Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4288 del 14/02/2017

Cassazione civile, sez. VI, 17/02/2017, (ud. 12/01/2017, dep.17/02/2017),  n. 4288

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – rel. Presidente –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9883/2014 proposto da:

R.L., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR

presso la CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato FABRIZIO

ZARONE, giusta procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

S.O., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR

presso la CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato LUIGI

SUPINO, giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso l’ordinanza n. 10918/2013 della CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

di ROMA del 6/02/2013, depositata l’08/05/2013;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 12/01/2017 dal Consigliere Relatore Dott. RAFFAELE

FRASCA.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che:

1. R.L. ha proposto ricorso per revocazione, ai sensi dell’art. 391-bis c.p.c., contro S.O. avverso l’ordinanza n. 10.918 dell’8 maggio 2013, con cui la Corte di cassazione ha rigettato il ricorso da lui proposto ed iscritto al n.r.g. 19082 del 2011.

2. Al ricorso ha resistito con controricorso l’intimato.

3. Essendosi ravvisate le condizioni per la trattazione ai sensi dell’art. 391-bis c.p.c., comma 4, in relazione all’art. 380-bis c.p.c., nei testi modificati dal D.L. n. 168 del 2016, convertito, con modificazioni, dalla L. n. n. 197 del 2016, è stata formulata dal relatore proposta di definizione del ricorso con declaratoria di inammissibilità ed è stata fissata con decreto adunanza della Corte. Il decreto è stato notificato agli avvocati delle parti.

4. Non sono state depositate memorie.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che:

1. Il Collegio condivide la proposta di inammissibilità formulata dal relatore, che trova giustificazione nelle seguenti ragioni, che evidenziano che il ricorso è inammissibile per le plurime ragioni in essa indicate.

2. Il ricorso è inammissibile, innanzitutto, perchè l’ordinanza di inammissibilità impugnata ha dato rilievo alle conclusioni della relazione, disattendendo le osservazioni svolte dal ricorrente nella memoria in vista dell’adunanza, sicchè, non avendo la motivazione dell’ordinanza aggiunto alcunchè a quanto osservato dalla relazione, un errore revocatorio si sarebbe annidato già nella relazione ed allora lo si sarebbe dovuto e potuto denunciare nella memoria, mentre del suo contenuto nulla si dice nel ricorso, e, naturalmente, si sarebbe dovuto evidenziare che la Corte non lo aveva esaminato, mentre non lo si dice.

Va affermato, infatti, che nel procedimento in Camera di consiglio ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., secondo il modello che prevedeva la redazione di una relazione, là dove, l’errore revocatorio si fosse annidato in essa e la parte non se ne fosse lamentata nella memoria oppure denunciandolo all’atto della comparizione all’adunanza per essere sentita, si doveva ritenere che la stessa parte avesse dato causa al preteso errore e, dunque, ai sensi dell’art. 157 c.p.c., comma 3, non potesse più dolersi successivamente del detto errore con il mezzo della revocazione contro la conseguente ordinanza della Corte. Infatti, si doveva ritenere, alternativamente, che alla nullità derivante dalla presenza dell’errore egli stesso avesse dato causa, oppure che, non utilizzano il mezzo di difesa della memoria o dell’audizione in adunanza, avesse rinunciato tacitamente a prospettare l’errore.

3. In secondo luogo e sulla base di una valutazione che non tiene ancora conto del tenore della motivazione del provvedimento impugnato, la chiesta revocazione è inammissibile, perchè nel ricorso non si denuncia un errore di percezione di un fatto, tanto che il fatto non percepito nemmeno viene individuato, ma si ragiona di pretesa cattiva valutazione di risultanze emergenti dai documenti prodotti in causa, come dimostra: a) il fatto che a pagina 21 si adduca che esse non sarebbero state considerate “correttamente” e lo si faccia anzi accomunando la sentenza impugnata e l’ordinanza della Corte; b) il fatto che si adduca a pagina 24 che nella memoria si era dedotto che la corte territoriale si era discostata da orientamenti giurisprudenziali, e, quindi, si asserisca espressamente che la Corte nell’ordinanza impugnata, “se avesse valutato il contenuto ed il tenore delle richiamate ordinanze del Tribunale di Benevento (….) non avrebbe potuto ritenere generica la diffamazione contestata all’odierno ricorrente”: tanto evidenzia che si pretende di esercitare una inammissibile censura di valutazioni in fatto ed addirittura in iure della sentenza impugnata.

4. In terzo luogo, l’inammissibilità del ricorso si conferma a maggior ragione, se si considera che, correlandosi la prospettazione del ricorso per revocazione alla materia, giudicata dall’ordinanza impugnata con riferimento ai primi due motivi di ricorso ordinario, si deve constatare che con riguardo ad essi la Corte espresse una valutazione di sostanziale inammissibilità, perchè implicavano accertamenti di fatto insindacabili in sede di legittimità, onde la deduzione di un errore revocatorio di fatto si sarebbe potuta articolare solo nella denuncia di un errore di lettura del tenore letterale dei due motivi, sempre fermo restando che esso si sarebbe dovuto e potuto denunciare con la memoria.

In relazione a tale ultimo rilievo, poichè la valutazione espressa con la detta ratio decidendi è stata di per sè idonea a giustificare il rigetto dei primi due motivi di ricorso e non risulta attinta dal ricorso per revocazione, si deve rilevare che, a prescindere dalle prime due ragioni di inammissibilità già indicate, se anche – come non è stato – fosse stato prospettato un errore revocatorio, lo sarebbe stato senza aderenza alla motivazione della sentenza impugnata. In proposito è stato già statuito che: “In tema di revocazione delle sentenze della Corte di cassazione per errore di fatto, nel caso in cui la declaratoria di inammissibilità si regga su due autonome “rationes decidendi”, una sola delle quali revocabile perchè viziata da errore percettivo, la permanenza della seconda comporta il venir meno del requisito indispensabile della decisività dell’errore revocatorio, ossia dell’idoneità a travolgere la ragione giuridica sulla quale si regge la sentenza impugnata, che, ex art. 395 c.p.c., n. 4, è richiamato dall’art. 391-bis c.p.c., per la revocazione delle sentenze della Cassazione” (Cass. (ord.) 7413 del 2013).

Nel caso di specie si è in presenza di una prospettazione di un errore revocatorio che, a prescindere dalla sua non configurabilità per come prospettato, non troverebbe alcun riscontro nella decisione, che è fondata quanto ai primi due motivi sulla cennata motivazione circa la sollecitazione con essi alla Corte a compiere un inammissibile giudizio di merito.

5. Il ricorso è, conclusivamente, dichiarato inammissibile.

6. Le spese del giudizio di cassazione seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo ai sensi del D.M. n. 55 del 2014.

Parte resistente ha chiesto applicasi l’art. 96 c.p.c., comma 3, che, tuttavia, non è applicabile al giudizio.

Viceversa, è applicabile dell’art. 385 c.p.c., comma 3, sebbene abrogato. Ciò, alla stregua del principio di diritto secondo cui: “L’abrogazione dell’art. 385 c.p.c., comma 4, disposta dalla L. n. 69 del 2009, art. 45, comma 20, è efficace, ai sensi dell’art. 58, comma 1, della stessa legge soltanto per i ricorsi per cassazione proposti dopo l’entrata in vigore di detta legge contro provvedimenti pronunciati nell’ambito di giudizi introdotti in primo grado dopo di essa. La norma abrogata ha, invece, continuato a disciplinare i ricorsi per cassazione proposti contro sentenze o provvedimenti pubblicati a far tempo dal 2 marzo 2006 (D.Lgs. n. 40 del 2006, art. 27, comma 2) ed anche dopo l’entrata in vigore della L. n. 69 del 2009 in giudizi instaurati in primo grado anteriormente a quest’ultima” (Cass. n. 5599 del 2014; successivamente, Cass. n. 4930 del 2015; n. 15030 del 2015; (ord.) n. 2684 del 2016, fra tante).

Nel caso di specie, ad avviso del Collegio, l’esistenza di plurime ragioni di inammissibilità integra situazione di colpa grave nella proposizione del ricorso. La misura della somma liquidando in via equitativa ai sensi della citata norma può fissarsi nel doppio dell’importo liquidato a titolo di spese giudiziali. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, si deve dare atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del citato art. 13 , comma 1-bis.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna parte ricorrente alla rifusione al resistente delle spese del giudizio di revocazione, liquidate in Euro millesettecento, di cui Euro duecento per esborsi, oltre spese generali e accessori come per legge. Condanna, inoltre, il ricorrente al pagamento a favore del resistente dell’ulteriore somma di Euro tremilaquattrocento, ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 3. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del citato art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile – 3, il 12 gennaio 2017.

Depositato in Cancelleria il 17 febbraio 2017

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