., nato il (OMISSIS) in Gambia ha adito il Tribunale di Venezia impugnando il provvedimento con cui la competente Commissione territoriale ha respinto la sua richiesta di protezione internazionale, nelle forme dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria, e di protezione umanitaria.

Il Tribunale, a seguito dell’audizione, ha ritenuto insussistenti presupposti per il riconoscimento di alcuna forma di protezione.

Avverso il predetto decreto ha proposto ricorso per cassazione J.A., sollevando una questione di legittimità costituzionale e svolgendo un unico motivo di ricorso.

L’intimata Amministrazione ha depositato atto di costituzione al fine di poter eventualmente partecipare alla discussione orale.

Il ricorso è stato assegnato all’adunanza in camera di consiglio non partecipata, ritenuti i presupposti dell’art. 380-bis c.p.c..

Diritto

RITENUTO

Che:

1. – L’unico motivo di ricorso è così rubricato: “1. Violazione protezione sussidiaria (violazione D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14)”: esso censura la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, sulla protezione sussidiaria, per non avere il decreto impugnato ritenuto che, se il ricorrente tornasse nel proprio paese di origine, correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno; il ricorso censura la motivazione resa dal Tribunale nella parte in cui essa si limita ad escludere la sussistenza di una situazione di violenza generalizzata, senza tener conto della instabile situazione socio-politica della Nigeria.

Inoltre, il ricorrente deduce la “illegittimità del D.L. 17 febbraio 2017, n. 13, per violazione del requisito di straordinaria necessità e urgenza e violazione dell’art. 77 e 111 Cost. e dei limiti previsti dalla L. n. 400 del 1988, art. 14”, sollevando questione di legittimità costituzionale, in relazione alla mancanza dei requisiti, previsti dall’art. 77 Cost., di straordinaria necessità e urgenza nell’emanazione del D.L. n. 13 del 2017 (Decreto Minniti), alla violazione del diritto di difesa e a quello del giusto processo di cui all’art. 111 Cost., comma 1.

2. – Nel richiedere la protezione internazionale, il ricorrente espose di essere fuggito dal Gambia per paura di essere ucciso dai parenti dell’uomo deceduto a causa di un incidente automobilistico da lui accidentalmente causato.

Il Tribunale ha ritenuto che la vicenda narrata dal ricorrente risulta non credibile, in quanto generica in merito alla dinamica dell’incidente, inverosimile quanto alla fuga dall’ospedale presso il quale lo stesso era ricoverato e contraddittoria rispetto a quanto narrato dinnanzi alla Commissione territoriale. Inoltre, il Tribunale ha escluso la sussistenza di una situazione di violenza generalizzata in Gambia sulla base di informazioni disponibili ed ampie fonti citate. Parimenti, il Giudice di merito ha ritenuto insussistenti i presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria, sulla base dell’esito negativo del giudizio di credibilità e dell’assenza di particolari profili di integrazione del ricorrente.

3. – La questione di costituzionalità è manifestamente infondata, essendo a tal fine sufficiente alla sentenza che ha ampiamente delibato la questione (Cass. n. 17717 del 2018), escludendo la fondatezza della stessa sotto molteplici profili.

4. – Per il resto, il ricorso è inammissibile.

Anzitutto, radicalmente la corte del merito ha ritenuto il ricorrente non credibile, sulla base di ampie e circostanziate argomentazioni: al riguardo, questa Corte ha chiarito come “In tema di protezione internazionale, l’attenuazione dell’onere probatorio a carico del richiedente non esclude l’onere di compiere ogni ragionevole sforo per circostanziare la domanda ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. a), essendo possibile solo in tal caso considerare “veritieri” i fatti narrati; la valutazione di non credibilità del racconto, costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito il quale deve valutare se le dichiara ioni del richiedente siano coerenti e plausibili, ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c), ma pur sempre a fronte di dichiarazioni sufficientemente specifiche e circostanziate” (Cass. 30 ottobre 2018, n. 27503) e “In materia di protezione internazionale, l’accertamento del giudice di merito deve innanzi tutto avere ad oggetto la credibilità soggettiva della versione del richiedente circa l’esposizione rischio grave alla vita o alla persona; qualora le dichiarazioni siano giudicate inattendibili alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, non occorre procedere ad un approfondimento istruttorio officioso circa la prospettata situazione persecutoria nel Paese di origine, salvo che la mancanza di veridicità derivi esclusivamente dall’impossibilità di fornire riscontri probatori” (Cass. 27 giugno 2018, n. 16925; e v. Cass. 5 febbraio 2019, n. 3340).

In particolare, il decreto impugnato è pienamente conforme ai principi espressi da questa Corte (da ultimo, Cass. 24 febbraio 2021, n. 5043), laddove, da un lato, rispetta i canoni legalmente predisposti di valutazione della credibilità del dichiarante ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5 e dall’altro lato, espone, all’esito di un esame completo dei fatti di rilievo, una motivazione congrua, effettiva e chiara sul punto, tanto da sottrarsi ad ogni critica, vuoi di violazione di legge ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, vuoi di omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Fermo restando che, in ogni caso, non è deducibile in sede di legittimità la eventuale mera insufficienza di motivazione o la prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito (ex multis, Cass. 5 febbraio 2019, n. 3340, cit.).

5. – Per il resto, il giudice del merito ha ampiamente esaminato e citato le fonti a sostegno della decisione, esponendo il decreto argomenti diffusi e precisi.

Il motivo, invero, richiama informazioni alternative a quelle utilizzate dal Tribunale, senza riportare la fonte da cui sono tratte (vi è un riferimento ad Amnesty International, privo di indicazione del titolo del documento o di una data).

In definitiva, il giudice del merito ha ritenuto il richiedente non credibile ed ha comunque proceduto ad approfondire la situazione del paese di origine sulla base di documentazione aggiornata, escludendo ogni pericolo per il medesimo, nonché ogni situazione di vulnerabilità anche astrattamente riconducibile nella fattispecie normativa.

Pertanto, da un lato il provvedimento impugnato ha compiutamente esaminato la situazione fattuale, dall’altro il ricorrente non fa che riproporre unicamente un giudizio sul fatto, onde il ricorso si palesa inammissibile, in quanto si chiede di ripetere attività preclusa in virtù della funzione di legittimità.

6. – Non occorre provvedere sulle spese di lite, non svolgendo difese l’intimato.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, come modificato dalla L. n. 228 del 2012, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello richiesto, se dovuto, per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 25 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 febbraio 2022

 

 

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