Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4306 del 20/02/2020

Cassazione civile sez. VI, 20/02/2020, (ud. 06/11/2019, dep. 20/02/2020), n.4306

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. DORONZO Adriana – rel. Consigliere –

Dott. LEONE Margherita Maria – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

Dott. DE FELICE Alfonsina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 18662-2017 proposto da:

G.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA MAGLIANO

SABINA 24, presso lo studio dell’avvocato MARIA GENTILE,

rappresentato e difeso dall’avvocato GIANCARLO GENTILE;

– ricorrente –

contro

REGIONE CALABRIA, in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA SABOTINO, 12, presso lo

studio dell’avvocato GRAZIANO PUNGI’, rappresentata e difesa

dall’avvocato ANTONELLA COSCARELLA;

– controricorrente –

contro

AZIENDA SANITARIA PROVINCIALE ASP di COSENZA;

– intimata –

avverso la sentenza n. 844/2016 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,

depositata l’11/07/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 06/11/2019 dal Consigliere Relatore Dott.ssa DORONZO

ADRIANA.

Fatto

RILEVATO

che:

G.A., direttore generale della Azienda Sanitaria di Rossano, nominato con decreto della Giunta regionale e con contratto di lavoro stipulato in data 8/4/2004, ha adito il Tribunale di Cosenza al fine di ottenere la liquidazione del bonus del 20% sull’importo totale lordo del compenso pattuito in forza dell’art. 6 del contratto;

il Tribunale, nel contraddittorio con la Regione Calabria e la Azienda sanitaria provinciale di Cosenza, ha rigettato la domanda rilevando che, in forza del citato art. 6, – a norma del quale “il trattamento economico di cui al precedente art. 5 potrà essere integrato da una ulteriore quota fino a 20% dell’importo del totale lordo, sulla base dei risultati di gestione ottenuti ed in rapporto alla realizzazione degli obiettivi fissati annualmente dalla regione Calabria misurata mediante appositi indicatori” -, il trattamento economico richiesto avrebbe potuto essere riconosciuto solo una volta che fosse stata provata, dal ricorrente, la positiva valutazione del suo operato e la misura dell’eventuale ulteriore quota di compenso;

su appello del G., la Corte d’appello di Catanzaro ha confermato la sentenza sulla base dei seguenti rilievi: la questione inerente alla mancata fissazione degli obiettivi da parte della Regione Calabria e quella relativa alla mancata attivazione, da parte della stessa Regione, della procedura per la valutazione dell’operato dell’istante in ordine ai risultati aziendali erano, rispettivamente, infondata, perchè gli obiettivi da perseguire erano puntualmente fissati nel contratto individuale, e inammissibile, perchè proposta per la prima volta in appello; ha dunque confermato il giudizio espresso dal Tribunale secondo cui il ricorrente, sul quale gravava il relativo onere probatorio, non aveva dimostrato di aver raggiunto gli obiettivi predeterminati: anzi, dagli atti di causa (produzione documentale della Regione) era emerso che uno di questi, costituito dal conseguimento dell’equilibrio di bilancio, non era stato realizzato;

contro la sentenza il G. propone ricorso per cassazione e articola due motivi, cui resiste con controricorso la Regione Calabria; la Azienda sanitaria non svolge attività difensiva; la proposta del relatore è stata comunicata alle parti, ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza camerale non partecipata.

Diritto

CONSIDERATO

che:

i motivi di ricorso sono così prospettati:

1) violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 4, nullità della sentenza e del procedimento in relazione all’omesso esame della questione relativa all’inadempienza dell’amministrazione circa la valutazione dei risultati della gestione del ricorrente ai sensi dell’art. 6 del contratto di lavoro:

2) “violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 3, in relazione all’art. 1218 c.c. e D.Lgs. n. 502 del 1992, art. 3 bis, commi 6 e 8, e s.s., artt. 112,163,414,342 e 345 c.p.c. – erronea qualificazione della domanda introduttiva di inadempimento contrattuale per l’inosservanza dell’art. 6 del contratto di lavoro – erronea declaratoria di inammissibilità del motivo di appello circa l’omessa attivazione del procedimento per la valutazione della gestione di appello, in quanto ritenuto ius novum”;

in entrambi i motivi, la parte si duole del fatto che fin dal ricorso introduttivo aveva denunciato che l’omessa valutazione dei risultati della sua gestione costituiva un inadempimento da parte delle intimate, foriero di conseguenze risarcitone; la questione era stata riproposta in appello ma non esaminata e comunque confusa con l’altra questione, da lui mai proposta, circa la possibilità per il giudice di merito di sostituirsi alla valutazione omessa; anche il petitum confermava che la domanda aveva ad oggetto il risarcimento dei danni, giacchè la somma al cui pagamento si chiedeva la condanna dell’amministrazione era costituita da un importo non fissato nel quantum ma da determinarsi in via equitativa tra il massimo e il minimo che teoricamente sarebbe spettato in esito all’espletamento degli adempimenti dovuti dall’amministrazione;

i motivi, che si affrontano congiuntamente per l’evidente connessione che li lega, sono inammissibili;

la parte non trascrive, neppure nei suoi brani più significativi e inerenti alle doglianze, il ricorso introduttivo del giudizio, dal quale solo avrebbe potuto evincersi il tenore della sua domanda e consentirne la corretta qualificazione in termini di inadempimento dell’obbligo di pagamento del bonus richiesto – come ritenuto dai giudici di merito ovvero di risarcimento del danno per l’inadempimento dell’obbligo, gravante sulla datrice di lavoro, di attivazione della procedura di valutazione degli obiettivi posti al ricorrente nel contratto di lavoro;

un tale onere era indispensabile a fronte della chiara affermazione della Corte territoriale che ha ritenuto “nuova” la domanda prospettata come inadempimento dell’amministrazione degli obblighi legali o contrattuali aventi ad oggetto la valutazione circa il raggiungimento degli obiettivi posti al dirigente;

sul punto, invece, il ricorrente si limita a riassumere, in modo del tutto insufficiente a qualificare la domanda, il contenuto del ricorso ex art. 414 c.p.c., senza tuttavia riportarlo nei suoi esatti termini, non trascrive le conclusioni, nè specifica le ragioni dell’eventuale rigetto della domanda risarcitoria da parte del tribunale e gli esatti termini del motivo di appello;

il motivo di censura non risulta, pertanto, dedotto conformemente alle prescrizioni di legge, dovendosi richiamare il principio più volte espresso da questa Corte secondo cui, affinchè possa utilmente dedursi in sede di legittimità un vizio di omessa pronunzia, ai sensi dell’art. 112 c.p.c., è necessario, da un lato, che al giudice del merito siano state rivolte una domanda od un’eccezione autonomamente apprezzabili, ritualmente ed inequivocabilmente formulate, per le quali quella pronunzia si sia resa necessaria ed ineludibile, e, dall’altro, che tali istanze siano riportate puntualmente, nei loro esatti termini e non genericamente ovvero per riassunto del loro contenuto, nel ricorso per cassazione, con l’indicazione specifica, altresì, dell’atto difensivo e/o del verbale di udienza nei quali l’una o l’altra erano state proposte, onde consentire al giudice di verificarne, “in primis”, la ritualità e la tempestività ed, in secondo luogo, la decisività delle questioni prospettatevi (Cass. Sez. Un., 22/5/2012, n. 8077);

neppure può concordarsi con l’assunto del ricorrente secondo cui le domande sarebbero sovrapponibili e che non possa così profilarsi una mutatio libelli;

al contrario, le due domande si fondano su causae petendi obiettivamente diverse, giacchè mentre la prima suppone l’accertamento della sussistenza dei presupposti per il sorgere del diritto al pagamento dell’indennità di risultato richiesta – e, quindi, come ritenuto dai giudici del merito, il raggiungimento dei risultati di gestione in relazione agli obiettivi fissati annualmente dalla regione, attestato da una valutazione positiva degli enti – la seconda richiede l’accertamento di presupposti di fatto e di diritto diversi e, in primo luogo, la configurazione di un diritto soggettivo perfetto del dirigente apicale all’attivazione, da parte della Regione, della procedura di valutazione dei risultati di gestione (sull’insussistenza di questo diritto, con riferimento alla figura del dirigente generale della Regione Calabria, cfr. Cass. 17/11/2017, n. 27344; v. pure Cass. 12/05/2017, n. 11899), e, in secondo luogo, l’incidenza negativa sul patrimonio del dirigente dell’inadempimento colpevole della Regione, che non può essere commisurato automaticamente all’indennità di risultato prevista in caso di valutazione positiva (in tal senso, cfr. Cass. 12/4/2017, n. 9392); discende da ciò che neppure il petitum può ritenersi identico nelle due cause, essendo rappresentato, nella domanda di pagamento, da un importo predeterminato (v. pag. 3 e 4 della sentenza), mentre, nella domanda risarcitoria il petitum richiede l’allegazione e la prova del pregiudizio subito, anche sotto il profilo della perdita di chances (Cass. n. 9392/2017, cit.);

per il resto, il ricorrente non censura l’unica ratio decidendi posta a base della sentenza impugnata, ossia la mancanza di prova, da parte del ricorrente, del raggiungimento degli obiettivi fissati in contratto;

il ricorso deve pertanto essere dichiarato inammissibile e il ricorrente deve essere condannato al pagamento delle spese del presente giudizio, in favore della Regione controricorrente, nella misura indicata in dispositivo; nessun provvedimento sulle spese deve essere adottato nei confronti della parte che non ha svolto attività difensiva;

poichè il ricorso è stato notificato in data successiva al 30 gennaio 2013, sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1, ove dovuto.

PQM

La Corte dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del presente giudizio, liquidate in Euro 4000,00 per compensi professionali e Euro 200 per esborsi, oltre al rimborso forfettario delle spese generali nella misura del 15% e degli altri accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale non partecipata, il 6 novembre 2019.

Depositato in cancelleria il 20 febbraio 2020

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA