Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4319 del 10/02/2022

Cassazione civile sez. lav., 10/02/2022, (ud. 15/12/2021, dep. 10/02/2022), n.4319

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRINO Umberto – Presidente –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

Dott. MARCHESE Gabriella – Consigliere –

Dott. CAVALLARO Luigi – Consigliere –

Dott. SPAZIANI Paolo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 19829-2016 proposto da:

G.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DELLA

BALDUINA 66, presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPE SPAGNUOLO, che

la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE PREVIDENZA SOCIALE, in persona del

Presidente e legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso l’Avvocatura

Centrale dell’Istituto, rappresentato e difeso dagli Avvocati

VINCENZO STUMPO, VINCENZO TRIOLO, ANTONIETTA CORETTI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 239/2016 della CORTE D’APPELLO di SALERNO,

depositata il 24/03/2016 R.G.N. 584/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

15/12/2021 dal Consigliere Dott. PAOLO SPAZIANI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

La Corte di appello di Salerno ha respinto l’appello proposto da G.M. avverso la sentenza emessa dal Tribunale della stessa città con cui era stata rigettata la domanda, da lei proposta nei confronti dell’INPS, di accertamento negativo dell’obbligo di restituzione della somma di Euro 1.034,96, percepita dalla ricorrente a titolo di indennità di disoccupazione agricola relativa all’anno 2003, ritenuta successivamente indebita e fatta oggetto di ripetizione da parte dell’istituto.

Sulla generale premessa che le controversie previdenziali non danno luogo ad un giudizio impugnatorio di atti amministrativi ma hanno ad oggetto il diritto soggettivo a prestazioni da ricevere (o, come nella specie, da trattenere), la Corte di appello, dopo aver ricordato che l’INPS aveva nella specie contestato persino la sussistenza del rapporto di lavoro dedotto in giudizio, in quanto “fittiziamente denunciato”, ha, in particolare, rilevato: che sarebbe spettato all’attrice l’onere di dedurre e dimostrare la sussistenza dei presupposti del diritto vantato (iscrizione negli elenchi nominativi dei lavoratori agricoli dipendenti a tempo determinato per l’anno a cui si riferiva l’indennità; sussistenza di almeno due anni di anzianità nell’assicurazione contro la disoccupazione involontaria; possesso di almeno 102 contributi giornalieri nel biennio costituito dall’anno cui si riferiva l’indennità e dall’anno precedente); che, invece, tali presupposti non erano stati neppure dedotti nella loro integralità con il ricorso introduttivo, atteso che la ricorrente aveva allegato di avere lavorato nel solo anno 2003 e solo su questo periodo erano stati indicati ed escussi i testimoni, mentre con riguardo al restante periodo erano state prodotte le prove raccolte in altro procedimento, le quali tuttavia non potevano integrare le lacune contenute nel ricorso in punto di elementi costitutivi della domanda e non potevano dunque utilmente servire a provare fatti in esso non debitamente allegati; che infine, anche a voler considerare debitamente dedotti i fatti posti a fondamento del diritto alla prestazione previdenziale, essi comunque non potevano reputarsi provati, dal momento che la produzione documentale doveva considerarsi irrituale e i testi escussi dovevano ritenersi inattendibili.

Avverso la sentenza della Corte salernitana G.M. ha proposto ricorso per cassazione sorretto da due motivi. Ha resistito con controricorso l’INPS. Entrambe le parti hanno depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo (“violazione e falsa applicazione degli artt. 112,115-116, 342,434 c.p.c., e art. 2697-2033 c.c., in merito all’onere della prova del fatto costitutivo dell’azione di ripetizione dell’indebito, a carico del solvens. In relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4”), la ricorrente lamenta che nella fattispecie, concernente l’azione di ripetizione di indebito oggettivo esercitata dall’INPS, la Corte di appello avrebbe applicato la regola di giudizio fondata sull’onere della prova in modo erroneo, cioè ritenendo incombente sull’accipiens l’onere di provare la sussistenza del diritto, anziché sul solvens l’onere di dimostrarne l’inesistenza.

Deduce che sarebbe spettato all’INPS, quale soggetto che intendeva far valere il diritto alla ripetizione della somma già erogata, l’onere di dimostrare la mancanza, nella beneficiaria, dei requisiti per ottenerla, in particolare quello della sua non iscrizione (o cancellazione) nell’elenco speciale dei lavoratori agricoli; nessuna prova poteva invece essere pretesa da lei che, in quanto accipiens, poteva limitarsi a resistere alla pretesa dell’INPS, avendo già precedentemente ottenuto il riconoscimento legittimo e non contestato del diritto.

1.1. Il motivo è infondato.

Le Sezioni Unite di questa Corte hanno da tempo chiarito che in tema d’indebito previdenziale, nel giudizio instaurato, in qualità di attore, dal privato che miri ad ottenere l’accertamento negativo del suo obbligo di restituire quanto l’ente previdenziale abbia ritenuto indebitamente percepito, l’onere di provare i fatti costitutivi del diritto a conseguire la prestazione contestata, ovvero l’esistenza di un titolo che consenta di qualificare come adempimento quanto corrisposto, è a suo esclusivo carico (Cass. Sez. U, Sentenza n. 18046 del 4 settembre 2010, Rv. 614146-01).

Al principio, che è stato successivamente – ed anche di recente reiteratamente ribadito (tra le altre, Cass., Sez. Lav, Sentenza n. 2739 dell’11 febbraio 2016, Rv. 638721-01, e Cass., Sez. lav., Sentenza n. 15550 del 2019, non massimata) va data ulteriore continuità, in quanto esso trova il suo fondamento nell’ineccepibile rilievo che, in subiecta materia, non è il solvens a promuovere una ordinaria azione di ripetizione dell’indebito, ma è l’accipiens che invoca in giudizio l’accertamento negativo della insussistenza del suo obbligo di restituzione, sicché non può che essere posto a suo carico l’onere di provare i fatti costitutivi del diritto a conseguire la prestazione contestata, ovvero l’esistenza di un titolo che consenta di qualificare come adempimento quanto corrisposto.

Si consideri, inoltre, che, con specifico riguardo all’indennità di disoccupazione agricola, questa Corte ha recentemente ribadito che l’iscrizione nell’elenco dei lavoratori agricoli assolve una funzione di agevolazione probatoria, sicché, qualora l’INPS disconosca l’esistenza di un rapporto di lavoro (come nel caso di specie, in cui l’istituto aveva contestato radicalmente la sussistenza del rapporto di lavoro dedotto in giudizio), il lavoratore ha l’onere di provare l’esistenza, la durata e la natura onerosa del rapporto dedotto a fondamento del diritto di iscrizione e di ogni altro diritto consequenziale di carattere previdenziale fatto valere in giudizio (Cass., Sez. lav., Sentenza n. 12001 del 16 maggio 2018, Rv. 648952-01).

Per aver fatto corretta applicazione dell’illustrato principio, la sentenza impugnata si mostra, dunque, perfettamente conforme a diritto, con conseguente necessità di rigettare l’esaminato motivo di ricorso per cassazione.

2. Con il secondo motivo (“Violazione o falsa applicazione di norme di legge (artt. 115-116, 295,420 c.p.c.), iuxta alligata et probata, in base alle prove documentali e orali offerte a sostegno del rapporto di lavoro agricolo non contestato. In relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3-4”), la ricorrente critica la sentenza impugnata nella parte in cui non ha attribuito rilevanza alle prove precostituite (in particolare, i verbali di altro procedimento avente il medesimo oggetto, cui avevano preso parte anche altri lavoratori) e costituende (le testimonianze di due compagni di lavoro della ricorrente escussi durante il processo di primo grado) da lei dedotte per provare i fatti costitutivi del diritto alla prestazione oggetto di ripetizione, nonché per non avere fatto applicazione – ove avesse avuto certezza della tardività della produzione documentale – dei poteri istruttori previsti dall’art. 420 c.p.c., (recte: art. 421), provvedendo all’acquisizione officiosa dei documenti.

2.1. Questo motivo è manifestamente inammissibile.

Esso, infatti, nel censurare l’apprezzamento della ritualità e dell’attendibilità delle prove dedotte in giudizio, offerto dalla Corte di appello, omette di considerare che esso apprezzamento è attività riservata al giudice del merito cui compete non solo la valutazione delle prove ma anche la scelta, insindacabile in sede di legittimità, di quelle ritenute più idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi (Cass. 04/07/2017, n. 16467; Cass.23/05/2014, n. 11511; Cass. 13/06/2014, n. 13485; Cass. 15/07/2009, n. 16499).

La Corte territoriale, con valutazione incensurabile in questa sede, ha motivatamente ritenuto: che una parte dei fatti costitutivi del diritto alla prestazione invocata (la sussistenza dei contributi giornalieri relativi all’anno 2002) non fossero stati neppure allegati nel ricorso introduttivo in quanto con esso la ricorrente aveva dedotto di aver lavorato nel solo anno 2003 e in ordine a tale limitato periodo erano stati chiamati a deporre i testimoni da lei indicati; che un più largo periodo (addirittura coincidente con il quinquennio 2001-2005) risultava dalla produzione dei verbali di altro procedimento ma, evidentemente, tale produzione, avente solo funzione probatoria, non poteva supplire la carenza di deduzioni dell’atto introduttivo, quando i fatti di cui si intende dare la prova coincidono con gli elementi costitutivi della domanda; che, inoltre, le prove precostituite non erano state neppure regolarmente sottoposte alla valutazione del giudice di primo grado, in quanto oggetto di produzione verosimilmente irrituale e intempestiva; e che, infine, a prescindere dalla ritualità della produzione documentale, i testi escussi dovevano ritenersi inattendibili, in quanto portatori di interessi personali e forse addirittura inseriti in un meccanismo fraudolento costituito in danno dell’INPS (a tali rilievi la Corte territoriale ha fatto seguire, coerentemente, la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica presso il locale tribunale, per le valutazioni di competenza).

Avuto riguardo alle motivate e incensurabili valutazioni della Corte di merito, il motivo di ricorso in esame e’, dunque, inammissibile, in quanto tende a provocare dalla Corte di cassazione una lettura delle risultanze istruttorie diversa da quella fornita dal giudice di appello, il quale non ha omesso di prendere in considerazione le prove precostituite e costituende dedotte in giudizio, ma, sulla base di rilievi insindacabili in questa sede di legittimità, le ha motivatamente reputate irrituali o inattendibili.

Quanto alla censura secondo cui, avuta la certezza della tardiva produzione ad opera della parte, il giudice di merito avrebbe dovuto procedere all’acquisizione officiosa dei documenti, avvalendosi dei poteri istruttori riconosciutigli dall’art. 421 c.p.c., essa si basa su una ricostruzione del tutto erronea dei presupposti giustificativi dell’iniziativa probatoria officiosa del giudice nel rito del lavoro.

In proposito va ricordato che il potere istruttorio riconosciuto dall’art. 421 c.p.c., comma 2, quale potere-dovere fondato sull’esigenza, tipica del processo del lavoro, di contemperamento del principio dispositivo con la necessità, di impronta inquisitoria, di ricerca della verità materiale, non può essere utilizzato per rimediare alla colpevole inerzia o per supplire alle carenze probatorie imputabili alla parte interessata (la quale abbia omesso di dedurre le prove necessarie a dimostrare i fatti costitutivi del diritto azionato o le abbia dedotte irritualmente o tardivamente) ma può essere esercitato solo quando le risultanze di causa già acquisite in base al quadro probatorio delineato dalle parti presentino lacune non altrimenti colmabili, che rendano impossibile la decisione della controversia, al fine di sopperire, quindi, a difficoltà oggettive nell’acquisizione delle prove ovvero al fine di chiarire od eliminare incertezze (tra le molte cfr. già Cass., Sez. lav., Sentenza n. 22305 del 24 ottobre 2007, Rv. 599575-01 e, più recentemente, Cass., Sez. lav., Ordinanza n. 23605 del 27 ottobre 2020, Rv. 659262-01).

3. In conclusione, il ricorso proposto da G.M. deve essere rigettato.

Tale decisione non incide sull’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, di cui la ricorrente beneficia in base alla Delib. del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Salerno 17 gennaio 2017, debitamente versata in atti, e la cui revoca – che presupporrebbe l’accertamento dei presupposti di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 136, – non competerebbe comunque a questa Corte, ma al giudice del merito che ha pronunciato il provvedimento impugnato (Cass., Sez. U, Sentenza n. 4315 del 20 febbraio 2020, Rv. 657198-01).

4. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e vengono liquidate come da dispositivo.

5. La circostanza che la ricorrente risulti ammessa al patrocinio a spese dello Stato non esclude l’obbligo del giudice dell’impugnazione, quando adotti una decisione di integrale rigetto o di inammissibilità o di improcedibilità della stessa, di attestare, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, la sussistenza dei presupposti processuali per il versamento di un ulteriore importo di contributo unificato (c.d. “raddoppio del contributo”); ciò perché l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato è suscettibile di essere revocata, anche dopo la pronuncia della sentenza che ha definito il giudizio di impugnazione, allorquando sopravvengano i presupposti di cui al sopra citato Testo Unico sulle Spese di Giustizia, art. 136, (Cass., Sez. U, Sentenza n. 4315 del 20 febbraio 2020, Rv. 65719806; Cass., Sez. 3, Sentenza n. 11116 del 10 giugno 2020, Rv. 658146-01).

Pertanto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, si deve dare atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte di G.M., dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma citato art. 13, comma 1 bis, ove dovuto.

Tale statuizione lascia impregiudicata la questione della debenza originaria del contributo in esame, con la conseguenza che il suo raddoppio non sarà consentito qualora venga accertato, nelle sedi competenti, che fin dall’inizio ne era escluso anche il pagamento.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna la ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 500,00 per compensi, oltre alle spese forfetarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Quarta Sezione Civile, il 15 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 febbraio 2022

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