Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4323 del 10/02/2022

Cassazione civile sez. VI, 10/02/2022, (ud. 25/11/2021, dep. 10/02/2022), n.4323

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – rel. Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da

O.K., cittadino nigeriano, nato il (OMISSIS), elettivamente

domiciliato in Vicenza, via Napoli n. 4, presso lo studio dell’avv.

Massimo Rizzato (p.e.c. massimo.rizzato.ordineavvocativicenza.it)

che lo rappresenta e difende per procura speciale in calce al

ricorso per cassazione;

– ricorrente –

Ministero dell’interno;

– resistente –

avverso il decreto n. 9091 del Tribunale di Venezia, depositato in

data 21 ottobre 2020, R.G. n. 2558/20;

sentita la relazione in camera di consiglio del relatore cons.

Loredana Nazzicone.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

Con ricorso ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 35-bis, O.K., nato il (OMISSIS) in Nigeria ha adito il Tribunale di Venezia impugnando il provvedimento con cui la competente Commissione territoriale ha respinto la sua richiesta di protezione internazionale, nelle forme dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria, e di protezione umanitaria.

Il Tribunale ha ritenuto insussistenti i presupposti per il riconoscimento di alcuna forma di protezione.

Avverso il predetto decreto ha proposto ricorso per cassazione O.K., svolgendo 2 motivi.

L’intimata Amministrazione ha depositato atto di costituzione al fine di poter eventualmente partecipare alla discussione orale.

Il ricorso è stato assegnato all’adunanza in camera di consiglio non partecipata, ritenuti sussistenti i presupposti ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c..

Diritto

RITENUTO

Che:

1. – I motivi sono così rubricati: ” 1. Violazione delle norme in materia di protezione sussidiaria (violazione D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14); 2. Violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, e art. 19, comma 1, per mancata concessione di un permesso di soggiorno per motivi umanitario.

In particolare, con il primo motivo il ricorrente censura la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, sulla protezione sussidiaria per non avere il decreto impugnato ritenuto che, se il ricorrente tornasse nel proprio paese di origine, correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno: deduce che il Tribunale si sia limitato ad escludere la sussistenza di una situazione di violenza generalizzata, senza tener conto della instabile situazione sociopolitica della Nigeria.

Il secondo motivo censura l’accertamento compiuto dal Tribunale di Venezia in merito all’insussistenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria, deducendo che il giudice non avrebbe comparato la situazione attuale con quella cui il richiedente sarebbe esposto qualora facesse ritorno nel Paese di origine (erroneamente indicato come Ghana).

2. – Nel richiedere la protezione internazionale, il ricorrente dichiarò di essere fuggito dal proprio paese, in quanto i membri del partito PDP volevano ucciderlo a causa dei segreti di cui era venuto a conoscenza attraverso il suo lavoro di agente di scorta destinato a uno dei suoi membri, poi passato al partito avversario.

Il Tribunale ha ritenuto il richiedente non credibile, in quanto le informazioni dallo stesso rese in ordine al partito politico PDP, da lui frequentato per circa dieci anni, sono risultate per niente approfondite; inoltre, ha osservato che quanto narrato dal ricorrente non fosse verosimile pure in virtù del fatto che nessuna minaccia da parte del PDP gli sarebbe mai stata rivolta e che, ad ogni modo, egli poteva e potrebbe ricevere protezione dalle autorità nigeriane, in considerazione del fatto che il politico per cui lavorava farebbe attualmente parte dell’APC, partito oggi al potere in Nigeria.

Inoltre, il Tribunale ha escluso la sussistenza di una situazione di violenza generalizzata in Nigeria, sulla base delle informazioni disponibili.

Parimenti, il Giudice di merito ha ritenuto insussistenti i presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria, sulla base dell’esito negativo del giudizio di credibilità e dell’assenza di particolari profili di integrazione del ricorrente.

3. – Il ricorso è manifestamente infondato ed in parte inammissibile.

4. – Anzitutto, radicalmente la corte del merito ha ritenuto il ricorrente non credibile, sulla base di ampie e circostanziate argomentazioni: al riguardo, questa Corte ha chiarito come “In tema di protezione internazionale, l’attenuazione dell’onere probatorio a carico del richiedente non esclude l’onere di compiere ogni ragionevole sforno per circostanziare la domanda ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. a), essendo possibile solo in tal caso considerare “veritieri” i fatti narrati; la valutazione di non credibilità del racconto, costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito il quale deve valutare se le dichiarazioni del richiedente siano coerenti e plausibili, ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c), ma pur sempre a fronte di dichiarazioni sufficientemente specifiche e circostanziate” (Cass. 30 ottobre 2018, n. 27503) e “In materia di protezione internazionale, l’accertamento del giudice di merito deve innanzi tutto avere ad oggetto la credibilità soggettiva della versione del richiedente circa l’esposizione a rischio grave alla vita o alla persona; qualora le dichiarazioni siano giudicate inattendibili alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, non occorre procedere ad un approfondimento istruttorio officioso circa la prospettata situazione persecutoria nel Paese di origine, salvo che la mancanza di veridicità derivi esclusivamente dall’impossibilità di fornire riscontri probatori” (Cass. 27 giugno 2018, n. 16925; e v. Cass. 5 febbraio 2019, n. 3340).

In particolare, il decreto impugnato è pienamente conforme ai principi espressi da questa Corte (da ultimo, Cass. 24 febbraio 2021, n. 5043), laddove, da un lato, rispetta i canoni legalmente predisposti di valutazione della credibilità del dichiarante ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5 e dall’altro lato, espone, all’esito di un esame completo dei fatti di rilievo, una motivazione congrua, effettiva e chiara sul punto, tanto da sottrarsi ad ogni critica, vuoi di violazione di legge ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, vuoi di omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Fermo restando che, in ogni caso, non è deducibile in sede di legittimità la eventuale mera insufficienza di motivazione o la prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito (ex multis, Cass. 5 febbraio 2019, n. 3340, cit.).

5. – Per il resto, il giudice del merito ha ampiamente esaminato e citato le fonti a sostegno della decisione, esponendo il decreto argomenti diffusi e precisi.

Ne’ il primo motivo di ricorso chiarisce sotto quale profilo il Tribunale avrebbe dovuto valutare la situazione generale del paese di origine del ricorrente, procede, piuttosto, a riprodurre quanto riportato dal report di Amnesty international 2016-2017, a fronte dei report EASO citati dal Tribunale e risalenti al 2018 e al 2019.

Quanto alla protezione umanitaria, il Tribunale ha fatto corretta applicazione delle norme che la regolano, stigmatizzando la mancata allegazione e prova di circostanze concrete idonee a fondarla, circa la assoluta mancata prova di integrazione sufficiente.

Il secondo motivo è privo di ogni riferimento alla situazione personale del ricorrente.

Ne’ il ricorso è autosufficiente nella contestazione delle valutazioni del provvedimento impugnato circa la condizione del richiedente ed il suo difetto di integrazione lavorativa, senza tuttavia che il medesimo fornisca, al di là di generici richiami normativi, indicazioni specifiche che evidenzino una situazione particolare di vulnerabilità.

Inoltre, e radicalmente, il Tribunale ha rilevato riferirsi il ricorrente ad una situazione superata, non essendo attuale il rischio, dal ricorrente ricollegato esclusivamente alle minacce da parte dei membri del partito PDP, laddove il politico per cui il ricorrente ha narrato di lavorare farebbe, comunque, attualmente parte dell’APC, partito oggi al potere in Nigeria, affermazione contenuta nella motivazione del Tribunale e non contestata in ricorso.

6. – In definitiva, il giudice del merito ha ritenuto il richiedente non credibile ed ha comunque proceduto ad approfondire la situazione del paese di origine sulla base di documentazione aggiornata, escludendo ogni pericolo per il medesimo, nonché ogni situazione di vulnerabilità anche astrattamente riconducibile nella fattispecie normativa.

Pertanto, da un lato il provvedimento impugnato ha compiutamente esaminato la situazione fattuale, dall’altro il ricorrente non fa che riproporre unicamente un giudizio sul fatto, onde il ricorso si palesa inammissibile, in quanto si chiede di ripetere attività preclusa in virtù della funzione di legittimità.

7. – Non occorre provvedere sulle spese di lite, non svolgendo difese l’intimato.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, come modificato dalla L. n. 228 del 2012, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello richiesto, se dovuto, per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 25 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 febbraio 2022

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