Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4315 del 10/02/2022

Cassazione civile sez. III, 10/02/2022, (ud. 16/12/2021, dep. 10/02/2022), n.4315

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – rel. Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 31321/2019 proposto da:

Y.J., elettivamente domiciliato in Roma Via Comano 95, presso

lo studio dell’avvocato Luciano Faraon, che lo rappresenta e difende

unitamente all’avvocato Faraon Andrea;

– ricorrente –

contro

Ministero Dell’interno, in persona del Ministro pro tempore,

rappresentato e difeso dall’Avvocatura Generale dello Stato ed

elettivamente domiciliato in Roma, via dei Portoghesi 12;

– resistente –

avverso il decreto del TRIBUNALE di VENEZIA n. 7883/2019, depositata

il 25/09/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

16/12/2021 dal Cons. Dott. ANTONELLA DI FLORIO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. Y.J., proveniente dal Ghana, ricorre affidandosi a due motivi per la cassazione del decreto del Tribunale di Venezia che aveva rigettato la domanda di protezione internazionale declinata in tutte le forme gradate, proposta in ragione del diniego a lui opposto in sede amministrativa dalla competente Commissione territoriale.

1.1. Per ciò che qui interessa, il ricorrente aveva narrato di essere stato costretto a lasciare il proprio paese in quanto svolgeva l’attività di estrattore d’oro e gestiva un microcredito di mutuo soccorso. Ha aggiunto che nel (OMISSIS) veniva arrestato insieme ad altri lavoratori per utilizzo di macchinari illegali nell’ambito dell’attività estrattiva e riusciva a fuggire dalla prigione; nel frattempo i risparmiatori del microcredito gli chiedevano la restituzione dei soldi versati e lui, che li aveva affidati ad una banca successivamente fallita, per evitare il linciaggio, si era rivolto ad un poliziotto che lo aveva aiutato a fuggire.

2. Il Ministero dell’Interno ha depositato “atto di costituzione” non notificato al ricorrente, chiedendo di poter partecipare alla eventuale udienza di discussione della causa ex art. 370 c.p.c., comma 1.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Con il primo motivo, il ricorrente deduce, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3 e del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3.

1.1. Lamenta che il Tribunale, in relazione allo status di rifugiato non aveva svolto alcun accertamento istruttorio in merito alle circostanze narrate e non aveva approfondito, in sede di audizione, alcune questioni che, in thesi, dovevano ritenersi centrali nella narrazione: aveva reso, dunque, in punto di credibilità una motivazione apparente.

2. Con il secondo motivo, si deduce ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la nullità della sentenza per omessa motivazione o motivazione apparente.

2.1. Lamenta che il Tribunale, in punto di protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), aveva reso una motivazione apodittica e priva di ogni riferimento a fonti informative attendibili ed aggiornate sulla sussistenza di un conflitto armato nel paese di origine.

2.3. Deduce, infine, all’interno della stessa censura, l’erroneo rigetto del permesso di soggiorno per motivi umanitari in relazione alla sua integrazione ed alla vulnerabilità derivante dalle sue precarie condizioni di salute sulla quale era stata resa una motivazione apparente.

3. Il primo motivo è inammissibile.

3.1. Si osserva, infatti, che la censura non risulta decisiva: il ricorrente, contesta apoditticamente il mancato riconoscimento dello status di rifugiato, lamentando che lo stato ghanese non aveva tutelato adeguatamente il proprio cittadino in quanto aveva posto in essere condotte persecutorie, ma omette del tutto di criticare la dichiarata inattendibilità del racconto che costituisce il presupposto fondamentale della fattispecie in esame: non viene criticato, infatti, il percorso argomentativo seguito dal Tribunale nell’evidenziare le contraddizioni rilevate e specificamente esaminate (cfr. pag. 8 u. cpv.), non ultima quella relativa alla fuga che sarebbe stata agevolata dalla polizia (ritenuta non credibile), contraddizioni esaminate, del resto, con una motivazione al di sopra della sufficienza costituzionale.

3.2. La doglianza si limita a contestare che non era stato svolto alcun approfondimento istruttorio in merito ad una serie di circostanze (indicate genericamente a pag. 7 del ricorso e diverse da quelle evidenziate dal Tribunale), senza tenere conto della motivazione resa e, dunque, non confrontandosi con essa.

4. Il secondo motivo, invece, è parzialmente fondato.

4.1. Deve premettersi che la censura è inammissibile per assoluta genericità quanto alla critica sulla mancata concessione della protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), visto che il decreto è fondato su un puntuale riferimento a fonti attendibili ed aggiornate (cfr. pag. 10), dall’esame delle quali era consentito escludere che potesse ricorrere, nel paese di origine, una situazione di conflitto armato nell’accezione Eurounitaria.

4.2. In ordine alla protezione umanitaria, invece, la doglianza è fondata.

4.3. Infatti, il ricorrente, dopo aver dato atto, nella sommaria esposizione del fatto contenuta nel ricorso, di essere affetto da disturbo post traumatico da stress causato dai fatti subiti anche durante il transito in Libia (caratterizzato da arresti e reiterate violenze), patologia attestata dalla relazione psicologica prodotta in primo grado (cfr. il richiamo ad doc. 14 del fasc. di parte versato in atti) ha lamentato, nel secondo motivo, che il Tribunale non aveva considerato, che egli aveva frequentato “dei corsi di formazione” e che dalla documentazione prodotta era emersa la patologia sopra richiamata che ridondava sulla sua vulnerabilità.

4.4. Il Collegio osserva che in ordine alla contestata valutazione della sua integrazione, la censura è inammissibile per violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, in quanto non sono stati specificamente indicati, nel ricorso, i corsi di formazione che egli avrebbe frequentato e che il Tribunale non ha considerato (avendo tenuto conto solo di un contratto di lavoro a tempo determinato), né è stata richiamata e “localizzata” la documentazione eventualmente prodotta al fine di fornire la prova di tale circostanza (cfr. Cass. 28184/2020) e di consentire al Collegio di apprezzarne la rilevanza nell’ambito della valutazione del complessivo inserimento in Italia.

4.5. Risulta, invece, fondato il rilievo concernente la valutazione della vulnerabilità in relazione alla diagnosi di “disturbo post traumatico da stress”, attestato nella relazione clinica prodotta dinanzi al Tribunale (cfr. doc. 14 fasc. di primo grado, richiamato nel ricorso) e conseguente alla sua vicenda migratoria, con particolare riferimento al trattamento subito nel paese di transito, vicenda che è stata del tutto ignorata nella motivazione del decreto impugnato e che, invece, avrebbe potuto assumere rilevanza nella valutazione complessiva della fattispecie.

4.6. Tale omissione rende apparente la motivazione sulla protezione umanitaria che è stata resa, dunque, senza un adeguato giudizio di comparazione: esso, infatti, si sarebbe dovuto incentrare, in primis, sulla valutazione della vulnerabilità che costituisce l’elemento centrale della fattispecie, al quale deve essere parametrato il rischio che il richiedente potrebbe correre ove venisse rimpatriato nel paese di origine del quale devono essere accertate le condizioni di tutela dei diritti fondamentali mediante il richiamo a fonti informative attendibili ed aggiornate che il Tribunale ha del tutto omesso di menzionare.

4.7. Al riguardo, questa Corte ha affermato i seguenti principi, condivisi dal Collegio:

a. “In tema di protezione umanitaria, ove il richiedente deduca, a sostegno della sua condizione di vulnerabilità, di essere affetto da disturbo post-traumatico da stress a causa delle sevizie subite nel paese di transito, il giudice, ove la peculiare condizione allegata sia accertata, deve specificamente valutarne l’incidenza, ben potendo, la valutazione comparativa tra la condizione soggettiva ed oggettiva in cui lo straniero si troverebbe nel paese di provenienza ed il livello di integrazione raggiunto in Italia, porsi giuridicamente in termini attenuati, quando non recessivi, di fronte ad un evento in grado di incidere, di per sé solo, per il forte grado di traumaticità, sulla condizione di vulnerabilità della persona” (cfr. Cass. 8990/2021);

b. “Ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, ove sia ritenuta credibile la situazione di particolare o eccezionale vulnerabilità esposta dalla richiedente, il confronto tra il grado di integrazione effettiva raggiunto nel nostro paese e la situazione oggettiva del paese di origine deve essere effettuato secondo il principio di “comparazione attenuata”, nel senso che quanto più intensa è la vulnerabilità accertata in giudizio, tanto più è consentito al giudice di valutare con minor rigore il “secundum comparationis”, non potendo, in particolare, escludersi il rilievo preminente della gravità della condizione accertata solo perché determinatasi durante la permanenza nel paese di transito” (cfr. Cass. 1104/2020).

4.8. Nel caso in esame, la documentazione sanitaria prodotta è stata del tutto ignorata così come l’allegazione riguardante la vulnerabilità psicofisica del ricorrente di cui la motivazione del decreto non fa menzione; a ciò si aggiunge che non è stato svolto alcun accertamento sul livello di tutela dei diritti fondamentali nel paese di origine.

5. La motivazione resa sulla fattispecie invocata risulta, pertanto, apparente ed, in parte, omessa e configura il vizio denunciato.

6. In conclusione, il ricorso è parzialmente fondato in relazione al secondo motivo ed il decreto deve essere, in parte qua, cassato, con rinvio al Tribunale di Venezia in diversa composizione per il riesame della controversia alla luce dei principi di diritto sopra evidenziati ed anche per la decisione sulle spese del giudizio di legittimità.

PQM

La Corte;

accoglie parzialmente il secondo motivo di ricorso e dichiara inammissibile il primo.

Cassa il decreto impugnato in relazione ai motivo accolto e rinvia al Tribunale di Venezia in diversa composizione anche per la decisione in ordine alle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 16 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 febbraio 2022

 

 

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